Le avventure di un film su Pinocchio

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Un burattino di nome Pinocchio – indice dei capitoli

Proponiamo integralmente, per la prima volta su Rapporto Confidenziale, un raro scritto di Giuliano Cenci, pubblicato negli Atti del I Convegno Internazionale di Studi Collodiani, tenutosi a Pescia dalla Fondazione Nazionale «Carlo Collodi» nel 1974, due anni dopo l’uscita del Capolavoro dell’Animazione Italiana del XX Secolo Un burattino di nome Pinocchio.

A cura di Mario Verger

Giuliano Cenci

Le avventure di un film su Pinocchio

Un regista che si accinge a realizzare un film lungometraggio, sia che si tratti di cartoni animati che di ripresa dal vero, si trova spesso nella necessità di effettuare una scelta importantissima, dalla quale dipenderà, in gran parte, la riuscita del suo lavoro. Deve cioè decidere – in particolar modo quando non si tratta di opera espressamente scritta per la versione cinematografica – se il soggetto prescelto per il film dovrà essere portato sullo schermo senza sostanziali modifiche – tranne quelle indispensabili ai fini della sceneggiatura – oppure se sia invece più opportuno considerare il soggetto in questione solo come un pretesto per fare, in realtà, un film che sostanzialmente può essere anche notevolmente diverso dall’opera originale cui il soggetto è ispirato; in questo secondo caso potrebbe assai meglio riscontrarsi il tocco personale, se non addirittura «geniale» del regista, che può così trovare il modo di «comunicare», attraverso il suo lavoro, qualcosa di nuovo.
Tenendo presente questo concetto, ad esempio, diventa possibile utilizzare un’opera di quasi cent’anni fa – quale Le avventure di Pinocchio – per mettere in rilievo perfino aspetti della vita e della società attuale, o cercare di rendersi personale interprete delle intenzioni – per la verità spesso assai ben «nascoste» tra le righe di un libro – che possono avere spinto un autore come il Collodi a scrivere la sua opera. Così hanno fatto diversi autori di films, tra cui, tanto per restare fra le più recenti versioni del Pinocchio, il mio ben più illustre collega Comencini.
Pertanto, al fine di non deludere lo spettatore che, assistendo alla proiezione del mio film Un burattino di nome Pinocchio, cercasse di trovarvi una mia originale e personale versione del racconto collodiano, tengo a precisare che la mia scelta l’ho operata nel senso della prima delle due possibili direzioni sopra citate. Il mio film su Pinocchio, quindi, è solo una riduzione cinematografica delle avventure del celebre burattino, così come sono state scritte e pubblicate con tanto successo in tutto il mondo.
Le considerazioni che mi hanno spinto ad una tale scelta, nonostante il personale impulso a fare qualcosa di diverso, sono state molteplici. Ma almeno tre, in particolar modo, sono state determinanti. Anzitutto la validità del soggetto, così come è stato scritto dal Collodi, grazie alla quale da molti decenni Pinocchio è uno dei libri maggiormente venduti nel mondo e ancora oggi non ha perduto questa posizione di privilegio. Vi è stata poi un’onesta auto-valutazione della mia personale notorietà come regista; da oltre un ventennio faccio del cinema pubblicitario ed ho una vastissima esperienza cinematografica ma, in tale campo, è praticamente impossibile farsi un «nome» presso il pubblico. Sulla base di questa considerazione è evidente che ben difficilmente avrei potuto reperire il capitale – assai cospicuo – per fare il mio film, qualora questo, allontanandosi nella sostanza dal racconto originale e non potendo portare a sostegno di ciò il nome di un regista di chiara fama, avesse inevitabilmente, implicato il rischio di uno scarso successo. A questo punto, infine, non potevo sottovalutare anche il fatto che nessuno, prima di allora, aveva fatto un film che portasse sullo schermo, nella sua sostanziale integrità, la vera storia scritta da Lorenzini. Colmare questa lacuna, per un regista nella mia situazione, poteva anzi costituire una possibile promessa di successo.
La scelta da me effettuata, tuttavia, non deve indurre a pensare che il compito di realizzare il film fosse meno difficile – e non solo tecnicamente, trattandosi di cartoni animati – in quanto era assai arduo rendersi buon interprete della trasposizione cinematografica di un libro tanto conosciuto, restando fedele a quelle immagini al tempo stesso «chiarissime» e pure «molto vaghe» (in quanto prive di contorni definiti) che da tanto tempo si sono ormai formate in quello «schermo» ben più difficile e imponderabile qual è la mente umana, attraverso la lettura di un libro che, sia pure corredato di alcune famose illustrazioni, lascia sempre però il più ampio margine di possibilità alla libera fantasia del lettore, soprattutto quando – come nel nostro caso – chi legge è un ragazzo. Ecco quindi la prima vera grande difficoltà di avere scelto la soluzione apparentemente più semplice: riuscire a fare una serie ininterrotta di immagini «ben definite», la cui durata di proiezione è di quasi due ore, e riuscire a «non deludere» lo spettatore, adulto o ragazzo, quando questi, inevitabilmente, nel buio della sala, avrebbe confrontato quelle immagini così precise con quelle aleatorie ma pure ormai profondamente precostituite nella sua fantasia. A lavoro finito, visto il favore che il mio film ha incontrato presso il pubblico di ogni età, posso dire di aver risolto il problema in modo sufficientemente valido, tanto che ricordo come uno dei migliori apprezzamenti il commento che uno spettatore (adulto) ha fatto dopo aver assistito alla proiezione del film: «queste immagini mi hanno riportato alla fanciullezza; esse corrispondevano esattamente a quanto, di Pinocchio, era rimasto nella mia mente di bambino».
Altra grave difficoltà era di riuscire a contenere entro un ragionevole limite di tempo di proiezione un racconto che, per ricchezza di contenuto, rischiava di portarmi a fare un film di lunghezza notevolmente superiore; i tagli, indispensabili, dovevano essere apportati in modo da non alterare la fluidità della narrazione e, tanto meno, la integrità della sostanza.
Anche in questo caso i consensi del pubblico sono stati molto positivi e posso dichiararmi abbastanza soddisfatto, anche se, trattandosi di un’opera prima, personalmente riscontro nel film qualche carenza, tuttavia forse giustificabile da chi conosce un po’ da vicino cosa significa realizzare un lungometraggio in disegni animati di tale durata. In Italia non sono molti i disegnatori in grado di fare animazione di tipo «disneyano», cioè un genere di animazione fluida, molto morbida, priva di «scatti» nei movimenti.
Altro difficile compito era la necessità di mantenere una «uniformità grafica» dall’inizio alla fine del film, specialmente considerando il lunghissimo periodo di lavorazione previsto – oltre 6 anni, senza considerare altri due anni precedentemente dedicati alla sceneggiatura ed altri preparativi – ed un’équipe di oltre 35 tecnici, tra animatori, scompositori, lucidatori, coloritori, scenografi, operatori. La soluzione di questo problema è stata ottenuta, paradossalmente, proprio allungando al massimo limite sopportabile il tempo di lavorazione, in modo da non mettere insieme un così consistente numero di persone prive di indispensabile «affiatamento». Perciò ho ritenuto opportuno partire con i pochissimi tecnici già affiatati di cui potevo disporre, ed aumentarne gradatamente il numero onde consentire che ogni nuovo elemento venisse inserito nell’équipe nel modo più idoneo.
Non è cosa semplice quando si tratta di cartoni animati, accontentare gli amanti dei dati statistici. La domanda che più spesso ricorre riguarda il numero dei disegni che sono stati necessari per realizzare il film. Per capire che la risposta non può mai essere precisa bisogna considerare che ogni «disegno» che viene ripreso su ogni singolo fotogramma del film, in realtà può essere composto anche da moltissimi personaggi che si muovono contemporaneamente con movimenti diversi (come ad esempio nella scena del gran teatro dei burattini); si comprende così che il termine «disegno» ai fini di stabilirne il numero ha, nel nostro caso, un significato molto impreciso. Inoltre si deve anche considerare che i disegni fatti su carta di animazione devono poi essere «lucidati» su uno speciale materiale trasparente detto sic-cartoon e poi colorati; ciò comporta, inevitabilmente, una triplicazione del lavoro. Comunque, anche se vi è l’impossibilità pratica di poter esattamente definire il numero dei disegni, si può accennare, per quanto riguarda il nostro film, a diverse centinaia di migliaia, tanto che per archiviarli sono occorse oltre 200 cassette  delle dimensioni di cm. 60 x 40 x 25.
Il film, prodotto dalla Cartoons Cinematografica Italiana S.R.L., ed oggi di proprietà della ALPI FILM S.p.A., è stato girato in eastmancolor, passo 35 mm., ed ha la lunghezza di 2710 metri.
Il finanziamento, per la maggior parte, venne fornito da fiorentini: operai, impiegati, professionisti, tutte persone non esperte di cinema, le quali entusiasmate all’idea della produzione da me lanciata dopo aver realizzato a mie spese un piccolo quantitativo campione di film, investirono nell’impresa buona parte dei loro risparmi. Altri, nella loro qualità di tecnici collaboratori, investirono nell’affare la loro prestazione d’opera.
Nel 1971 la Titanus si interessò vivamente al nostro film richiedendoci l’esclusiva della sua distribuzione in tutto il mondo.
Purtroppo, perché non offriva il cosiddetto «minimo garantito» – formula questa che in realtà non garantisce niente, essendo solo un piccolo acconto anticipato sugli incassi del film, a garanzia di un «minimo» recupero di capitale nel caso che il film non dovesse incontrare il favore del pubblico – le persone cointeressate, non esperte di cinema, preferirono affidare la distribuzione del film agli «indipendenti regionali» (che offrivano detto minimo garantito).
Ciò ha implicato una uscita del film non contemporanea in tutta l’Italia, uno scarsissimo «lancio» pubblicitario, e, conseguentemente, per giungere al recupero del capitale impiegato, occorrerà un arco di tempo molto più lungo del previsto. A causa di ciò la nostra Società, almeno per il momento, è stata costretta a non procedere alla vendita del film all’estero, nonostante si sia già manifestato un certo interessamento da parte di alcuni Paesi (1).

Giuliano Cenci, «Le avventure di un film su Pinocchio»

Collegamenti

Sito della Fondazione Nazionale «Carlo Collodi»

Note

(1)
Giuliano Cenci, da «Le avventure di un film su Pinocchio», Estratto da «STUDI COLLODIANI – Atti del I Convegno Internazionale, Pescia, 5-7 Ottobre 1974», Fondazione Nazionale «Carlo Collodi», Pescia, 1976, p. 127-130

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