10 anni di Stracult | Intervista a Luca Rea

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La versione integrale dell’intervista – a cura di Roberto Rippa e Alessio Galbiati – è pubblicata in

Rapporto Confidenziale numero29 (novembre 2010), pagg. 18-23 | ed in coda al presente video.

 

 

COME RIVALUTAMMO IL CINEMA ITALIANO.
10 ANNI DI STRACULT RACCONTATI DA LUCA REA.

a cura di Roberto Rippa e Alessio Galbiati

 

Il programma televisivo di Raidue dedicato al cinema di genere e non, ideato da Marco Giusti, è giunto al suo decimo anno. Ne abbiamo approfittato per parlarne con Luca Rea, autore presente sin dalla prima edizione.

Rapporto Confidenziale: Gigi Marzullo saluta alla fine del suo “Cinematografo” su Raiuno dicendo che la sua è l’unica trasmissione sul cinema della Rai. Stracult, quindi cos’è?

Luca Rea: Marzullo lo vedo da anni qua al Lido, in continuazione: lo vedo a cena, per strada… Non l’ho mai visto in sala, onestamente. Per questo mi sembra plausibile che non si sia accorto che c’è un’altra trasmissione sul cinema che va in onda sulla Rai. Non se n’è accorto, non lo sa, non lo dice in malafede.

Rapporto Confidenziale: Dieci anni di una trasmissione completamente dedicata al cinema di genere italiano, all’unico cinema industriale del nostro Paese. Al suo decimo anno di vita come lavorate alla trasmissione?

Luca Rea: Avendo fatto anche altre trasmissioni di altro tipo, posso dire che Stracult è proprio un programma a parte. È molto curioso, perché sia nei contenuti che poi, ovviamente, nella sua realizzazione, è una trasmissione abbastanza di nicchia, calcolando che viene trasmessa da una rete generalista nazionale come Raidue. Malgrado questo, regge da 10 anni e nella sua ultima edizione ha ottenuto anche ascolti discreti e quindi è di fatto diventata una delle poche trasmissioni proprie di Raidue, non essendo realizzata in appalto ma essendo proprio realizzata dalla rete.
Per la realizzazione vera e propria della trasmissione fondamentalmente si lavora intorno a Marco (Giusti. Ndr.), l’inventore della trasmissione. C’è un nucleo base e originale che lavora al programma da 10 anni e altri che si sono avvicendati. Comunque il tutto consiste nello stare intorno alla personalità curiosa di Marco. Penso si veda anche guardandola che non si tratta di una trasmissione strutturata e confrontabile con lo standard medio delle trasmissioni televisive italiane. Per i temi di cui tratta e per la personalità di Marco, che è una persona piuttosto singolare, anche nella vita di tutti i giorni.

Rapporto Confidenziale: Come lavorate per ogni edizione, gli argomenti vengono scelti a priori, c’è una linea precisa o preparate la trasmissione puntata per puntata?

Luca Rea: Inizialmente c’è una scelta quasi totale degli argomenti. Abbiamo un lavagnone dove buttiamo i temi, soprattutto io e Marco, che siamo gli “stracultisti” anche nella vita, diciamo. Nel gruppo di lavoro siamo quelli che hanno una vita cinefila vicina alle caratteristiche del programma. Nel lavagnone ci sono i nomi delle persone da intervistare, quindi da lì si buttano giù anche gli argomenti e si pensa alla struttura della puntata tipo e poi si va a girare tutto. In gran parte portiamo a casa tutto prima dell’inizio della serie. Però giriamo tutto prima e poi montiamo il materiale raccolto puntata per puntata. Quindi: pensata prima, girata prima e quindi montata settimana per settimana. Poi capita che qualcosa possa essere girato durante la messa in onda, però il grosso no.


Rapporto Confidenziale: Tu avevi pubblicato “Tutti i colori del buio”, scritto anni prima della tua collaborazione con Stracult…

Luca Rea: Si, lo scrissi in tre mesi nel 1996, 1997.

Rapporto Confidenziale: Quindi, come si diceva, la tua passione per il cinema di genere nasce molto prima. Da cosa?

Luca Rea: Prendendola alla larga ma facendola breve, mio padre era un foto e cineamatore. Essendo nato io nel 1971, ho avuto modo di cogliere la coda delle visioni successive, delle proiezioni pomeridiane per i ragazzi. Quindi il mio imprinting cinematografico sono stati Tarzan, Zorro, Gamera piuttosto che la famosa serie B. Contemporaneamente a casa girava pellicola a go-go. Io avevo la mia cinepresa super8 Bolex e la mia taglierina per monticchiare le mie cose. Mio padre mi regalava due caricatori di pellicola per il mio compleanno e due per Natale quindi mi giravo questi 5 minuti di roba, che erano poi inquadrature degli amici mentre giocavano, cose così…
Andavo molto al cinema e, essendo io molto piccolo, cercavo cose adatte alla mia età, non andavo a cercare il cinema impegnato. Leggevo fumetti e quindi cercavo film da fumetto, più che altro. Ce n’era molto all’epoca e questo mi ha permesso di scoprire molto presto il lavoro di un regista chiamato Mario Bava perché vidi su una TV Locale “Diabolik” nei primissimi anni ‘80. Leggevo molto Diabolik e memorizzai il nome di Mario Bava e tutto nasce da lì, si è sviluppato ed è diventato cinefilia acuta.

Rapporto Confidenziale: Il cinema di genere italiano – Fulci, Bava, Di Leo – pare fosse di larga fruizione, grazie anche alle televisioni private, ma poco considerato fino alla svolta nel 2004 grazie alla retrospettiva Italian Kings of the Bs qui a Venezia cui tu avevi partecipato attivamente in qualità di curatore.

Luca Rea: Quello è stato un momento cruciale per tutto ciò, anche se in realtà posso dirti adesso che in Italia non siamo mai venuti veramente a capo su come considerare il cinema popolare, quello d’autore, quello comico, quello drammatico. Tutto quel lavoro di rivalutazione, fatto anche da riviste come Nocturno, hanno iniziato negli anni ‘90 a parlare di questo cinema in un certo modo, riuscendo anche a diventare delle riviste e non delle fanzine. Anche questo è un segnale importante di cambiamento. Vedevo qualche giorno fa la conferenza con la stampa internazionale su Sergio Corbucci. Alla fine c’è sempre questo atteggiamento da “Era un autore in realtà”. Secondo me non è questo il punto. C’è tanto nella storia dato da un cinema nato per esigenze popolari, di intrattenimento, di sogno, di immaginazione, oltre che di riflessione, interiorizzazione, di autoanalisi. Invece si e tutto ridotto tutto a : “Ah, io me ne ero accorto che quello era un autore e quelli invece no”. Questo mi convince poco ma temo sia stata poi l’unica rivalutazione e quindi dal mio punto di vista non è una reale rivalutazione. Il mio bilancio di questo decennio, 1995-2005, di rivalutazione dei generi è, tutto sommato, negativo.

Rapporto Confidenziale: Un momento di svolta è stato quello della ridifussione: il portare questo cinema nuovamente alla gente, ripubblicando opere introvabili da tempo, questo è stato positivo almeno…

Luca Rea: La retrospettiva che curai con Marco, a differenza delle altre aveva questo denominatore comune: quello di riproporre film che non erano disponibili alla visione pubblica da molti anni. Anche lì tra quelle 28 opere c’erano film riusciti e altri meno. Per esempio, “Estratto dagli archivi segreti della polizia criminale europea” di Riccardo Freda di cui il regista girò poco per essere poi sostituito da Ratti (Filippo Walter Ratti. Ndr.) e che non sarà poi più visto, se non in una versione da una VHS spagnola degli anni ‘80. A Venezia, una delegazione coreana mi aveva chiesto di curare una retrospettiva di cinema fantastico italiano nel loro Paese, cosa che poi non ho fatto. Mi ricordo che dissi questa cosa a Joe Dante, che era il padrino della retrospettiva insieme a Tarantino, che mi disse: “Si, vai. Però, mi raccomando, non portare il film di Freda perché è terribile”. Eh si, è terribile ma il senso della scelta di quei 28 film non era quello di dire: “Qui abbiamo 28 opere di maestri di cui vi siete dimenticati o di cui non vi siete accorti”. Il senso della scelta era per me quello di dare esattamente l’impressione di quale fosse la sensazione di andare al cinema negli anni ‘60 e ‘70. Devo dire che molto ragazzi – tra l’altro quella credo sia stata la retrospettiva di Venezia con la maggiore affluenza di pubblico di sempre – mi hanno ringraziato perché avevano avuto per la prima volta la sensazione di vivere il punto di vista di uno spettatore che in quegli anni usciva e poteva scegliere tra prima visione, seconda, terza, e quindi poteva passare dal film d’autore a un film su Ercole. È un po’ come quando, da ragazzino, guardavo tutti i film prodotti in Italia, belli o brutti che fossero, perché mi interessava la visione d’insieme. Mi interessa molto il discorso che uno può fare venendo da una visione d’insieme più che sentire che il film di Freda è un film diretto da un cane. Vero, ma questo te lo può dire anche un ragazzino. C’è una battuta pazzesca da un telegiornale, nel film: “La polizia sospetta alcuni hippy perché sul luogo del massacro è stata trovata una chitarra”. Pazzesca ma nel contempo fantastica.
Nello stesso giorno potevi vedere “Danza macabra” di Margheriti, “Non si sevizia un paperino” di Fulci e “Colpo rovente” di Zuffi.

Rapporto Confidenziale: Su questo lavoro di archeologia del cinema delle seconde visioni, uno dei vostri intenti non è quello di tentare di rimettere in circolazione tra le nuove generazioni un cinema industriale godibile? Il dimostrare che un cinema come quello è possibile?

Luca Rea: Infatti si ricollega a quanto dicevo. Mettere in scena per quei 10 giorni quei 28 film – vabbè, io ora parlo di una cosa fatta da me… – penso fosse una cosa riuscita abbastanza bene. Questa messa in scena di quella industria che faceva tutto e il contrario di tutto perché di fatto produceva 300-350 film ogni anno. Oggi se ne fanno 40 all’anno in Italia.

Rapporto Confidenziale: Infatti ci si chiede come sia potuta scomparire un’industria composta da Maestri del cinema, molti dimenticati, e molti artigiani capaci di un lavoro onesto e poco più. Cosa impedisce che rinasca un’industria cinematografica commerciale che non sia quella dei vari Moccia?

Luca Rea: In realtà penso di avere le idee in chiaro più su cosa abbia ammazzato questa industria. Su cosa le impedisca di rinascere non saprei rispondere bene perché dovrei sapere come e perché in futuro potrebbe rinascere. Purtroppo è una questione da sfera di cristallo. Il fatto che da troppo tempo siamo morti e atrofizzati non aiuta. Quando sei fuori allenamento da anni poi non puoi ripartire senza danni. Quando per dieci, quindici anni non giochi a calcetto e poi una sera ci provi, insomma, rischi…
Con banalità posso dirti questo.
A me una cosa che fa essere ottimista – sembra un’assurdità, forse – sono quei televisori 16/9 a 40, 50, 60 pollici. Man mano che avranno soppiantato i vecchi televisori, obbligheranno a tornare a un tipo di racconto da un punto di vista fotografico. Questo non è secondario per tornare a sforzarsi di fare un cinema che ha avuto e continua ad essere poco cinematografico a livello visivo.
Le cause per la sua fine sono tante. Ho visto documentari, letto articoli e libri, seguito dibattiti su chi ha ammazzato il cinema italiano. Purtroppo i colpevoli sono tanti. Fosse stato solo uno, lo avremmo preso, arrestato da tempo. Invece sono stati molti, è stato un effetto domino a uccidere il cinema italiano in generale. Poi è diventato complicato tornare indietro perché è come avere una coperta corta: risolvi una cosa ma non un’altra…
Ci siamo ritrovati, per una serie di motivi, a un punto di non ritorno.

Rapporto Confidenziale: Molti attribuiscono la colpa principale alla televisione, all’avvento della televisione commerciale, quella di Berlusconi, per dirla fino in fondo…
Sei d’accordo?

Luca Rea: Beh, la televisione commerciale è una delle cause principali…anche prima di Berlusconi.
A Berlusconi non interessava il mondo del cinema italiano, a lui interessavano livelli molto più alti e quindi ha saputo prevedere e di conseguenza utilizzare quel momento, ciò che stava succedendo a livelli molto più alti. Ma lui è arrivato quando quella crisi del cinema era già in corso. Era dalla fine degli anni ‘70 che ogni giorno in TV avevi 150 film gratuitamente. Quando contemporaneamente è arrivata la TV a colori e una marea di film disponibili. Oggi le cose sono cambiate, si distingue tra il vedere un film in TV e andare al cinema. Allora non era così.
Dopo anni e anni di bianco e nero e di due film a settimana, ritrovarti con 20, 30 film al giorno a colori è stato un impatto importante. E questo alla fine degli anni ‘70, anni cruciali anche per altri motivi. Berlusconi avrà un ruolo in questo ma in realtà è arrivato dopo. In questo caso specifico non è lui il responsabile. Almeno in questo caso specifico.

Rapporto Confidenziale: Pensi si sia anche perso il gusto per questo tipo di cinema?

Luca Rea: Nei vari dibattiti, articoli, libri, la responsabilità della televisione commerciale viene citata sempre come causa ma c’è un’altra causa, tra le tante, che non viene citata mai ed è la qualità dei film che venivano fatti in Italia da un certo punto in poi. Erano film brutti, ma proprio brutti!
Ci sono stati registi, senza fare nomi, quelli che magari hanno fatto grande il cinema di genere, che negli anni ‘80 si sono trovati in tutt’altro tipo di situazione e non sono riusciti ad adattarcisi. Probabilmente era difficile, magari impossibile, fatto sta che hanno finito con il consegnare con lo stesso nome che un decennio prima veniva immediatamente collegato ad un cinema di grande qualità spettacolare e di intrattenimento delle porcherie abbastanza evidenti.
Quindi a lungo andare hanno creato una situazione per cui adesso, per fare un esempio, una cosa su cui lavorerei molto per recuperare è il pubblico italiano. Il pubblico italiano di oggi a vedere un film di genere italiano, horror, poliziesco, non ci va assolutamente. È una cosa di per sé radicata negli italiani, non per nulla negli anni ‘60 si inventarono gli pseudonimi americani. Oggi non si potrebbe fare più perché c’è un livello di ingenuità popolare completamente diverso da quello di cinquant’anni fa. Quindi abbiamo riportato indietro le cose a com’erano negli anni ‘60. In quegli anni ci si era chiesti se sarebbe stato possibile fare cinema di quel genere e portare la gente a vederlo. Ci riuscirono fino a un punto in cui il pubblico aveva recuperato fiducia nel cinema di genere italiano, per cui usciva per vedere un film firmato da Sergio Leone, Dario Argento, Mario Bava, che già negli anni ‘60 veniva presentato nelle pubblicità come “il Maestro del terrore”, e così via…
Certo, nel mercato italiano l’impatto era minore rispetto a quello nel mercato internazionale, ma il dialogo con il pubblico c’era. Fino alla fine degli anni ‘70 è stato così, poi negli ‘80 l’hanno buttato in pasto ai pesci, questo dialogo. Oggi è impossibile presentarsi in sala con un film di genere con un attore italiano perché non ci crede nessuno, ridono subito tutti. Lo vogliono nel film impegnato, in quello d’amore, nella commedia, ma nel poliziesco – per non parlare del Western – non ne parliamo proprio. Questa è una delle prime cose su cui lavorerei: mi sforzerei di educare nuovamente il pubblico italiano a credere possibile che un autore italiano racconti una storia noir, fantastica, poliziesca.

Rapporto Confidenziale: In una situazione così tragica per il cinema italiano, basata su una cerchia ristretta di nomi sicuri, tu stai per concludere un film diretto da te…

Luca Rea: Passiamo dai problemi generali a quelli personali… Ho fatto questo piccolo film comico-demenziale che vorrebbe essere una sorta di cartone animato fatto con attori in carne e ossa. L’impegno è stato modesto ma dignitoso… fra poco lo concludo e sono proprio curioso di scoprire che tipo di vita avrà. Sicuramente non è un film che nasce per tentare grandi avventure, perché per le grandi avventure, nella situazione che abbiamo per sommi capi descritto, ci vogliono ben altri mezzi, anche un’esperienza maggiore. Però è un tentativo, una cosa abbastanza diversa dal solito. Per quanto mi riguarda è quello che volevo fare, con pochi mezzi, ma questo lo sapevo benissimo. Vedremo che succederà.

Rapporto Confidenziale: Tornando al tuo lavoro di autore: il tuo impegno per Stracult continua come pure il sodalizio con Marco Giusti che si è già da tempo concretizzato fuori dalla televisione…

Luca Rea: Oramai mi sono abituato a Marco e penso proprio di poter resistere a tutto. Poi, che Stracult continui, io non lo so. Non è una di quelle grosse trasmissioni la cui sopravvivenza è garantita, anche se abbiamo dieci anni, rimaniamo comunque una trasmissione di nicchia. Non sappiamo mai del nostro destino.

Rapporto Confidenziale: Si spera di sì perché se dovessero chiudervi si scatenerebbe una sollevazione popolare. Leggendo i forum online, che seguono ogni singola puntata con un’attenzione ed un fanatismo maniacale, par di capire che se dovessero impedirvi di proseguire questi farebbero un caos indicibile; avete un pubblico, un seguito, assolutamente fedele.

Luca Rea: Alla fine Stracult è un programma che conoscono tutti, almeno una volta l’hanno visto tutti. Anche grazie all’edizione che facemmo io e Davide Emmer per RaiSat Cinema di rimontaggio del materiale passato su Raidue, che andava quotidianamente più e più volte.
Di nicchia più nei contenuti che nei fatti. … in effetti lo conoscono tutti Stracult. In dieci anni abbiamo lasciato una testimonianza, un repertorio, una quantità di interviste ad attori, registi, caratteristi del cinema italiano, penso ineguagliabile. Gli archivi Rai grazie a Stracult saranno negli anni a venire una risorsa fondamentale per chiunque faccia ricerche a carattere storico sul cinema italiano perché trovi veramente l’intervista a qualunque personaggio. Di tutto. Siamo andati ovunque a realizzare interviste; in America, in Spagna… Mi sembra un lavoro rimarchevole che come tutte le cose della vita ha alcune sue parti che hanno funzionato bene ed altre meno, ma senz’altro abbiamo fatto un lavoro notevole.

Rapporto Confidenziale: Ci sono delle sezioni della trasmissione, penso ad esempio a StraTube, che ti portano a pensare dove caspita siete andati a pescare certi trailer di film impossibili. Dove li trovate?

Luca Rea: Io e un paio di miei amici possediamo circa duemila trailer in 35mm. Diciamo che il 90% dei trailer passati a StraTube provengono da collezioni private. Per quanto riguarda invece i repertori Rai ci sono nostri collaboratori che sono sempre alla ricerca nell’enorme archivio, fra questi cito soprattutto Francesca Todini che si occupa specificatamente delle ricerche negli archivi Rai che sono decisamente più complicate di quello che ci si potrebbe immaginare dato che conservano una storia pressoché sterminata.
Quest’anno poi è successa una cosa particolare che probabilmente avrà degli sviluppi in Stracult e che c’era nell’ultima puntata andata in onda prima della Mostra di Venezia… puntata andata in onda a notte fonda causa X Factor… tipo tra le due e un quarto e le due e mezza di notte! Era un servizio, che ho realizzato io, della durata di un quarto d’ora circa, dedicato a Mario Bava per la maggior parte realizzato utilizzando un’intervista radiofonica del primo aprile 1978 e mai più trasmessa da allora, in cui Bava parla, a differenza delle due brevi apparizioni televisive preesistenti, in maniera rilassata aperta e divertita di sé stesso e del suo cinema e di alcuni titoli specificamente citando aneddoti. Intervista che ho montato come fosse un audio commento sulle scene di cui lui parlava in quest’intervista.
Questa è la prima volta che mettiamo mano all’archivio radiofonico, ed è una cosa che nasce piuttosto casualmente: quando mi sono accorto di aver trovato quest’intervista a Bava che nessuno aveva ancora mai stanato… nemmeno il testo di quest’intervista è mai stato utilizzato per una qualche pubblicazione o roba del genere… neanche le grandiose e mitiche notti di Mario Bava di Fuori Orario nel 1995 avevano utilizzato questo materiale che è, ribadisco, davvero sorprendente forse perché Bava era rilassato ed a suo agio con il mezzo. Un Bava a cuore aperto.
La radio ci porterà notevoli sorprese perché ho visto che c’è parecchia altra roba.

Rapporto Confidenziale: Avete girato parecchio, avete intervistato i protagonisti del cinema italiano degli ultimi cinquant’anni, li avete inseguiti… avete trovato Luciano Ercoli, Nieves Navarro (la Susan Scott di tanto cinema di genere), Barbara Steele… personaggi che non si vedevano più parecchio tempo. C’è qualcuno tra i tanti personaggi che avete intervistato che ti è rimasto particolarmente nel cuore?

Luca Rea: Più di uno, per motivi diversi. Diciamo che potrei citarne almeno quattro o cinque. Innanzitutto mi piacerebbe ricordare Piero Vivarelli, che è scomparso l’altro giorno, perché si era stabilito tra di noi un feeling speciale. Un rapporto nato anche per la sua partecipazione alla retrospettiva veneziana del 2004, motivo per il quale lui mi chiamava papà. Cioè lui diceva che era mio figlio, che io ero suo padre perché l’avevo fatto rinascere. Piero è un personaggio assai più alto della media, non solo come statura, ma anche e soprattutto per qualunque punto di vista. Poteva raccontarti gran parte della storia d’Italia, non solo e non tanto del cinema italiano, ma della storia del nostro Paese vista e vissuta dell’interno. E’ uno che ha avuto a che fare con personaggi importantissimi… Piero lo amo particolarmente.
Un’altra intervista che mi ha segnato indelebilmente è quella che ho realizzato lo scorso maggio a Marina Del Rey, vicino a Los Angeles, ad Antonio Sabàto. Per svariate motivazioni, non ultima per un naufragio fatto in pieno oceano col suo motoscafetto… penso che me lo ricorderò senz’altro e per molto tempo. Sabàto è un personaggio veramente singolare.
Quindi Vivarelli per affetto e Sabàto perché quella mezza giornata è stata una cosa indescrivibile.

Rapporto Confidenziale: Moltissimi chiedono, soprattutto nei forum, se sarà mai possibile pubblicare le puntate di Stracult. Cosa ovviamente quasi impossibile per i noti problemi di diritti… Ma un libro che raccolga le interviste, che racconti il dietro le quinte, un volume che dia conto di questi dieci anni vedrà mai la luce?

Luca Rea: Come ben sapete esiste già un dizionario Stracult che in realtà è una raccolta di recensioni di Marco (Giusti. Ndr.) di film considerabili Stracult. La trasmissione Stracult nasce anche da quello ed è pur vero però che in dieci anni la trasmissione è diventata molto di più di quel dizionario. Quindi in effetti l’idea ci starebbe tutta. Ma non se ne è mai parlato fino ad oggi… chissà. Sarebbe un bel lavorone, anche solo pensare di metterci mano è un qualcosa di non semplice. Il problema è che di molte interviste ci sarebbe da prendere il girato originale perché quello che va in onda è ovviamente solo una piccola parte di quanto abbiamo raccolto, come spero che di quest’intervista venga alla luce solo un quinto di tutto quello che ho detto… in realtà voi siete molto più fortunati perché non avete nessun obbligo da rispettare mentre ogni puntata di Stracult è vincolata al palinsesto ed alle esigenze della rete… se mettessimo le interviste integrali ci vorrebbe uno Stracult Channel, 24 ore su 24.
Un libro su Stracult sarebbe un lavoro decisamente improbo ma un senso ce l’avrebbe sicuramente. Vedremo.

Rapporto Confidenziale: Sarebbe un bellissimo modo per celebrare i dieci anni… parlatene oggi stesso!

Luca Rea: Sì, mi avete dato un’idea!

Venezia, 10 settembre 2010

 

 

Luca Rea – Roma, 1971 – è un autore televisivo e regista italiano. Ha lavorato a numerosi programmi televisivi e, in collaborazione con Marco Giusti, ha curato la rassegna “Italian Kings of the B’s – Storia segreta del cinema italiano”, padrino Quentin Tarantino, per la 61. Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e in seguito portata alla Tate Modern di Londra. Ha collaborato con quotidiani (tra i quali Il manifesto) e riviste (tra le quali L’espresso e Nocturno) e pubblicato il saggio sul cinema giallo italiano “Tutti i colori del buio” (Igor Molino editore) e collaborato al volume sulla commedia sexy “Vizietti all’italiana” di Marco Bertolini e Ettore Ridola. Tra i programmi cui ha partecipato o che ha firmato come coautore: Stracult, Cocktail d’amore, Matinée, Isolati, Bla Bla Bla. Come regista ha realizzato cortometraggi e numerosi sketch comici per i programmi cui ha collaborato e scritto, tra cui "Le avventure sentimentali di Silvio", in cui Max Tortora parodiava l’attore Silvio Muccino e "Maciste", parodia dei film peplum anni ’60, con Lillo e Greg e altri attori. Ha anche diretto il film "Lillo e Greg The Movie", una sorta di lungometraggio a episodi con i due comici protagonisti, prodotto da Minerva Pictures e distribuito da 01 Distribution nel 2007. Nel 2010 ha diretto “Cacao”, interpretato, tra gli altri, da Paolo Ruffini, Nicola Nocella, Ugo Fangareggi e Massimo Bagnato.

 

 

 

 

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