Albertina Rainieri Cenci

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Albertina e Giuliano Cenci, con accanto la sorella Margherita e il fratello Renzo

Un burattino di nome Pinocchio – indice dei capitoli

Albertina Rainieri Cenci
la «Fata Turchina» di Giuliano Cenci

di Mario Verger

Abbiamo il piacere di proporre un ritratto su Albertina Rainieri Cenci, da oltre mezzo secolo moglie del grande animatore italiano Giuliano Cenci, alternando i ricordi di lei, ancora ragazza e studentessa al Liceo Artistico di Firenze, col carattere iconografico, estetico e sentimentale dell’indimenticabile figura della «Fata Turchina» del Capolavoro dell’Animazione del XX Secolo, Un burattino di nome Pinocchio.
Albertina Cenci, lavorando assieme al marito Giuliano, è stata per moltissimi anni a Firenze a capo di uno dei principali studi italiani di film a cartoni animati: la
Grafilmars; lì sono nate per la Rai molte straordinarie puntate per la Pagot Film-Rever della famosa serie Grisù il draghetto, e sigle per la TV Ragazzi come L’ispettore Nasy e Ty e Uan, gli episodi del celebre personaggio di Nino e Toni Pagot Calimero, la straordinaria sigla animata del programma in prima serata di RaiUno, Buonasera Raffaella e l’annessa serie a cartoni animati su Raffaella Carrà, Lalla nell’isola di Tulla, su creazioni di Pierluigi De Mas; come ancora le animazioni su RaiUno di Quark per Bruno Bozzetto, il personaggio Mr. Hiccup di Guido Manuli per la TV Svizzera e Antenne 2, con Osvaldo Cavandoli per la serie Rai de La Pimpa di Altan. Da ricordare inoltre, sempre dei Cenci, le recenti produzioni Rai delle serie Lupo Alberto di Giuseppe Laganà e gli episodi di Cocco Bill di Jacovitti, come, per l’estero, The Triplets per la Spagna, gli episodi di Carland Cross per la Francia e le straordinarie animazioni e i lay-out per la famosa serie animata Corto Maltese di Hugo Pratt; nonché alcune fra le più incredibili sequenze dei film di Enzo D’Alò, La Gabbianella e il Gatto e Momo, Aida degli alberi di Guido Manuli e del Johan Padan di Giulio Cingoli su soggetto originale di Dario Fo, realizzate dal Maestro dell’Animazione Italiana Giuliano Cenci.
In questa intervista esclusiva, abbiamo chiesto alla Signora Cenci, felicemente sposata da oltre 53 anni, di svelarci qualche particolare aneddotico sul loro primo incontro, rendendo al contempo, un affettuoso omaggio alla figura che Giuliano Cenci ha sempre definito il suo «angelo custode».

Intervista ad Albertina Rainieri Cenci
di Mario Verger

«Sposare quella ragazza è stata la più grande fortuna della mia vita, e tutt’ora ci amiamo come quando ci siamo conosciuti». Giuliano Cenci

Signora Albertina Rainieri, da oltre mezzo secolo (53 anni per l’esattezza) lei è diventata Albertina Cenci. Suo marito l’ha spesso definita il suo “angelo custode”.
Com’è avvenuto l’incontro con Giuliano Cenci?

Inizialmente non frequentavamo la stessa classe; quando Giuliano cominciò a frequentare il liceo, io ero già in seconda, e non ci siamo mai incontrati per due anni. Per varie motivazioni fui costretta a ripetere il terzo anno, e così Giuliano ed io potemmo conoscerci frequentando la stessa classe; lui era abbastanza simpatico ma per me era solo un semplice compagno di scuola. Oltretutto, quando immaginavo un ipotetico marito, lo pensavo molto più grande di me tanto da poter essere sufficientemente “protettivo”, e questa caratteristica non corrispondeva certo a Giuliano che, da questo punto di vista, era effettivamente troppo giovane (solo 17 anni!).

Cosa la colpì inizialmente di suo marito Giuliano?
Fino da principio apprezzavo in Giuliano un carattere serio e posato risultando in effetti molto più maturo della sua età. Certamente era anche molto gentile, ed era anche un bel ragazzo (sono certa che avrebbe potuto fare strada anche come attore) tanto che molte ragazze, comprese diverse compagne di scuola, erano veramente innamorate di lui.

Com’era Giuliano Cenci da ragazzo, al liceo?
Giuliano era senza dubbio riservato e piuttosto schivo; era anche capo classe, ma questo compito (che lui non gradiva) faceva di tutto per svolgerlo senza che potesse renderlo antipatico agli altri, insomma, non se ne vantava e non se ne approfittava. Lui era senz’altro amico di tutti, ma non tutti gli erano veramente “amici”…

Suo marito è un bravissimo disegnatore di film d’animazione ma è anche un bell’uomo. Era un tipo che piaceva alle altre compagne di classe, oppure a lui non piaceva mettersi in “mostra”?
In parte a questa domanda ho già risposto al punto 2, ma posso aggiungere non solo che a lui non piaceva mettersi in “mostra”, ma non gradiva neppure quelle ragazze (ce n’era più d’una) che letteralmente lo “assediavano”; sotto un certo punto di vista lui era un po’ all’antica nel senso che in materia d’amore, per i suoi principi, doveva essere l’uomo a dichiararsi alla donna e non viceversa!

E poi, visto che vi siete uniti in matrimonio, diventando marito e moglie, chi è stato il primo fra voi a fare il primo passo cioè a “dichiararsi”?
In linea con i suoi principi, ovviamente fu lui dichiararsi, ma essendo molto timido specialmente nei miei confronti (temendo un rifiuto), lo fece con un “bigliettino” che mi fece trovare sul “cavalletto” durante una lezione di disegno dal vero. Io, per non essere da meno, gli risposi con un altro bigliettino per comunicargli che “forse” avrei preso in considerazione la sua proposta più in là, nel tempo, ed in particolare gli scrissi (letteralmente): «…quando non sarai + un ragazzo». Quel biglietto però non glielo consegnai subito, anzi, non glielo consegnai affatto perché mi dispiaceva farlo soffrire. Lui però aveva visto che io “scrivevo” e si era immaginato che quella era la risposta, così, sia pure con garbo, insisté per avere il biglietto. Visto che ormai lo aveva scoperto, non seppi fare di meglio che tirare fuori di tasca quel foglietto e lo strappai in tanti minutissimi pezzetti che gettai nel cestino della carta straccia. Giuliano allora, che era rimasto assai male immaginandosi un rifiuto, fece una cosa che non mi aspettavo; attese la fine della lezione, poi vuotò il cestino e raccolse tutti quei pezzettini di carta. A casa, infine, con tutta calma, ricompose il messaggio come un puzzle. A quel punto visto che per la sua giovane età lo consideravo ancora un “ragazzo”, si sentì umiliato, ma anziché arrendersi si impose di dimostrarmi che, nonostante l’età, era tutt’altro che un ragazzo! E ci riuscì benissimo, conquistando pienamente, con tutto il mio apprezzamento, anche il mio amore: un amore che dura ormai da ben 53 anni!

E vi siete sposati. Poi gli è stato sempre vicino, nei momenti belli e nei momenti difficili della vita. Ricorda un momento o dei momenti durante la lavorazione del Film su Pinocchio in cui lei è stata particolarmente accanto a suo marito?
Fu un fidanzamento lunghissimo: oltre cinque anni. C’era da “farsi una posizione” come si usava dire allora, e Giuliano si era iscritto all’Università, alla facoltà di architettura, ma poi si rese conto che per diventare architetto ci sarebbe voluto troppo tempo, e quindi si ritirò e cominciò a tentare la strada dei cartoni animati che era sempre stata una sua grande passione. Difficoltà? Ce ne sono state tantissime, anche durante la lavorazione del film “un burattino di nome Pinocchio”; non è facile tenere insieme circa 45 tecnici, dagli animatori agli altri disegnatori, gli operatori, gi scenografi, ecc. Spesso i vari reparti accusavano la produzione, ma soprattutto il regista, di disparità di trattamento o di scarsa considerazione, e sorgevano discussioni, malumori, e perdite di tempo prezioso; in tutte queste circostanze con il mio forte carattere effettivamente ho potuto essere di sostegno a mio marito che più di una volta era sul punto di “lasciarsi andare” allo sconforto.

Lei è stata fortunata perché ha trovato il marito giusto; ma anche suo marito lo è stato altrettanto trovando in Lei la moglie ideale: come disegnatore e regista di cartoni animati Giuliano Cenci è unico: nessuno era mai riuscito così bene a parlare al «cuore» dei ragazzi. E come Maestro dell’animazione lo amiamo tutti. Invece, un suo pensiero su lui come marito…
Sono felice di averlo sposato, non tanto perché difficilmente un altro uomo avrebbe potuto essere “protettivo” come è sempre stato lui, ma soprattutto perché, dopo tanti anni di matrimonio non c’è assolutamente quella sorta di “stanchezza” della routine che caratterizza tantissimi matrimoni rendendo “piatta e soffocante” la convivenza; al contrario noi troviamo sempre qualcosa di cui parlare, diversi motivi di conversazione, ed anche, inevitabilmente, motivi di attrito perfino con qualche litigio, poi con comprensione e buona volontà vengono risolti in breve tempo. Soprattutto, e questa è la cosa più importante (specialmente nei momenti di maggiore sofferenza e difficoltà), sentiamo sempre il bisogno “fisiologico” di dirci reciprocamente: “ti voglio bene…”.

La «Fata Turchina» di Giuliano Cenci
di Mario Verger

Dopo aver, nel precedente articolo, tratteggiato la figura del padre Guido al quale il figlio Giuliano si ispirò per la figura di Geppetto, il «babbo» di Pinocchio, passiamo ora ad esaminare il ruolo di «mamma», che più propriamente in Un burattino di nome Pinocchio si esprime nella «Fata Turchina», chiaramente ispirata a sua moglie Albertina.
Giuliano Cenci, riguardo l’ideazione della Fata Turchina, ha scritto, «La fata, per esempio, fu abbastanza facile perché secondo me non poteva presentarsi secondo lo stereotipo di una fata classica con tanto di bacchetta magica; doveva essere piuttosto una mamma, anche se con qualche “dono magico” in più, ma, del resto, quale mamma non è capace di “magie” dettate dall’amore materno?» (1).

Vediamo che già nella prima scena si accenna, come in una celestiale visione, al suo ruolo di «angelo custode»: un’«apparizione», tanto che la Fata compare e poi scompare in fondù. In preciso prospetto col volto, braccia incrociate al petto e mani congiunte, «richiamando chiaramente i tratti dalla Madre di Gesù, così come è sempre stata rappresentata nella tradizione della pittura italiana» (2).
L’introduzione al personaggio è cauta e lenta, supportata, oltre dal commento di Rascel, dall’eccezionale mimica delle azioni con Pinocchio che chiede invano aiuto facendole presente, mentre si volta all’indietro, di essere inseguito dagli «assassini» che vogliono rubargli i cinque zecchini d’oro.
Questa sequenza, con la drammaticità della sceneggiatura e della musica accompagnata dalla voce narrate di Renato Rascel è veramente un eccezionale capolavoro d’arte: non solo la palazzina con le sue varie prospettive ad ogni cambio scena e sfumature pittoriche e tonali che perfettamente la descrivono ma anche, di seguito, l’enorme quercia (si noti l’effetto della lenta ed accurata animazione dei molteplici rami frastagliati che lentamente si agitano a causa del vento di tramontana, realizzati su acetato e inseriti a perfezione a registro sulla scenografia sottostante senza che ci si accorga dell’inevitabile differenza fra fondino e celluloide, risolvendola grazie al perfetto gioco architettonico e scenografico di ombre proprie e portate).

Ma Pinocchio deve imparare la lezione anche se, evidentemente come una mamma, la Fata ha compassione di lui, affacciandosi nuovamente alla finestra e battendo per tre volte le mani (in ottemperanza al Collodi) quando un grande falco vola sul davanzale, provvedendo immediatamente a liberare il burattino nel frattempo appeso al ramo più alto della grande quercia, per accoglierlo amorevolmente nella propria casa (con l’ottimo commento di Rascel e la musica di Tommaso che ponderano l’introduzione alla figura della Fata).
Al cambio sequenza Pinocchio lo troviamo a letto con la febbre, mentre fa i capricci per prendere la purga; notasi qui, i movimenti realistici della Fata – coi relativi controcampi del burattino – ottenuti attraverso l’ausilio del Film-Guida di cui precisò Italo Marazzi che quando venne integrato nell’équipe «le scene al Rotoscopio erano state già impostate: alcune riguardavano Geppetto e la Fata, e questi due personaggi li curava completamente Giuliano» (3).

Qui Cenci, attraverso l’ausilio del Rotoscope, interpretato da una delle sue animatrici, Valeria Pronti – la quale recitò precedentemente nel girato dal vero dietro le indicazioni registiche dello stesso Cenci –, dà vita ad alcune delle sequenze più straordinarie del Film: la Fata non si scompone minimamente ai pretesti di Pinocchio per non prender la medicina, anzi, simpaticamente li asseconda nonostante che le bugie del piccolo burattino, agli occhi di un adulto, abbiano veramente… le gambe corte.
E’ interessante notare che, dopo la prima metà della sequenza coi movimenti ponderati e realistici della Fata ottenuti dapprima al Rotoscope, si «aggancia» ad essa un’altra breve scena – perfettamente amalgamata al resto nel montaggio e nel sonoro – nella quale Pinocchio vedendo entrare i conigli s’impaurisce, con la Fata Turchina disegnata senza il sottostante Film-Guida, lievemente più magra, con le sopracciglia più accentuate ed il contorno degli abiti più marcato: scena, come le relative successive, tratte dal «Trailer» che Cenci realizzò in proprio qualche anno prima per la presentazione del Film alla presenza dei futuri finanziatori, supportato da Corrado Mantoni.
Scena questa, della quale venne pubblicata un’immagine – come altre del Trailer – sulla rivista «Oggi» (4), in uno straordinario articolo a quattro facciate interamente dedicato alla nascita del Capolavoro dell’animazione italiana, a firma della giornalista, sorella di Oriana, Neera Fallaci.

Inquadratura cui fa seguito l’entrata in marcia dei conigli, con Pinocchio impaurito che, bevendo velocemente la purga, fa una simpatica espressione di disgusto roteando all’indentro gli occhi (con la più semplice e deliziosa pulizia grafica inerente alla miglior tradizione dell’animazione italiana).
Un blocco di sequenze dal gusto più semplice e meno sofisticato nel disegno ma artisticamente altrettanto valido ed eccezionalmente ben legato al resto per via del montaggio e delle voci.
Da notare ancora che, sia per quest’ultimo blocco di scene, come anche per le prime supportate dal Film-Guida, le quali vanno a completamento dell’intera sequenza, le relative celluloidi sono state tutte montate su fondini scenografici dallo stile lievemente differente da quello consueto; c’è quindi da supporre (prima parte col Film-Guida, seconda parte senza) che la prima parte sia stata ridisegnata successivamente in modo più elaborato, girando nuovamente e per intero le celluloidi definitive sui precedenti fondali, anche in ottemperanza al labiale, visto anche che le animazioni definitive al Rotoscope della Fata vengono ad adattarsi alle scenografie dallo stile ben differente da quello abituale di D’Angelo e Scortecci (vedansi, ad esempio, in questa sequenza i pomelli del letto ellittici e schiacciati; come anche alcune travi in legno che compaiono nella stanza; come ancora il tappeto rosa meno particolareggiato e privo delle consuete ottocentesche decorazioni, ecc): a vederlo, sembrerebbe più il simpatico interno della casetta del bosco di Biancaneve che la lussuosa ed elegante palazzina della Fata, così come appare, in esterno prima e in interno poi, nel restante del Film (molto diverse le scenografie rispetto a quelle successive del cambio sequenza ma ugualmente affascinanti proprio per la loro eterogeneità), e ciò dimostra come le intenzioni iniziali del regista, nel corso della definitiva realizzazione, sono state portate su un piano di maggior complessità estetica.

A Pinocchio ad ogni bugia si allunga il naso, la Fata lo osserva quasi divertita quando, battendo le mani, una misteriosa ma simpaticissima serie di uccellini dagli accordi tonali, perfino un po’ scherzosi e irreali, seguendo due diagonali incrociate entra nella stanza. Scherzosi sì, ma anche un po’ realistici e “fatati” visto che una volta accorciato il naso a Pinocchio essi scompaiono nel nulla in dissolvenza incrociata. Qui Pinocchio inizia a comprendere l’affetto della Fata e ad intuire che proprio lei è stata a mandarli, tant’è che, intuendo ciò per la prima volta commosso, tende a dirigersi velocemente verso la donna ringraziandola affettuosamente sotto il toccante motivo d’accompagnamento musicale di Vito Tommaso.
Ma ancora l’affetto non è definitivo, Pinocchio non prende troppe confidenze, mentre la Fata, restando signorilmente seduta al suo posto, lo accarezza amorevolmente e con affetto proponendogli di rimanere per sempre lì con lei…
Il burattino trovandovi finalmente l’affetto di una mamma comincia ad esser perfino più altruista chiedendole del babbo: la Fata evidentemente conosce la situazione assicurandogli perfino di averlo già avvertito e tutto sembrerebbe concluso al meglio, tanto che Pinocchio preferisce andargli incontro… (chiedendo quasi, ormai con l’espressione di un figlio, il permesso alla Fata, visto che ormai la vede quasi come una mamma). Ma, come si sa, se le buone intenzioni non sono seguite dalle azioni, di fatto esse rimangono intenzioni… Pinocchio, ovviamente, non riesce a mantenere la promessa – e troppo tempo dovrà ancora trascorrere – e così, successivamente a diverse peripezie, dopo il campo dei miracoli col Gatto e la Volpe ed il volo di notte col Colombo, il burattino si risveglia all’alba sulla riva della città delle api industriose.

Lasciamo il discorso sulla straordinaria cittadina e i suoi operosi artigiani con la loro bottega su strada: qui Cenci descrive la sua splendida Fata con tutt’altro abbigliamento: una semplice donna (come non ricordarsi della figura della Samaritana nel Vangelo di Gesù?), perfetta a dir poco nel vestiario ricco di innovative ideazioni grafiche e di stupendi accordi di colore: senza indossare gli abiti turchesi è esattamente lei, eppure è diversissima. Un’incredibile ottemperanza al testo classico di Collodi, che finalmente spiega, corroborato delle eloquenti immagini, come abbia fatto il burattino ad incontrare la Fata senza averla sin da subito riconosciuta.
Straordinarie anche le prospettive cinematografiche, fra Pinocchio al pozzo che beve con il mestolo, guardando verso su con l’inquadratura dall’alto; e l’imponente ma materna figura della Fata, dal basso all’alto, la quale guarda dirigendo lo sguardo all’altezza del piccolo burattino. Un incrocio di «soggettive» cinematografiche realizzate perfettamente ad «arte».

Come anche la psicologia dei personaggi in funzione dei tempi cinematografici e della sceneggiatura: straordinario quando Pinocchio tolta la sete, coi capricci di un bambino, cerca di “impietosirla” a colmare gratuitamente anche la fame. La donna sapendo che tutto non può essere dovuto, gli propone di aiutarla a portare la brocca sino a casa, allettandolo con un gustoso pranzo; e ottime ed azzeccatissime le espressioni di Pinocchio il quale, ancora incerto, si toglie persino il berretto grattandosi il capo nell’attesa di prendere la giusta decisione, visto che in ultimo la Fata, non ricevendo risposta, gli assicura anche un bel confetto pieno di rosolio! Fin quando, allettato soprattutto dal confetto, il burattino decide di aiutare la Fata (come per dire: impara a guadagnarsi da vivere).
Finito di mangiare, mentre la semplice ma dignitosa donna asciuga e pulisce un vassoio d’allumino, Pinocchio la osserva cominciandola a riconoscere, e lei, intuendo, si lascia tranquillamente osservare…
Il tempo è trascorso, ma la Fata continua insistentemente a vegliarlo. Come detto, infatti, «Il testo è quello di Collodi: quale sceneggiatura e dialoghi migliori di un capolavoro della letteratura italiana poteva scegliere Giuliano Cenci, avendo a fianco avendo a fianco Mario e Antonio Lorenzini, nipoti dello scrittore? Ma l’ideazione drammatica della recitazione dei personaggi è completamente di Cenci, che senza alterare quasi una virgola nei dialoghi ha visualizzato nella maniera migliore un capolavoro che fino ad allora poteva solamente essere letto.
Pinocchio, gettandosi ai piedi della Fata e piangendo, la supplica di farsi riconoscere e le sue lacrime toccano il cuore della donna, la quale, tramutandosi nel suo vero aspetto, lo solleva con fatica in braccio dicendogli “birba di un burattino, sicché ti sei accorto che sono io?”. La Fata è sempre pronta a concedergli “un’altra possibilità” e si commuove sempre per i sentimenti sinceri del burattino che però, suo malgrado, non rimane a lungo nella retta via»
, e questa è una delle sequenza più interessanti e straordinarie dell’intero Capolavoro dell’Animazione Italiana.
Nella Fata, l’affetto è costante, il riconoscimento dell’affetto stesso avviene attraverso la costanza e l’impegno. Ma bisogna comunque tener sempre presente che il riconoscimento dell’affetto viene comunque ad essere sempre supportato dal sottostante e continuo amore materno.
Una mamma che non “regala” niente, per la quale tutto dev’essere meritato attraverso sforzi continui e costanti… anche se, c’è da aggiungere… senza mai abbandonarlo… finché il burattino non impara. Una mamma-maestra di vita, quindi, ma con molto, molto affetto!

Come spiegato, «Il Pinocchio di Cenci non è un personaggio artefatto: la psicologia con cui agisce è completamente spontanea – seppure “disegnata a mano” – e arriva direttamente al cuore degli spettatori. Non esistono “forzature”: è “vero”, sincero, si muove, ragiona e soffre. Non si può non pensare a quando, sentendo la Fata Turchina, che gli parla sulla grande sedia a dondolo, Pinocchio poggia i piedi sul grosso guanciale muovendo le gambe con irrequietezza nonostante la ascolti con sguardo trasognato ed affabile, lungi dalle caratterizzazioni di maniera dei film di Walt Disney.
Cosa significa tutto ciò? Che Cenci ha pensato a come si sarebbe comportato un bambino vero o lo stesso burattino collodiano in tale circostanza: una certa libertà nel non essere composti nel sedere in fondo è tollerata quando si è piccoli anche perché, di contro, i mobili appaiono molto più grandi; l’agitazione di quando si è “costretti” ad ascoltare chi è più grande di noi, ed infine il comportamento sobrio e apparentemente severo della Fata, che nonostante faccia al povero burattino una giusta ramanzina, non lo giudica ma, anzi, le sue parole esprimono in realtà amore e comprensione, tanto che lo stesso Pinocchio avverte ormai di essere amato dalla dama dai capelli turchini, sentendosi ormai protetto ed in “famiglia”.
Tutto ciò è, però, semplicemente espresso in modo latente: sentimenti, psicologia, comportamenti umani, nel film di Cenci sono sempre facilmente recepiti dallo spettatore e mai forzatamente imposti. […] La Fata Turchina, a differenza di quella disneyana che ha il fascino divistico delle star hollywoodiane, è una donna dai lineamenti delicati e semplici»
, nella quale i tratti iconografici sono realistici e serafici; la lucidatura del viso è morbida e quella dei capelli è di un azzurro più chiaro come il delineo del vestito e del velo è delicato e blu.
«La Fata di Cenci è, infatti, educata, fine e composta, piena di senso materno, che è però corroborato da un’apparente severità necessaria per educarlo e farlo crescere. Per questo Pinocchio capisce che ella gli vuole bene e le si affeziona a poco a poco, tanto da piangere ai suoi piedi quando la incontra sotto le vesti di una semplice donna, che, commossa, gli accarezza il capo con affetto».
Sempre riguardo la lavorazione del Film, l’autore ha spiegato: «A coronamento del tutto un grazie particolare lo devo a mia moglie Albertina, che mi ha sempre sostenuto, sia moralmente sia tramite la sua attiva collaborazione di scompositrice e pittrice, fino dal tempo in cui eravamo fidanzati… come un angelo custode mi è rimasta sempre vicina ed ha continuato a farlo non solo durante la lavorazione del film ma anche dopo, non solo nelle gioie ma soprattutto nelle tante difficoltà della vita»5, ha scritto Cenci, ricordando l’enorme apporto affettivo della moglie, definendola in più d’un’occasione il suo «angelo custode».

Quando incontrai Giuliano Cenci per la quarta volta, a casa sua a Firenze nel 1990, dopo i primi saluti anche la moglie si avvicinò personalmente a salutarmi. Era esattamente di fronte a me e, appena mi sorrise, riconobbi immediatamente nel sorriso e nello sguardo, gli inconfondibili lineamenti della Fata Turchina. Per la prima volta in vita mia – e con mia grande sorpresa – dal “vero” e non coi capelli azzurri! Per il resto, nell’aspetto e, credo, nel carattere, esattamente come lei!
Non ci avevo quasi mai parlato telefonicamente… eppure… sembrava mi conoscesse bene – un altro paragone con la Fata – tanto che pensai: discreta e affettuosa al tempo stesso proprio come lei!
All’epoca i coniugi Cenci, aiutati dalla bravissima ventitreenne figlia Elena, stavano lavorando ad una simpatica serie di cartoni animati per la Sampaolo Audiovisivi: «Zig-Zag».
Osservavo affascinato e silenziosamente la scena, in quanto mi sembrava “realmente” di trovarmi esattamente nella stanza da pranzo della donna della città delle api industriose, proprio la medesima nella quale Pinocchio riconobbe in lei la Fata Turchina.
Sul grande tavolo avevano entrambi due visori luminosi in legno con moglie e marito intenti a finire animazioni e scomposizioni, mentre la Signora Cenci contemporaneamente controllava le pentole sul fuoco… che già dal buon odore facevano pregustare il pranzo.
Incredibile: anch’io, l’anno prima – e da sempre – mi ero attrezzato in camera da pranzo coi visori e tutto, sbaraccando poi per l’orario di colazione… quando spesso “colleghi” ed “esperti” del «settore» mi rimproveravano che preferivo disegnare in casa nonostante avessi perfino l’opportunità di allestire un mio piccolo studio; per mia fortuna non ho mai dato retta a sciocchi quanto farisaici consigli fatti di inutili formalismi… Ho sempre spontaneamente pensato: cosa c’è di meglio di disegnare assieme al genuino “sapore” di ciò che verrà servito in tavola?; anzi, l’odore della buona cucina perfino mi incentivava a disegnare al meglio!
Ma l’esempio di due straordinarie persone quali Giuliano e Albertina Cenci confermava in me ciò che già dapprima intuivo: si può essere bravi ed umili al tempo stesso senza la necessità di esteriorismi.
Ricordo ancora quando in casa Cenci il pranzo era pronto, e la Signora con garbo e forza interiore prese entrambi i visori dal tavolo riponendoli con delicatezza in un lato della stanza; notai anche uno dei disegni da lei realizzato con, al margine destro e in alto, una ‘scaletta’ d’animazione: un bellissimo ed espressivo segno a lapis (non quel tracciato spoglio di molte “mogli” improvvisate lucidatrici al servizio dei propri “mariti” animatori), e perfettamente definito e ‘ripreso’ in alcuni punti ma senza tremolii, tracciato con sicurezza espressiva e grandi slanci di forza nella modulazione del tratto che dimostravano forza di carattere e notevole bravura nel disegnare (all’epoca ignoravo che avesse anche lei studiato al Liceo Artistico).
Ma la cosa che più mi colpì, allora, era ritrovare, grazie proprio alla Signora Cenci, esattamente e per di più dal vero, l’intera atmosfera di una delle mie sequenze preferite del loro straordinario Pinocchio!
Di recente riferii a Giuliano Cenci l’osservazione che secondo una mia sensazione – la quale pensavo essere sbagliata o casuale – trovavo chiari ed espliciti riferimenti fra sua moglie e il personaggio della Fata, e lui rimase positivamente stupito confermandomi, di fatto, l’effettiva somiglianza!
Ma torniamo, più propriamente alla Fata: la ritroviamo ancora rappresentata alla perfezione nelle tavole in bianco e nero commentate da Rascel, riconoscibilissima con tutti i chiaroscuri fra panneggi e veli vari, quando a Pinocchio, diventato nel frattempo primo della classe, annuncia la buona notizia che entro breve sarebbe diventato un bambino vero promuovendo una festa coi compagni di scuola; tavole nelle quali è interessante notare il tratteggio dei capelli molto lieve tanto da farli sembrare molto chiari (una variazione chiaroscurale nell’interpretazione delle scale di grigio che dona alla massiccia ed elegante costituzione della Fata un tono più etereo e leggero).

Mentre la vediamo apparire in sovrimpressione circonfusa di luce e animata al meglio nelle sequenze finali delle quali ho scritto: «E’ sul finale, allorché Pinocchio non pensa più a “comportarsi bene” ma sente ormai il dovere umano di farlo, che Cenci realizza la sequenza più toccante del film: Pinocchio si addormenta esausto poggiando il capo sulle ginocchia in modo scomodo ma esteticamente straordinario, quando la Fata compare per fargli trovare al risveglio la sorpresa che merita: non più una capanna diroccata da cui si intravedono le fessure del legno, ma una bellissima casa fine Ottocento, con gigli fiorentini alle pareti, specchi dorati ed eleganti armadi con decorati sopra delle raffinate mongolfiere.
Forse molti ricorderanno che il film si conclude, mentre incalza la musica di Rascel e Tommaso, apparendo in fondù la seguente scritta: «Questo film è dedicato ai ragazzi di tutto il mondo, e a quegli adulti che, dei ragazzi, abbiano conservato la semplicità di cuore, il senso di giustizia, e lo spirito di fraternità». Cenci non ha dedicato il suo film a chi sa quale grande della terra per trarne sottaciuto lustro e prestigio, ma ha preferito dedicare il suo capolavoro con grande semplicità ed entusiasmo rivolgendosi direttamente al cuore dei giovani di tutte le età e di tutto il mondo»
.
Si, ma se Giuliano Cenci è riuscito a realizzare assieme agli altri componenti della sua famiglia un tale Capolavoro capace di parlare direttamente al «cuore» dei ragazzi di tutto il mondo, lo deve senz’altro anche e soprattutto al costante affetto e incoraggiamento del suo «angelo custode»: sua moglie Albertina Cenci!

Mario Verger

Note:

(1)
Mario Verger, Intervista esclusiva a Giuliano Cenci.

(2)
Mario Verger, Un burattino di nome Pinocchio.

(3)
Mario Verger, Intervista al numero 2 di Pinocchio: Italo Marazzi.

(4)
Neera Fallaci, Giuliano Cenci. Di giorno è un impiegato, di notte fa il Walt Disney, in «Oggi», n.9, 29/02/68, pp. 48 – 51.

(5)
Ibidem

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