Guido Cenci

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Un burattino di nome Pinocchio – indice dei capitoli

Omaggio a Guido Cenci
il «babbo» di Pinocchio

di Mario Verger

Vogliamo rendere un doveroso omaggio a Guido Cenci, padre dei fratelli Giuliano e Renzo Cenci, creatori del Capolavoro dell’Animazione Italiana, Un burattino di nome Pinocchio.
Con l’ingegno per la meccanica, Guido Cenci era un semplice operaio all’acquedotto del Comune di Firenze. Durante la prima guerra mondiale (1915-18), da obiettore di coscienza ante litteram riuscì a vincere un concorso del Ministero della Guerra che lo assunse nelle officine militari a Terni per la fabbricazione delle armi per il fronte.
Da sempre antifascista, durante la seconda guerra mondiale arrivò a costruirsi da solo un apparecchio radioricevente a cristalli di galena, dotandolo di ben tre diverse diramazioni di ascolto con auricolari a cuffia.
Per il Cinema di Animazione, a Guido Cenci si deve la costruzione del dinosauro meccanico, per un cortometraggio che – senza volerlo – è rimasto come il primo film d’animazione italiano a tecnica mista – ripresa diretta con attori e cartoni animati che interagiscono congiunti in un unico filmato – anticipando di oltre trent’anni ciò che gli americani hanno realizzato con Roger Rabbit; come anche la costruzione della prima macchina da presa 35mm a scatto singolo con la quale i fratelli Cenci girarono, tra gli anni ‘50 e ’60, alcuni fra i più pregiati spot pubblicitari e caroselli; sempre a lui si deve soprattutto la costruzione, apportando notevoli innovazioni tecniche, di ben due Verticali Cinematografiche – le apparecchiature meccaniche per la ripresa a Passo Uno dei film d’animazione –: la prima, dotata di un sistema di motoriduttori per le zoomate in avvicinamento con movimenti multidirezionali del carrello di ancoraggio della cinepresa Arriflex; la seconda, corroborata da un ingegnoso sistema a centralina per gli effetti speciali, tutt’oggi conservata nel Museo del Cinema a Firenze.
E’ inoltre alla figura del padre Guido che il figlio Giuliano si è ispirato per il personaggio di Geppetto del film
Un burattino di nome Pinocchio.
In quest’omaggio dedicato al Pioniere italiano dell’ingegneria meccanica del cinema disegnato, ne proponiamo in sintesi il difficile percorso di vita, psicologico e sentimentale, delineando, al contempo, i tratti salienti sia iconografici che spirituali dello straordinario Geppetto del Pinocchio di Cenci, alternando i ricordi dei due fratelli Giuliano e Renzo con quelli del nipote Alessandro sul padre Guido il quale, in scala gerarchica, si è rivelato il capostipite di una famiglia unica che ha dato vita al Capolavoro del Cinema di Animazione del XX Secolo.

di Mario Verger

una dimenticanza, ora che ha la foto di mio nonno, tolga la barba a Geppetto e lo scoprirà anche nel film… cordialità, Alessandro Cenci»)

Guido Cenci, in «La conversione di mio padre», di Renzo Cenci

Al tempo in cui abitavamo ancora con i miei zii, io avevo appena tredici anni quando una sera mio padre tornato a casa ci disse: Domani andremo tutti a Fiesole, nella chesetta di S. Francesco.
Voleva confessarsi, dopo quarant’anni dalla prima Comunione. Partimmo verso le due del pomeriggio. Pian piano, a piedi salimmo fino lassù. Oggi non ci sono più i frati, ma a quel tempo, c’erano ancora. Non ricordo a che ora arrivammo, mia madre con mio fratello [Giuliano] di quattro anni aspettarono fuori sul prato, io volli seguire mio padre nel convento; parlò un momento con un giovane frate, che poi se ne andò, venne un frate più anziano, lo introdusse in una stanza chiudendo la porta dietro di sé, allora anch’io tornai fuori da mia madre. Quando uscirono, vidi mio padre sereno e sorridente, come non lo avevo visto mai, poiché era sempre stato piuttosto arcigno e nervoso, non ricordo di averlo visto molte volte sorridere e scherzare; poteva ridere per qualche battuta, ma non sorridere, per questo lo temevo. Prese mio fratello, se lo mise sulle spalle e disse: Farò un po’ di penitenza portandolo fino a casa. So che mia madre ha pregato tanto il Signore, perché questa conversione avvenisse.
Anche la Vergine Maria alla quale era devota, penso le abbia dato una mano.
Una volta, prima che io partissi militare, chiesi a mio padre: Com’è accaduto che sei ritornato a Dio?
Disse: Mentre camminavo per il mio lavoro, trovai un foglio del vangelo scritto a mano. Io non riuscii a capire esattamente che cosa fosse, o volesse dire, perché il vangelo lui non lo conosceva. Però di una cosa, sono più che certo:
«vuolsi così colà, dove si puote ciò che si vuole»… perché qualcuno, perdesse o gettasse quel foglio, da lui raccolto.

Guido Cenci, in Intervista esclusiva a Giuliano Cenci

«Come ho detto altre volte, mio padre Guido è stato per me una grande fonte di ispirazione, e sono sempre rimasto affascinato dalle sue doti di intelligenza, capacità ed addirittura “genialità”. Era appassionato di meccanica, come del resto mio fratello Renzo, e loro due costituivano una coppia dalle capacità incommensurabili; basti pensare che quando avevo 18 anni e stavo faticosamente cercando di entrare da autodidatta nel mondo dei cartoni animati, per poter proseguire nei miei esperimenti di animazione mi era assolutamente indispensabile una cinepresa da cartoni animati professionale a passo 35mm, ma la mia era una famiglia con poche possibilità finanziarie e solo la loro genialità poteva venire in mio soccorso; acquistarono a rate una vecchia cinepresa a passo 16mm, la smontarono per studiarne il funzionamento, e ne costruirono un’altra, più grande, con caratteristiche professionali a passo 35mm. Esteticamente non era bella a vedersi; esternamente si presentava come una specie di cubo metallico con la parte ottica ricavata da un obiettivo di una vecchia macchina fotografica, ma era perfettamente funzionante e permetteva di fare delle ottime riprese filmate professionali di cartoni animati essendo dotata di scatto singolo e montata su un rudimentale ma solido impianto verticale, con un piano di ripresa munito di lampade che illuminavano il piano stesso con una angolazione a 45°. Mio padre non amava la parola “impossibile” e traduceva questa sua convinzione in atti pratici; ad esempio all’inizio degli anni ’40, poco prima della seconda guerra mondiale, un “lampo” del genio di mio padre permise alla nostra famiglia di mantenersi aggiornata, sia culturalmente sia riguardo agli avvenimenti bellici. A quel tempo infatti la televisione non esisteva ancora e la radio era un bene di lusso che pochi potevano permettersi; l’unica fonte di informazioni per la popolazione erano i giornali, ma anche questi avevano un costo che da una famiglia come la nostra non poteva essere sostenuto senza incidere sulle strette necessità vitali. Era tuttavia indispensabile seguire da vicino l’andamento della situazione, soprattutto sotto l’aspetto politico e militare che ormai era foriero di guerra imminente. Mio padre aveva solo la licenza di quinta elementare, ma come ho detto era dotato di una intelligenza eccezionale, ben superiore alla norma, e pensò di risolvere il problema dell’informazione nell’unico modo per noi possibile; acquistò un manuale per costruirsi da solo un apparecchio radioricevente a cristalli di galena, e anche tutto il materiale occorrente che fortunatamente non aveva costi troppo elevati. In breve tempo riuscì perfettamente nell’intento, dotando anche l’apparecchio di ben tre diverse diramazioni di ascolto con auricolari a cuffia, in modo che addirittura tre persone potessero ascoltare contemporaneamente la trasmissione, e lo installò nel comodino della sua camera da letto. Ricordo con quanta soddisfazione il babbo mi porse una delle cuffie facendomela mettere alle orecchie; credo che in quel momento stessero trasmettendo una commedia e rimasi stupito per la nitidezza delle voci degli attori che si udivano con grande chiarezza e senza alcun fruscio. Ma tra i tanti episodi e aneddoti riguardanti mio padre, vale la pena di citarne uno della sua gioventù avvenuto durante la guerra 1915-18 quando lui aveva 30 anni. Era stato richiamato alle armi per essere inviato al fronte di guerra, ma mio padre era un obiettore di coscienza ante litteram e non poteva certo dichiararlo pena la fucilazione; lui però non poteva accettare di dover sparare ad altri esseri umani che come lui avevano il solo torto di essere stati inviati a fare la stessa cosa sul fronte opposto. Pensò allora di sfruttare la sua passione per la meccanica (che però era solo un hobby perché in realtà era un semplice operaio all’acquedotto del Comune di Firenze e non era mai stato un meccanico professionista!)… il Ministero della guerra aveva emesso un bando grazie al quale i meccanici professionisti potevano evitare di essere inviati al fronte di guerra, per essere invece inviati alla fabbrica di armi di Terni. Ovviamente dovevano però dimostrare di essere veramente meccanici esperti mediante la esecuzione di una prova, il cosiddetto “capolavoro” che consisteva nel realizzare, senza l’ausilio di nessun macchinario ma solo con l’uso di un banco munito di morsa, nonché una semplice sega a ferro ed alcune lime a ferro, un perfetto incastro a “coda di rondine”. Mio padre dunque rischiava veramente grosso se avessero scoperto il suo tentativo di bluff, ma il suo capolavoro risultò talmente perfetto che fu ammesso ai primi posti in graduatoria per essere inviato alla fabbrica di armi… e fu lì che infatti andò…»

Giuliano Cenci

Un ricordo del nipote Alessandro Cenci

Un’ultima domanda: Suo nonno Guido in che veste ha collaborato, che cosa ha fatto per Pinocchio?
Mio nonno Guido era, diciamo, un “manovale”, nel senso che, chiaramente, lui dava il suo aiuto per quanto riguarda appunto la realizzazione di apparecchiature meccaniche; quindi lui era, come persona, molto capace di tutto ciò che era l’attrezzistica, motivo per cui ha aiutato mio padre nella realizzazione delle apparecchiature delle macchine…

Lui che cosa ne pensava di questo film su Pinocchio?
Ma, onestamente, non ho mai avuto, purtroppo, la fortuna di intavolare una discussione con mio nonno su questo aspetto… però era una persona molto semplice mio nonno, e quindi certe cose gli passavano sopra… no, lui non si preoccupava di quello che poteva essere considerato in seguito…. Era una persona che ha sempre vissuto alla giornata e quindi non aveva grandi mire di realizzare chissà cosa… la sua aspettativa era quella di cercare di vivere il più tranquillamente possibile, anche perché, nella sua esistenza, ha avuto diversi passaggi di fasi diverse… lui andava avanti per la sua strada… fra l’altro, anche se ha letto quella che è stata la testimonianza di mio padre e le vicissitudini con mia nonna, insomma, sono state abbastanza difficili a quell’epoca… e lui le ha vissute molto – onestamente devo dire – molto serenamente…
da La Ripresa di Pinocchio: Intervista a Alessandro Cenci


Guido Cenci, in «Ricordi di storia familiare», di Renzo Cenci

Mio padre, da giovane era stato un bravo fabbro meccanico. Ora era dipendente comunale alla ricerca di fughe dell’acqua potabile dalle tubature rotte. Un giorno, all’asilo mi chiesero: “che lavoro fa tuo padre” risposi immediatamente “il ferraiolo”. Non convinte le suore, lo chiesero a mia madre, che chiarì la cosa aggiungendo: forse ha detto così, perché lo vede spesso fare dei lavori in casa con il ferro, e tutto finì con un sorriso.
Come ho già detto, mio padre da giovane era un bravo fabbro meccanico. Da militare, nella prima guerra mondiale, era stato assunto nelle officine militari a Terni dove fabbricavano le armi per il fronte. Dopo il militare, prima del lavoro all’acquedotto, aveva fatto lo spaccapietre. Poiché quando non esisteva l’asfalto, venivano ammucchiate lungo le strade sterrate, le pietre dei fiumi; quelle pietre tondeggianti perché rotolavano nel letto dei fiumi sospinte dalle acque. Chiunque non avesse un lavoro, poteva mettersi a spaccare quelle pietre, fino ad una certa misura, che un caposquadra di zona, dipendente dal Comune indicava loro.
Questo lavoro veniva pagato “un tanto al metro cubo” di materiale spaccato. Poi quelle pietre spaccate venivano sparse dagli stradini, nel fango delle strade quando pioveva, perché le ruote ferrate dei carri e dei calessi non affondassero nel pantano.
Quello che sto per dirvi, riguarda il matrimonio di mio padre con mia madre, e poi della mia esistenza e poi anche del mio matrimonio. In questi due matrimoni c’è l’imperscrutabilità dei progetti di Dio per un suo fine da Lui stabilito. A voi il giudizio.
Quando mio padre spaccava le pietre ai bordi delle strade, mia madre abitava a Varlungo, un piccolo agglomerato di case sulla via Aretina, fuori della porta daziale a Est della città. Èra ancora giovane e bella perché l’ho sempre sentito dire; andava ad imparare cucito e ricamo, per poter mantenersi e dare un aiuto in casa sua poiché a quel tempo la sua famiglia era povera. Per questo era costretta a passare dove mio padre era seduto sul monte dei sassi a spaccarli. Quando lei passava doveva subire i suoi lazzi bonari diretti alla sua bellezza poiché nel cuore di quest’uomo, anch’egli un bel giovane moro, che nel suo ambiente era chiamato “il moro del madonnone”, era attratto da lei, ma il suo galateo era orrendo, l’ambiente in cui viveva non era certo raffinato, perciò quando questa bella ragazza gli passava davanti, esternava apprezzamenti alla sua maniera; lei era molto riservata e ciò la irritava molto quando altre persone ascoltavano; tanto che non volle passar più dove lui lavorava. Per questo era costretta a fare un lungo giro, lungo la riva dell’Arno, sia per andare al lavoro, che al ritorno. […]
Il marito di Regina, Vittorio Dainelli, abitava a Settignano, vicino ai suoi cugini Dini. Uno di quei cugini, Luigi, la conobbe quando andava a trovare la sorella, si fidanzarono e si sposarono. Vissero insieme tre mesi, ma non furono latte e miele.
Mia madre quando mi raccontava quel tempo, piangeva, perché Luigi era di una gelosia che rasentana la pazzia. Mi diceva: “Se uscivamo insieme, non ero padrona di guardare i negozi, perché, se dove guardavo passava un uomo, mi prendeva per un braccio e scuotendomi mi chiedeva se lo conoscevo e chi egli fosse, in presenza dei passanti. In quei momenti, diceva: Avrei voluto esser sotto terra. Questo durò tre mesi, poi fu chiamato alle armi. Mia madre era incinta di Margherita, poco dopo gli arrivò il telegramma della morte del marito. […]
Mio padre nel frattempo, era riuscito ad entrare alla diretta dipendenza dal Comune di Firenze, ed era sempre innamorato di lei, si rivolse a sua sorella Eda, che abitava in Via S.Salvi, perché le parlasse, delle sue serie intenzioni, ma mia madre, ricordando il suo modo di esprimersi, e l’esperienza del primo matrimonio, non ne voleva sapere… Se non che, l’uomo propone, ma Dio dispone. […]
In quel tempo, essere dipendente del Comune, era considerato un lavoro solido e sicuro, bastava per vivere con dignità per quella famiglia. Mia madre, invece era certa di poter tirare avanti anche senza mio padre, poiché abitava nella casa del suocero, quindi, anche se malino, poteva tirare avanti. Ma un giorno il suocero cercò degli approcci con lei e questo la convinse al matrimonio che gli era stato offerto. Emilia accettò la proposta di Guido Cenci, coronando ciò che da sempre era stato stabilito in alto loco. Si sposarono nel 1921.

Renzo Cenci

Il Geppetto di Giuliano Cenci
di Mario Verger


«Geppetto non mi creò problemi di alcun genere: il modello era mio padre, ed a lui mi sono profondamente ispirato nel suo modo di parlare, di muoversi, specialmente in certi atteggiamenti. Solo nella barba e nei baffi si differenziava da lui; mio padre infatti non li aveva, ma per il resto erano la stessa persona. Ed a mio padre mi ispirai anche quando, nel corso della lavorazione del film, lui morì improvvisamente proprio quando mi accingevo a realizzare l’animazione della scena di Pinocchio che piange sulla tomba della fata: in quel pianto dirotto e disperato di Pinocchio è rappresentato tutto il mio dolore per la sua morte che mi colse assolutamente impreparato» (1).
Con queste parole, Giuliano Cenci, nella descrizione dell’ideazione dei personaggi, ha rievocato la persona di suo padre al quale, per stessa ammissione del regista, si ispirò per la medesima figura paterna all’interno del suo Capolavoro animato.
Il Geppetto di Cenci, sia nell’iconografia sia nel carattere, è un chiaro ed eloquente omaggio a suo padre Guido, il quale – come sappiamo – tanta importanza ebbe nella formazione artistica e spirituale di suo figlio Giuliano.
Esaminiamo ora le caratteristiche principali del Geppetto di Cenci:
Come ho detto, «graficamente ricorda lievemente quello disneyano, togliendogli, però, quell’aria di goffo vecchietto che più che un “vecchio padre” sembra un “vecchio nonno”» (2), perfetto nell’ideazione, vestito da falegname, umile ma dignitoso, in gilet e uose strette dai bottoni alle caviglie. In ottemperanza al racconto compare poco, ma nel Film di Cenci è comunque un perfetto maestro di vita per il suo amato figliolo per bontà e umiltà; ritrovato dallo stesso Pinocchio all’interno del “terribile pescecane”, Geppetto lo vediamo smagrito e con la barba lunga, come fosse trascorso diverso tempo (e l’ottima sceneggiatura ha permesso di raccontare le molte avventure attraverso un perfetto dosaggio di tempi e azioni) (3).


Lo troviamo, verso l’inizio, mentre rincorre Pinocchio sul paesaggio ghiacciato (da notare che Pinocchio, una volta ultimato, “scopre” per la prima volta il mondo saltellando, mentre Geppetto, per via dell’età, cerca di inseguirlo correndo a fatica); anche il modo di ringraziare il Gendarme mentre gli restituisce il burattino è, nei modi, umile e rispettoso; anche vedendo che la gente mormora calunniando il povero falegname, Geppetto mantiene comunque un atteggiamento di tacito rispetto verso l’autorità, perfino quando non è creduto al punto di essere condotto in prigione.
Nel babbo di Cenci non c’è mai rimprovero ma sempre speranza e viva attesa: quando fa ritorno a casa trovando Pinocchio a terra senza potersi rialzare per essersi bruciato i piedi sul caldano rovente, Geppetto lo soccorre immediatamente prendendolo in braccio ed abbracciandolo amorevolmente…
Li troviamo ancora assieme, seduti a parlare della scuola con accanto il gattino che dorme. La sequenza di scene è di estrema eloquenza: l’umiltà si esprime in silenzio; l’amore è un donare in silenzio; egli non chiede gratitudine: Geppetto non vuole ringraziamenti per gli inevitabili sacrifici, e ciò è tracciato con maggiore evidenza nelle scene accompagnate dalle note musicali di Vito Tommaso: l’azione svolta nei suoi tempi, è lenta e ponderata. Quando Pinocchio gli dice che per comperare l’abbecedario occorrono i soldi, non avendoli, Geppetto lo lascia momentaneamente solo in casa, mettendosi casacca e sciarpa al collo e tornando poco dopo, scrollandosi la neve da dosso, in maniche di camicia ma con in mano il libro di scuola. Geppetto non dà al burattino spiegazioni; Pinocchio già da subito intuisce che i silenzi del babbo ne rivelano la bontà d’animo e il sacrificio: vedendo dalla finestra la neve che cade di continuo, tanto da farsi coraggio nell’attesa del rientro mettendo a tacere i piccoli e inevitabili sensi di colpa cercando “conforto” nell’accarezzare affettuosamente il capo al gattino, che prima stava dormendo ai suoi piedi.

Al rientro, il burattino fa domande per chiedere conferma ma Geppetto, imbarazzato, è lui stesso a sua volta a non volerlo mettere in imbarazzo, tanto che Pinocchio, compreso ciò, ha uno slancio immediato abbracciando l’anziano genitore.
Geppetto lo troviamo, al cambio sequenza, quando lo veste, ritagliandogli l’abito di carta con le forbici, con espressione di sincera sobrietà nella sua umile veste, ma con dignità ed eleganza nei modi degni di un vero sarto.
Come detto, Geppetto mai fa pesare nulla al burattino: il babbo comprende sempre il figliolo, in silenzio.
Vediamo e confrontiamo: medesimo comportamento riscontrabile nell’aneddoto riguardante la “sospensione” scolastica alle scuole secondarie inflitta dall’insegnante di francese, Prof/ssa Del Fiume, al piccolo Renzo Cenci, il quale moltissimi anni dopo nei suoi ricordi di vita scriverà: «Mio padre mi era stato sempre accanto, aveva visto e udito tutto, quindi poteva giudicare da se la realtà dei fatti.
Al ritorno non fece parola, ma io compresi; egli mi aveva capito, e perdonato
» (4).
Geppetto lo ritroviamo – dopo le molte “peripezie” del burattino – all’interno del pescecane, dove, ormai rassegnato, coi resti della sua barca si è costituito perfino un angolo nel quale sembra essersi abituato a vivere da molto tempo, mentre è intento a terminare lentamente la cena, con la posata che inforca dei piccoli pesci all’interno del grosso piatto di alluminio.
E’ la giovane generazione, quella appunto del figlio, che dà coraggio all’ormai anziano padre – che ha accettato passivamente e con tacita rassegnazione una situazione, per via dell’età, troppo difficile da risolvere – e a prendere l’iniziativa per combatterla, al fine di superarla definitivamente. Ed entrambi – grazie a Pinocchio – ci riescono.
Qui Geppetto è smagrito ed invecchiato, con le maniche della camicia ampie e rimboccate; l’ultimo moccolo della mezza candela rimasta è squagliato sull’imbocco della bottiglia accanto a un fiasco di vino semi spagliato, ed ancora travi di legno – con sopra forzieri, botti e brocche ramate – infilzate a mo’ di soppalchi nel palato dell’enorme mammifero fanno da cornice; la situazione di Geppetto, da solo, è sempre e comunque di umiltà e tacita rassegnazione.
Evidentemente la crescita del burattino, dopo molte avventure, con la Fata che sottostantemente lo segue correggendogli gli errori, sta però dando i suoi frutti: non è più il babbo ad occuparsi del figliolo; qui il burattino, ancora inconsapoevolemnte ma già sulla strada del “ritorno”, gli parla fino a convincerlo a tentare l’unica via di uscita: Pinocchio lo sprona prendendolo per mano, quando Geppetto non fa altro che assecondarlo in umile fiducia, seguendolo curvo e rassegnato. Evidentemente ci voleva solo un po’ di vigore giovanile per scegliere la soluzione risolutiva, tanto che, mentre il pescecane dorme a bocca aperta, «perché soffriva d’asma» – come recita l’inciso di Rascel –, babbo e figlio, aggrappati al simpatico tonno, riescono a fuggire e a raggiungere la riva sani e salvi.

Mentre prosegue il commento di Rascel, fa da sfondo, in scena diurna, il bellissimo tabernacolo (evidentemente è prova che la Provvidenza continua insistentemente ad assisterli); anche qui, Pinocchio è richiamato dalla voce del Gatto e la Volpe – questa volta poveri e malandati davvero – quando ormai il burattino, con accanto il babbo, non rinuncia più alla buona strada intrapresa; anche quando spiega loro d’esser stato ingannato, ecc, Geppetto non fa cenno né fa domande né a uno né agli altri, ma lascia libero Pinocchio di rispondere come meglio crede…; medesima situazione quando entrano in una capanna abbandonata – ma non del tutto –, la quale è abitata dal padrone di casa: il vecchio grillo parlante; lo stesso che all’inizio del film Pinocchio aveva schiacciato gettandogli il mazzolo addosso; ma stavolta l’atteggiamento del burattino è però in buona parte maturato. «Oh, il mio caro grillino!», dice Pinocchio contento con le mani accorate verso il petto, quando l’anziano insetto gli ricorda che tale atteggiamento sarebbe meglio esser preceduto dalla richiesta di scuse e dal perdono accordato. Infatti, Pinocchio chiede perdono per il passato domandando pietà almeno per il suo povero babbo; Geppetto non interferisce per nulla ma attende le decisioni del grillo sulle scuse del suo amato figliolo, mentre, durante il dialogo tra il burattino e il piccolo insetto, estrae dalla tasca un fazzoletto col quale si soffia il naso.
Pinocchio, dopo avergli preparato un giaciglio per andare a girare il bindolo per guadagnarsi quel solo bicchiere di latte che faceva così bene alla salute del suo vecchio padre, arriva in ultimo la meritata sorpresa: dopo la trasformazione in bambino vero, Pinocchio ritrova Geppetto finalmente ringiovanito, nuovamente con la barba fatta e con un maglione a girocollo (particolare curioso perfettamente ottocentesco da un lato, molto Anni ’60 dall’altro), con la casacca e le uose alle caviglie che donano, alla sua semplicità interiore, dignità ed eleganza.
In conclusione, il Geppetto di Cenci, come figura paterna, lo troviamo nelle sue migliori qualità, quali pazienza, umiltà, tacita rassegnazione; come anche il suo incondizionato affetto è sempre espresso verso il burattino all’apice della bontà: è lui che gli dà la vita; è lui che vede i suoi comportamenti ma mai lo rimprovera; è lui che lo ama e lo perdona costantemente: in Geppetto c’è solo amore per il suo Pinocchio, nonché dolce e paziente attesa…; attesa dei miglioramenti della crescita del suo figliolo, peraltro aiutato e seguito costantemente dalla «mamma». Se questa che abbiamo tratteggiato è la figura paterna del Pinocchio di Cenci, altrettanto meriterebbe attenzione il ruolo materno, indispensabile per farlo crescere e condurlo definitivamente alla vita, in una situazione dove, congiuntamente, padre e madre, si uniscono per indirizzare al meglio il loro figlio.
Per questo… della Fata Turchina di Giuliano Cenci ne parleremo la prossima volta…

Mario Verger


Si ringrazia Alessandro Cenci per la foto di Guido Cenci

Note:

(1)
Mario Verger, Intervista esclusiva a Giuliano Cenci

(2)
Mario Verger, Un burattino di nome Pinocchio – Il Film, in The Adventures of Pinocchio – Directed by Giuliano Cenci, with an introduction by the three-times Oscar Winner Carlo Rambaldi

(3)
Mario Verger, Differenze e similitudini tra il Pinocchio di Cenci e il Pinocchio di Disney

(4)
Renzo Cenci, Ricordi di storia familiare, v.di, in Omaggio a Renzo Cenci, file di Daniela Sgambelluri

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