Il gatto a nove code > Dario Argento

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In un istituto di ricerca, uno scienziato fa una scoperta sconvolgente: gli individui che possiedono un determinato corredo genetico sono tutti potenziali temibili delinquenti. La scoperta costa la vita al suo fautore e suscita la curiosità di due investigatori dilettanti, un giornalista e un enigmista non vedente che, insieme a una bambina di nove anni, si mettono alla ricerca del colpevole diventando a loro volta obbiettivi di un disegno omicida.

È curioso osservare come il secondo film di Dario Argento, dopo il successo de L’uccello dalle piume di cristallo dell’anno precedente, sia quello che lui stesso, e parte dei suoi estimatori, meno amano. Eppure per il secondo titolo della sua trilogia zoonomica, il regista romano sceglie di appoggiarsi a una struttura rigorosa – pur scientificamente incongruente – nata da un soggetto di Dardano Sacchetti (con l’indagine poliziesca condotta contemporaneamente da più persone, ognuna delle quali può basarsi su un elemento di partenza diverso) che gli permetta di sbizzarrirsi a livello visivo con quegli elementi (uso della soggettiva, i primi piani stretti sui dettagli, la cura e la ripetizione dei suoni, le morti efferate, l’accuratezza del montaggio) che diventeranno la sua peculiare cifra stilistica e che raggiungeranno il culmine della compiutezza con Profondo rosso (1975) prima che il regista decida di svincolarsi ancora di più dalle strutture cinematografiche classiche, con sceneggiature più o meno rigorose, dedicandosi a storie di carattere soprannaturale a partire da Suspiria (1979).
Mentre i produttori gli chiedono una copia carbone de L’uccello dalle piume di cristallo e tentano di imporgli di girare il film all’estero in quanto ritengono l’Italia poco adatta ad ambientarci un giallo, Dario Argento cerca maniacalmente i luoghi dove ambientare la storia, trovando in Torino, considerata il vertice di un triangolo magico (con Praga-Lione e Londra-San Francisco) e conosciuta per la antica tradizione esoterica, il luogo ideale per la sua storia.
Se Il gatto a nove code è effettivamente un giallo di stampo classico, è nel contempo impossibile non vederci uno stile nuovo per il genere nonché il seme di quello che sarà, per quasi un decennio, il cinema italiano di maggiore successo commerciale, in barba allo sdegno della critica, e maggiormente esportato.

Roberto Rippa


Curiosità:

Il gatto a nove code, è il secondo film della cosiddetta trilogia zoonomica insieme a L’uccello dalle piume di cristallo e 4 mosche di velluto grigio. Il successo di questo titoli diede la stura a una quantità notevole di film fotocopia che nel titoli li richiamavano apertamente nel tentativo di ricalcarne il successo. Tra i tanti: La tarantola dal ventre nero (Paolo Cavara, 1971), L’iguana dalla lingua di fuoco (Riccardo Freda, 1971), Sette scialli di seta gialla (Sergio Pastore, 1972), l’italo-spagnolo La volpe dalla coda di velluto (El ojo del huracán, José María Forqué, 1971). Anche il titolo La lucertola dalla pelle di donna di Lucio Fulci si rifa, per scelta dei produttori, ai titoli argentiani ma se ne discosta a livello di contenuto imponendo la peculiare visione di Lucio Fulci.

Tra i motivi di insoddisfazione a riguardo del film, Dario Argento indica il protagonista James Franciscus, imposto dalla co-produzione, in quanto volto troppo americano per la sua storia italiana.

Classe 1960, Cinzia De Carolis, al momento di partecipare a Il gatto a nove code, era reduce dalla sentita interpretazione offerta tre anni prima nella trasposizione del dramma The Miracle Worker di William Gibson nello sceneggiato RAI Anna dei miracoli.
Per scrollarsi di dosso la perdurante immagine di bambina prodigio, posa nuda, sedicenne, per Playboy guadagnando però così solo la parte della protagonista in Libidine di Raniero di Giovanbattista, il Jonas Reiner del porno, in cui interpreta il ruolo di una ragazza oggetto dell’attenzione amorosa di un pitone cui è stato iniettato il cervello di un uomo. Al suo fianco nel capolavoro, Ajita Wilson e Marina Frajese. Ha quindi proseguito la sua carriera lavorando principalmente come doppiatrice.

La traccia Paranoia prima di Ennio Morricone, tratta dalla colonna sonora del film è stata riutilizzata in Death Proof, il segmento di Quentin Tarantino del film Grindhouse.

Il rapporto tra Argento e Torino, nato in occasione della lavorazione di questo film, dura ancora oggi. Il regista, infatti, ci è tornato anche per il successivo 4 mosche di velluto grigio, 1971, per Profondo rosso, per alcune scene di Suspiria, 1977, Non ho sonno, 2001, il televisivo Ti piace Hitchcock?, 2005, nonché l’atteso La terza madre, 2007.

Il gatto a nove code (Italia, 1971)
Regia, sceneggiatura: Dario Argento
Soggetto: Dardano Sacchetti, Luigi Collo, Dario Argento, Bryan Edgar Wallace
Sceneggiatura: Dario Argento
Musiche: Ennio Morricone
Fotografia: Erico Menczer
Montaggio: Franco Fraticelli
Interpreti principali: James Franciscus, Karl Malden, Catherine Spaak, Pier Paolo Capponi, Cinzia De Carolis, Horst Frank, Rada Rassimov, Aldo Reggiani, Ugo Fangareggi
112′

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