Jurij Norštein

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Yozhik v tumane (Hedgehog in the Fog, 1975)

Jurij Norštein il Poeta

Durante il Giubileo, Mario Verger è stato nominato come unico animatore italiano in giuria al MatitaFilmFestival, avendo l’onore di affiancare il Presidente Jurij Norštein, considerato unanimemente il Maestro dell’Animazione All Time, assieme ad altri esperti di calibro internazionale quali: Phil Mulloy, il famosissimo artista anglosassone; Jayne Pilling, l’esperta inglese di fama internazionale, Direttrice del British Animation Awards, Membro del comitato organizzatore del Museo di Annecy, Tutor nelle attività accademiche del Royal College of Art; in rappresentanza del Cal Arts (California Institute of the Arts), la prestigiosa scuola di animazione fondata nel ’61 da Walt e Roy Disney, Maureen Selwood, docente presso la prestigiosa scuola; Maria Vasilkovsky, l’americana di origine russa, allieva della celebre artista americana del National Film Board Caroline Leaf, autrice di straordinari filmati di pittura su vetro.
Inoltre, curata da Mario Verger, in quell’occasione unica fu promossa la “Personale” su Bruno Munari e Marcello Piccardo, e l’Anteprima de «Il Nano e la Strega» il lungometraggio cult del grande Gibba.

Mario Verger sta ora per pubblicare un insieme di ricordi inediti e biografici sui pionieri del cinema di animazione internazionale nonché incontri con celebrità mondiali nel volume «Mario Verger – An Italian Original».

«…In questo volume, il cui titolo di difficile impegno mi è stato donato da Luca Raffaelli, descrivo gli incontri, avvenuti apparentemente in circostanze del tutto casuali, con personaggi e autentiche celebrità internazionali che mi hanno indicato la strada da seguire, come: il mio primo cartoon per la Rai con Ambra; l’incontro al Babington’s con Moana Pozzi poco prima della scomparsa della Diva dell’Hard; con Lady Tina, protagonista di una notte di “Fuori Orario”; insieme al celebre arcivescovo-esorcista Mons. Milingo; la simpatia a Berlino del Presidente Silvio Berlusconi; l’apprezzamento di un politico internazionale come Giulio Andreotti; inoltre: la ‘benedizione’ giovanile avuta ancora adolescente da Federico Fellini; a Blob accanto a due geni della televisione italiana quali Marco Giusti & Enrico Ghezzi; i due incontri col Maestro Bruno Bozzetto per l’introduzione al mio libro sulla storia dell’animazione italiana; in giuria accanto al Presidente Jurji Norštein; assieme all’ex dei Beatles Paul McCartney; con la figlia di Charlot Geraldine Chaplin; l’incontro con l’erede di Saint-Exupery; il pranzo ‘spirituale’ alle Tre Fontane assieme a Lola Falana; la conoscenza fortuita con Naomi Campbell; il Primo Premio ex-aequo con Jennifer Lopez; il progetto con la nipote del Mahatma Tara Gandhi; la sequenza surrealista con Jose Van Roy Dalì figlio del celebre Salvador; e tantissimi altri, nonché la straordinaria Udienza avuta con Papa Wojtyla, anch’Egli protagonista di un mio film d’animazione, che mi ha accolto come il primo regista di cinema d’animazione ricevuto da Sua Santità Giovanni Paolo II».

Mario Verger con Jurij Norštein

da «Mario Verger – An Italian Original»
Introduzione di Mario Pintus

THE ART OF MARIO VERGER

Total artist, interpreter of a composite reality who prefers a disillusioned representation of society, Verger is both playful and irreverent at the same time, according to a clear, creative process to which, surprisingly, we fall prisoners.
Such is the ability of the author to create a dialogue with photo frames, weaving together the most diverse techniques and adapting them to the tempting creation of an animated tale, that it comes quite naturally to overlook his weaker moments, as it does to overcome the discomfort of the exasperated crudeness of some of his images or to bear with his self-celebrations which have the sole aim of provoking the viewer. And so, when the editing of his Chinese boxes is complete, everyone agrees about Mario Verger.
Maybe because of his particular graphic stroke, first static then feverish, but always sharp, aimed at the uplifting search for chromatic combination; probably because of his most personal intuition for editing sound tracks to back up the images; and certainly because of the ease – and heedlessness – with which he deals with subjects which others would carefully avoid.
So that, even though they are not particularly numerous, his works stand out right from the beginning for the variety of themes and the quality of techniques. Interpreting the truest essence of film mechanism, the artist captures the notion or the custom to present it in its singularly characterised animated version: happy-go-lucky and reckless in ‘Ambra’, morbid and mocking in ‘I Remember Moana’, exotic and courteous in ‘Milingo’, accurately effective in its social imputation in ‘Tina’.
And yet these most diverse connotations are only a marginal aspect of Verger’s personality, which abandons provocation and develops a new figurative approach in ‘Planet 0’, a tribute to Japanese anima in which the manipulation of the film is enriched by the effective texture of the colours and the strokes. Then he changes the picture, going back to the immobile quality of the image and to the delicate tale in ‘L’Egoista buono’; here again he overturns the rules of narrative, using imaginative whiplashes to give us glimpses of political life with “Giulio the Star”, as the author himself likes to call him, or “the Workman President” responsible for the most radical political change in recent years, , as protagonists. ‘Berluscomic’ is in fact the latest countercheck of his ironic tone, effective and disarming. On the basis of a suggestion of luminous synthesis the author plays freely with the most prominent political actors in the Italian puppet theatre; leaving no-one out and e keeping everyone happy with enjoyable but biting emphasis.
But the desire not to shy from any challenge, to be interpreted as the anxiety to make a meticulous comparison with complex figures, leads our tireless manipulator of images to cross with Pier Paolo Pasolini’s anguished end. In the short film ‘Pasolini requiem’, dedicated to the controversial poet of «Mamma Roma» and of «Salò», the smile then gives way to crude intimate delving; a few strokes, a few meaningful combinations; to document, with respect, the fragility of the man and his exasperated solitude.
A careful observer, completely immersed in his time, the artist is also capable of showing renewed, original strength in his brave tribute to Pope Wojtyla. Humble, careful and respectful, the approach to the persona is discreet and inspired, characterised by a laborious but patient technique in becoming an illustration. And the definition takes on convincing depth in the enjoyable graphic nuances – equally precious in black and white – favouring the overflowing human and moral qualities of one of the most influential leaders of the twentieth century. But what most notably Mario Verger’s pencils, at times irreverent, have produced so far is that accurate re-discovery of the cartoons of half a century ago, with substantial and loving attention for the authors who went before him. ‘Cacasenno’ has, in fact, a romantic cleaniness, delicately codified by the inlay of shapes and colours. Confirming the fact that, if ever there were a doubt, wise and disillusioned Verger – victim of his own passion – is an intriguing total artist.

Mario Pintus – Animated film historian, co-author with Gibba of “Il cinema disegnato”


Jurij Norštein il Poeta

…Animation is not an easy road to take. Mario Verger follows this road with a quick step, observing and translating into images the sensations he gets from the world he lives in, asking for and arousing interest in his way of working, mixing as a reporter with good and bad, rich and poor, critics and poets. Among the latter, for example, Jurij Norštein

Massimo Maisetti. President of ISCA – Institute for the Study and Diffusion of Animated Film

Erano passati oltre dieci anni da quando iniziai ad occuparmi professionalmente di questo settore, avendo avuto la fortuna di assistere al tramonto della Storia del cinema disegnato del XX secolo.
Proprio non immaginavo che il destino mi avrebbe regalato un compleanno così straordinario all’interno di una “famiglia” che, come tale, consideravo sin dall’infanzia. Il fato ha voluto che compissi in quella circostanza 30 anni; un’età molto importante per un essere umano in cui si assiste ad un vero divario con la giovinezza, diventando uomo.
Durante l’estate mi arrivò inaspettatamente una telefonata da parte di Camillo D’Alessandro, l’organizzatore del
MatitaFilmFestival, per comunicarmi la nomina a membro della giuria nell’imminente manifestazione come unico rappresentante del cinema di animazione italiano. Mentre, la passata edizione era composta da nomi minori, non potrò mai descrivere l’emozione quando, subito dopo, mi disse che il Presidente della Giuria sarebbe stato Jurij Norštein, l’anziano maestro russo considerato unanimemente il “Dio dell’Animazione” e giudicato dagli esperti internazionali come uno dei più grandi maestri ALL TIME.
Oltre me, D’Alessandro aveva nominato in giuria Phil Mulloy, il noto artista anglosassone, e Jayne Pilling, l’esperta inglese di fama internazionale, direttrice del British Animation Awards; inoltre erano stati scelti anche due ‘non addetti ai lavori’ per poter dare un parere più ‘esterno’: Domenico Rosa, del Sole 24Ore, e Sabrina Mastrodicasa, una studentessa dell’Accademia dell’Arte e dell’Immagine.
Non stavo più nella pelle e ringraziai infinitamente Camillo. In seguito, visto che c’era spazio nel palinsesto, oltre ad un a “personale” da lui proposta, gli chiesi di aggiungere una retrospettiva sui film di Bruno Munari e Marcello Piccardo e di riproporre dopo trent’anni di silenzio,
Il Nano e la Strega di Gibba, ritrovato negli stabilimenti della Technicolor e riapparso da poco in cassetta nelle edicole, grazie all’interessamento di Manlio Gomarasca. Inoltre avevo chiesto a D’Alessandro di invitare ufficialmente Elio Gagliardo, che aveva prodotto La Volpe e la Lepre a Norštein nell’ambito delle “Favole Europee”, l’ambizioso progetto di fiabe animate dai maggiori artisti europei, intrapreso 30 anni or sono dal prof. Ezio poco prima della sua scomparsa.
Non avevo rivelato a nessuno che, ancora una volta, il destino era stato favorevole verso la mia immensa passione. Di Norštein avevo sentito parlare dagli allievi del Centro Sperimentale con quello snobismo che fa passare la voglia ad un artista puro di essere se stesso. Giulio Gianini, al contrario, fu il primo ad indirizzare anni addietro la mia passione verso Norštein, parlandone in maniera serena e completamente disinteressata. Volli chiedere un ultimo parere sul maestro russo al noto studioso di animazione, Massimo Maisetti, il quale aveva scritto anni prima un bellissimo saggio sul Maestro russo. Maisetti non poteva venire al Festival, ma aveva saputo della mia nomina in giuria. Quando gli chiesi che tipo fosse Norštein, rispose col suo tono raffinato ma cordiale: “E’ un poeta!”.
Rimasi in un silenzio ironico, proprio perché fin dall’inizio dell’umanità ai peggiori criminali sono sempre stati offerti gli onori della santità, proprio perché Gesù aveva detto in Giovanni, Versetti, 15,18:
«Se voi apparteneste al mondo, il mondo vi amerebbe come suoi. Invece voi non appartenete al mondo, perché io vi ho scelti e vi ho strappati al potere del mondo».
Anche Norštein, come Gesù Cristo era di origine ebrea, e anche lui come il Nazareno odiava il denaro considerandolo solo un mezzo per raggiungere il fine dei propri ideali: da diversi anni, infatti, Jurij Norštein, dopo che il suo governo vi ha visto degli intenti sovversivi, è stato osteggiato bloccandogli i finanziamenti per proseguire i suoi film. Tant’è che sono vent’anni che ha intrapreso uno straordinario lungometraggio,
Il Cappotto, ispirato al racconto di Gogol, che non è riuscito ancora a finire.
Da allora Norštein parte per seminari, presenze, convegni in ogni parte del mondo, con i cui ricavi può raggiungere unicamente un solo scopo: completare il suo sogno.
Maisetti mi chiese inoltre di salutargli Norštein e lo ringraziai.
L’antivigilia della partenza successe un fatto estremamente eloquente.
Nel primo pomeriggio dovevo andare dal dentista per un’estrazione e avevo appuntamento con la mia ragazza Monica, per accompagnarla ad una scuola alla quale doveva iscriversi. Dal dentista subii cinque anestesie nel palato, ed estratto il dente e stordito dall’intervento, mi precipitai all’appuntamento da Monica, la quale, invece, si presentò con un’ora di ritardo. Una lunga camminata a piedi per raggiungere l’istituto, ed in seguito, dolorante per l’anestesia che cominciava a svanire, una “sosta” al supermercato per un’ora. Accompagnata Monica a casa alle 21.30, esausto, la salutai per rincasare. A metà strada mi si fermò l’auto per via della benzina. La mattina dopo, stanchissimo, mi alzai all’alba, e con una tanica presa ad un distributore mi recai con un vento gelido, in bus dove avevo parcheggiato la sera prima l’auto. Arrivai dopo due ore col medesimo traffico alla Corona, per cercare la copia de
La Volpe e la Lepre. Il giorno dopo, 21 Settembre, di sera ci sarebbe stata l’inaugurazione del Festival e mi ero dato appuntamento con Gagliardo a Via Achillini nel primo pomeriggio perché Monica ed io saremmo dovuti partire in macchina con lui. Il giorno seguente tanto atteso arrivò, ma mi alzai dal letto con diverse linee di febbre e sentivo già dal mattino che la temperatura sarebbe aumentata. Non potevo credere a ciò che era successo; stava per sfuggirmi uno dei giorni più importanti della mia vita. La febbre non diminuiva. Volevo partire ma mi sentivo così male che solo il pensiero di affrontare il viaggio in macchina con Gagliardo mi avrebbe fatto arrivare al Festival per passare l’intera rassegna in albergo…a letto.
In tarda mattinata, mi telefonò Monica, da casa ai Parioli, la quale, non vedendomi arrivare pensò di chiamarmi. “Ma, stai ancora a casa?! Ti sto aspettando per partire!”
Non partiamo più. Ho la febbre alta”, aggiunsi io, incolpandola implicitamente.
Dispiaciuta per la vacanza persa, aggiunse, “Se è così non partiamo più. Ma, almeno, mi puoi venire a portare il bagaglio a casa in macchina? Stamattina sono venuta da sola e…”
Le dissi fermamente un no, dopo che aveva abusato troppo della mia pazienza e salutandola chiusi la telefonata.
Non sapevo come fare. Stava sfumando un’occasione importantissima e la febbre non accennava a scendere. Telefonai a Luciana Pensuti, che si intende di medicina e le raccontai tutta la storia. Insieme a Luciana, dai sintomi, studiammo gli antibiotici appropriati per i germi gram-negativi con le relative vitamine; lei mi suggerì un antinfiammatorio a base di ananas. Insomma, rimedi antichi, uniti alla medicina moderna.
Luciana mi chiamò diverse volte durante il giorno, interessandosi a me come se fossi suo nipote. Nel pomeriggio la Pensuti mi disse, “Questa è l’ora che le febbre o esplode o s’abbassa”; la sera, però, avevo ancora 37 e mezzo e non sapevo come sarei potuto partire. Una cosa che mi colpì molto era che, tra le telefonate ricevute per altri motivi, dai colleghi che sapevano che stavo in giuria e che Norštein ne era il Presidente, avevo visto due atteggiamenti completamente opposti: i “giovani” mi consigliavano di non andare e che si sarebbe verificata un’altra occasione, mentre i “vecchi”, che amavano questo mestiere come la loro vita, mi incoraggiavano a partire ugualmente anche con la febbre, perché non potevo e non dovevo perdere quest’occasione. Anche Fra Pino delle Tre Fontane aveva detto di partire pure con la febbre e che i colleghi erano contenti se rimanevo a Roma. Chanda, la nipotina di Milingo, stette accanto a me tutto il giorno, e capii quanto mi voleva bene, e la Pensuti mi telefonò nuovamente alla 10 di sera per chiedermi, ancora, a che punto fosse la situazione.
“Ho 37 e 3”, le dissi, “Ma domani parto comunque”.
“Guarda”, disse Luciana, “Se ti sei curato e la temperatura non è esplosa era una febbre per lo strapazzo. Sono contenta! Direi che puoi partire”. Ringraziai la Pensuti ma proprio non sapevo come, indebolito dagli antibiotici e febbricitante, sarei potuto partire dopo poche ore!
A quel punto squillò nuovamente il telefono, “Mariooo!!! Sono Gagliardo! Siamo arrivati!!! Pensavamo che fosse successo qualcosa!”, sentivo Elio, ubriaco in un sottofondo festoso, al cui appuntamento non ero purtroppo andato.
Ho la febbre, non sono potuto venire”, gridavo al Gagliardo; a quel punto intervenne all’apparecchio D’Alessandro che pensava che il mio fosse un pretesto.
“Ti chiedo scusa”, dissi, “ma stamattina mi sono alzato con la febbre, ho dovuto rinunciare all’inaugurazione per non correre i rischi di passare i giorni del Festival a letto. Domani in mattinata arrivo”.
La mattina dopo, all’alba, feci le valigie senza scordare i film, mi riempii lo stomaco con una sostanziosa colazione al Bar Italia, e finalmente, partii in auto. Al contrario del giorno prima che pioveva, era una splendida giornata e con il sole del mattino, seppur spossato dalla convalescenza, partii per la Roma-L’Aquila.
“Oggi è il 22 Settembre. Compio trent’anni”, pensavo alla guida in autostrada, “Ce l’ho fatta. Ormai ce l’ho fatta! Fra tre ore raggiungerò il Festival!”, e mi commossi pensando a tutte quelle persone come Luciana Pensuti, Chanda, Gibba, Gagliardo, le quali, il giorno prima avevano dimostrato pienamente di volermi bene. Arrivato a Guardiagrele, “il sogno” diventò “realtà”. All’Hotel Majella, trovai Gagliardo con Anna, la sua donna polacca, che nella sala da pranzo mangiavano in un tavolo da soli. “Ce l’hai fatta a venire”, disse entusiasta Gagliardo. “Vatti a fare la barba che sembri un drogato!” Notai che avevano mangiato diverse porzioni di carne, pesce, formaggio, dessert, con vino a non finire. “Perché mangiate soli?”, domandai.
“Perché vogliamo mangiare e bere bene. Gliel’ho detto qui all’albergo, paghiamo la differenza!”, disse scherzosamente Gagliardo.
“E Norštein l’ha visto?!”, chiesi io incuriosito.
“Come no? Ci ho pure litigato!”, incalzò Elio.
“Come litigato?!”, dissi io preoccupato per questioni ‘diplomatiche’.
Gagliardo, afferrando con i denti la bistecca e alzando la voce, raccontò, “Sì, perché ieri, quando mi ha visto mi ha detto, ‘Mi hai rovinato il film mettendomi quella musica. Non si può proiettare’. Cosicché ho detto all’amico che traduceva, ‘Però i 5.000 dollari che t’ho dato ti hanno fatto comodo brutto stronzo!!!’, e gli stavo per montare addosso per menarlo, solo che Anna mi ha fermato… E che? mi faccio mettere i piedi in testa da uno dell’Est!!!” (da notare che la sua donna è dell’Est). “Ma secondo me era ubriaco Norštein”, disse Gagliardo con l’occhio allucinato e paonazzo per il vino. “Stamattina mi ha salutato e si voleva sedere qua: ‘Vai!’, gli ho detto! I ‘comunisti’ non li posso vedere”, e cominciò a ridere visto che l’alcol faceva sempre di più il suo effetto. Andai in stanza e dopo una doccia ritornai, ben vestito, in sala da pranzo. Questa volta tutti i componenti del Festival erano al tavolo, e Elio ed Anna al loro continuando con i dessert. Tornai da Gagliardo che mi indicò Norštein, dicendomi di andarlo a salutare, visto che voleva star solo con sua moglie. Il mio posto era proprio di fronte al Maestro russo e mi presentai a lui, un po’ ironicamente, dandogli la mano prima di accomodarmi. Norštein non parlava inglese e tantomeno l’italiano, e quella stretta di mano per me significava un, “vede ce l’ho fatta!”, ma lui naturalmente non poteva saperne nulla. Inoltre, Norštein con la sua ‘superbia’ aveva offeso Gagliardo, che per me nell’animazione era stato come un padre. E osservando Norštein mentre mangiava dicevo fra me e me “Mah, forse ho esagerato; non capisco perché questo incontro a cui ho tanto tenuto dovrebbe essere così importante”. Mi ritornavano alla mente le parole dettemi da Maisetti, “E’ un poeta!”.

Jurij mangiava tranquillamente con vicino un certo Soifer, un russo residente in America che fungeva da traduttore, e le persone che conoscevo via via mi assicuravano che era una persona semplice ed umile per la sua bravura. “Ecco”, dissi fra me e me, “ho fatto tanto per guarire in un giorno per venire a celebrare l’ennesimo furbo dell’umanità mascherato da santo!”. Eppure ero convinto che ciò che era successo nei giorni scorsi a Roma, aveva un significato profondo.
Nel pomeriggio, nel parcheggio all’aperto, mi trovai con Gagliardo ed Anna e i due cani, Asta e ‘Gaspero’, quando mi telefonò Gibba per confermarmi la sua presenza insieme a Libratti.
“Le passo una persona”, dissi io passando il cellulare ad Elio. “Gibbaa!! Sono Gagliardo!!!”, urlò con quanto fiato aveva in gola. Ripreso il telefono, Gibba traumatizzato per le urla, mi chiese, “Ma…è impazzito?!”.
E così ci dirigemmo con Gagliardo e gli altri al Festival a vedere il concorso, cui dovevo assistere per le votazioni.
Finalmente conobbi di persona Camillo, che mi presentò a Mila, responsabile della segreteria, una ragazza gentilissima e sorella di Ernani Paterra, coordinatore del Festival. Lì feci amicizia con due giovani che sembravano molto più che colleghi di lavoro, Samira Guadagnuolo, una fine ragazza settentrionale e Gianluca Laudadio, i quali intervistavano gli autori per RaiSat. C’era anche Di Marino che, simpatico come al solito, era venuto più per vacanza, accompagnato come sempre da una bella e sensuale ragazza.
Il giorno dopo arrivò anche Andrea Piccardo con la cassetta dei film, ed in serata, Gibba con Giorgio Libratti. Vedere un vero artista come Gibba, dopo aver assistito per due giorni alle proiezioni di quei film per la maggior parte realizzati da pseudo-artisti, mi sembrava veramente di aver ritrovato l’entusiasmo che una situazione così ghettizzante risucchiava.
Di sera, in albergo dovevamo prepararci prima di andare a cena, per la presentazione de
Il Nano e la Strega, che sarebbe avvenuta dopo il concorso. Che tenerezza esprimevano quei due vecchi artisti. Libratti diceva a Gibba, “A Gi’, tu che ne pensi, si potrà fare ancora qualche film a cartoni animati?”.
Ma, io credo di sì. Se troviamo un produttore”, rispondeva Gibba aggiustandosi il papillon alla maniera di Gilberto Govi, suo conterraneo come Libratti. Queste due straordinarie persone mi apparivano come Laurel and Hardy al tramonto della loro carriera, ma ricchissimi di humour e di capacità ormai introvabili nelle nuove generazioni. Arrivati al Festival, i due cartoonist si sedettero accanto a me, rimanendo entrambi sconcertati dal nuovo modo di fare arte. “Ma da quale reparto della neuro li hanno raccattati a questi?”, domandò Libratti a Gibba.
Se avessi due palle finte con le pupille disegnate me le metterei al posto degli occhi e dormirei!”, disse Gibba guardandomi. Le battute di Gibba e Libratti mi fecero ridere di continuo mentre nessuno dei concorrenti osava di dirmi niente perché sapevano che ero della giuria. E’ interessante notare, però, che entrambi i due vecchi cartoonist furono concordi nel giudicare ‘interessanti’ i film che poi in seguito vinsero, a dimostrazione di come l’arte dell’animazione sia un linguaggio oggettivo agli occhi di chi lo conosce. Poi, con D’Alessandro presentammo
Il Nano e la Strega, invitando a rispondere alle domande “il Maestro Gibba ed il Maestro Libratti”, come li chiamava Camillo. La presentazione fu un successo, prima ripercorrendo le tappe della carriera del pioniere di Alassio, e poi la proiettando, accompagnate da risate a non finire del pubblico di Guardiagrele, le avventure del Nano Pipolo.
Il giorno dopo, a colazione, parlai abbastanza a lungo con Jayne Pilling. Avevo letto il suo pezzo nel catalogo e mi ero accorto che aveva una notevole conoscenza della Storia dell’animazione europea e americana; Storia spesso sottovalutata o ignorata dagli studiosi attuali. Inoltre, Mrs Pilling aveva proposto, con molta modestia, una retrospettiva con alcune opere dagli inizi ad oggi, dal personaggio “Bonzo”, ai film di Len Lye.
Mrs Pilling era veramente una donna straordinaria. Ancora giovane aveva raggiunto nel settore una fama internazionale: Direttrice del British Animation Awards, Membro del comitato organizzatore del Museo di Annecy, Tutor nelle attività accademiche del Royal College of Art, coordinatrice europea per la BBC e consulente dei programmi televisivi di Channel Four, e molto altro. Jayne era una persona molto contraddittoria; se da un lato si mostrava timida dall’altro aveva una tenacia e forza di volontà straordinarie. Parlammo a lungo quella mattina e notai con molto piacere che le mie idee andavano perfettamente d’accordo con le sue. Apprezzai moltissimo la superiorità di questa straordinaria donna che mostrava in tutto, perfino nel parlare con me nella mia lingua, visto che è molto difficile trovare un inglese che, pur capendolo, parli in italiano. Jayne era, al contrario, molto orgogliosa di essere inglese ma era stata così signora da non farlo pesare e, soprattutto, durante le votazioni, fu la persona più corretta e priva di ogni slancio nazionalistico. Phil Mulloy, l’autore di film d’animazione dallo stile ironico e sarcastico, era in realtà profondamente moralista. Benché nei suoi film vi fossero riferimenti spiccioli sul sesso, ricordo che, al contrario degli altri miei cartoni a cui assistette, dopo aver annunciato
I Remember Moana, di cui si parlava da diversi giorni, Mulloy si alzò ed uscì, per tornare pochi minuti dopo ad assistere al mio successivo film.
Durante il Festival vi era anche la rappresentante del Cal Arts (California Institute of the Arts), la prestigiosa scuola di animazione fondata nel ’61 da Walt e Roy Disney, che aveva formato alcuni tra i migliori animatori mondiali, come John Lasseter (l’autore di
Toy Story) e Tim Burton (di Nightmare before Christmas). Quest’anno erano ospiti, Maureen Selwood, docente presso la prestigiosa scuola che presentava i film di altissima qualità degli studenti e Maria Vasilkovsky, un’americana di origine russa che spiegava la tecnica della pittura su vetro. Miss Selwood era un’insegnante molto in gamba: dal tipico sorriso ‘americano’ e sensuale, ricordava nell’aspetto Monica Lewinsky. Maria Vasilkovsky era una ragazza veramente eccezionale. Dopo aver raccontato di aver ricevuto i primi insegnamenti da Caroline Leaf, la celebre artista americana del National Film Board, Maria Vasilkovsky, spiegò che fu proprio la Leaf a suggerirle di usare direttamente le dita per sfumare i colori poiché il pennello era uno strumento che allontanava le emozioni dell’artista da ciò che stava creando.
Mentre parlavo con Mrs Pilling, a colazione, arrivò Elio con Anna per salutarmi perché stavano per ripartire e chiesi al produttore della Corona di posare con il maestro russo in una foto ricordo. Sia Gagliardo sia Norštein si fecero fotografare cordialmente, e mi parve molto strano l’atteggiamento di quest’ultimo, così naturale e spontaneo, contrariamente all’idea che Gagliardo mi aveva fatto avere di lui il giorno prima. Più passava il tempo, però, e più mi accorgevo di quanto Jurij Norštein fosse una persona sincera e priva di pregiudizi. Spesso lo osservavo a tavola mentre pranzava. Amava mangiare di gusto, e lui e Soifer avevano un debole, come tutti gli artisti, per il vino rosso. Mi ricordo soprattutto lo sguardo di Norštein, furbo ma simpatico, con un non so che di attore comico. Anche Elio si stupì che Jurij non ce l’avesse con lui, per la scenata del giorno prima. Anche Soifer, a pranzo, chiedendogli la sua versione dell’accaduto, mi spiegò che “in quel film, con quella musica, effettivamente non c’era Jurij”, con Norštein accanto che mi guardava per vedere se comprendevo. In altre parole, soprattutto dopo la foto estremamente sincera fra Norštein e Gagliardo capii che entrambi erano due caratteri troppo sinceri per ricorrere alla diplomazia e tutto si risolse nel migliore dei modi. A titolo di curiosità voglio dire che era una ‘tradizione’ vedere alla Corona gli autori scontenti: a motivo di interventi inopportuni operati sui loro lavori, ho visto una lista ininterrotta di registi (ricordo ancora i ‘pianti’ del mio primo documentario per la Corona, quando Gagliardo cominciò tra gli urli, a montarlo a modo suo!); d’altro canto bisogna riconoscere che questa fu l’unica casa produttrice che realizzò film d’animazione con i più rappresentativi artisti di tutto il mondo.
Norštein era veramente una persona straordinaria e in altre parole, avevo finalmente capito, che essere venuto al Festival era qualcosa per me di estremamente importante.
Mr Alexander Soifer era una persona di una sensibilità incredibile: russo ma residente in America, Professore di Matematica, Film e Storia dell’Arte presso la University of Colorado at Colorado Springs, era venuto a Guardiagrele come interprete di Norštein. Dopo averlo incontrato nell’agosto del 1993 a Mosca, Soifer aveva spesso seguito il celebre maestro russo nelle sue ‘tournée’ nei vari continenti. Dopo essere rimasto totalmente affascinato dai suoi film, Mr Soifer sta attualmente lavorando negli Stati Uniti ad un importante saggio su Jurij Norštein.
Nell’articolo di presentazione del professore universitario russo-americano intitolato
«L’arte divina dell’animazione», vi è una frase di Norštein che trovo straordinaria: «Nel secondo secolo del cinema…i film d’animazione sopravvivranno…il cinema d’animazione è il più divertente. Costituisce il modo più rapido e diretto per giungere all’immagine, al vero, alla stessa realtà concreta…Nell’animazione …creiamo letteralmente il tempo. I film d’animazione sono così espressamente astratti, che potranno sopravvivere alla prova del tempo più di tutti i generi cinematografici».
Il giorno dopo, di domenica, la giuria si doveva riunire in Comune per le votazioni. Le altre persone erano già partite e in albergo eravamo rimasti solo Mulloy ed io. Nella hall vi era l’autista che ci attendeva fuori con la Mercedes parcheggiata. Andai da Mr Mulloy, ancora intento a finire la colazione e gli dissi gesticolando alla maniera degli italiani, “One moment! I’ m going up to my room and come back.”
“Ok”, rispose Mulloy sorridendomi. Essendo in ritardo mi precipitai in stanza a prendere qualcosa e dopo pochi secondi riscesi con l’ascensore. A quel punto la sala da pranzo era deserta, sia l’autista sia l’auto non c’erano più. La direttrice dell’albergo mi disse che l’autista e Mulloy erano partiti qualche attimo prima. Chiamai Mila, la quale mi assicurò che quanto prima mi avrebbe rimandato la macchina. Dopo venti minuti ritornò l’auto e protestai sonoramente con l’autista, il quale disse, “A dottò, ma che ne sapevo. A me l’’americano’ m’ha detto de partì in fretta!”. A tutta velocità raggiungemmo l’antico palazzo del Comune sito al centro di Guardiagrele e nella grande stanza che ospitava la giuria vidi la riunione già iniziata da tempo: l’espressione dei visi mostrava disappunto e la maggior parte di loro mi guardavano ‘seccati’. Seppi in seguito che Mulloy si scusò per il ritardo affermando che “Mr Verger didn’ t want to came at all” e che lo volevo convincere a rimanere in albergo. L’unico ad accogliermi con un gran sorriso fu proprio Mulloy, giocando sull’equivoco di non aver compreso bene l’appuntamento. Dirigendomi verso di lui per raggiungere il mio posto a voce alta, gli dissi, “A deficiente, che pensi che non l’ho capito che…” e D’Alessandro tra i pochi a comprendere l’italiano smorzò i toni invitandomi a prendere il mio posto. “Now most of the votes are already given”, disse Mulloy, “It’s better to continue”. D’Alessandro bloccò la situazione pregando il Presidente di ritornare in velocità, alle votazioni iniziali. Norštein, parlando esclusivamente russo, non capiva cosa fosse successo ma mi chiese i voti su rispettivi film, in modo estremamente cordiale, chiamandomi semplicemente ‘Mario’.

In realtà, Mulloy era una persona decisamente inaffidabile ed avendo intuito che io avrei tolto i voti ai film di suo gradimento, cercava di ostacolarmi in ogni modo. Durante le prevotazioni, riguardo un certo film, il prof. Soifer, accanto a Norštein, chiese timidamente se poteva dire anche lui qualcosa a titolo di cronaca, quando Mulloy seccatamente disse a voce alta con la freddezza che contraddistingue certi inglesi, “No! He can’t speak otherwise he bias the Jury’s vote!”. Soifer, mortificato nel viso dall’evidente scortesia stava per andarsene offeso, quando lo fermai, invitandolo a restare, ed alzando la voce dissi agli altri, “Adesso basta! Prima Mulloy in albergo…”. A quel punto Camillo, che faceva il moderatore, capendo che stava per scoppiare un litigio, intervenne con la scusa del ritardo ed in un attimo concludemmo la prevotazione. In realtà Phil Mulloy, che era pieno di pregiudizi, era estremamente ostile verso il Maestro russo e la sua ostilità la esprimeva senza criteri di ragionamento, ogni volta ne capitasse l’occasione. Uscimmo dal Comune tutti insieme ed andammo al festival. Durante il pranzo, volli far capire a Norštein che lo conoscevo ed amavo da diverso tempo, e che oltre ad aver trovato diversi reperti del cinema disegnato italiano, avevo in mano delle sue tavole originali de La volpe e la lepre. L’interprete che traduceva dall’italiano all’inglese non seppe, però, riportare nel modo appropriato ciò che cercavo di dire a loro, riassumendo di molto il concetto espresso; tuttavia Norštein e il prof. Soifer rimasero molto incuriositi da ciò che il giovane cartoonist italiano aveva da poco preannunciato. Volevo parlare con tutto il cuore con entrambi ma sentivo che non era ancora il momento.
Nel pomeriggio tornammo nuovamente nell’elegante sala comunale per le votazioni finali. Eravamo attorno ad un grande tavolo rettangolare, seduti su delle imponenti sedie ottocentesche. Ricordo che le votazioni non furono, come succede spesso in Italia, eseguite per maggioranza dei voti, ma i lavori più votati andavano discussi ampiamente, a prescindere dal numero di preferenze raccolte, ed un film che aveva ricevuto una bassa votazione poteva essere ridiscusso fino all’ultimo. Non potrò scordare la serietà con cui queste straordinarie persone hanno valutato, anche per delle intere ore, ciascun film, credendo fermamente nel loro impegno; agendo con una serietà ed un discernere umano, come quello che dovrebbe avere un collegio di giudici quando valuta la colpevolezza o l’innocenza di un imputato. Ogni angolatura, ogni contenuto, venivano esaminati dai diversi giurati con una serietà totalmente opposta a quella italiana, dove gelosie ed interessi personali spesso hanno la meglio sulla correttezza e la trasparenza.
Durante la riunione emerse man mano una situazione molto curiosa: l’ostilità del giovane Mulloy appariva sempre più evidente verso l’anziano Maestro russo, che giudicava ciascuno dei film in concorso con la massima obiettività, dando molta importanza al lato poetico e spirituale di ciascun lavoro. Il materialismo di Mulloy non poteva concepire tutto questo poiché i suoi pregiudizi non gli permettevano di andare oltre a ciò che la sua mancanza di gusto gli faceva apprezzare: per Mulloy esistevano solo sgozzamenti, sangue e ‘scopate’, e, naturalmente, l’artista inglese, in modo meschino, valorizzava i film che reputava affini ma inferiori ai propri. Ricordo un film con un’ambientazione western, in cinemascope, realizzato benissimo ma ricco anche di cattivo gusto, su cui Mulloy si incaponì per promuoverlo. Dopo un’ora di discussioni D’Alessandro suggerì (visti i voti in maggioranza) di passare oltre. Giunti a discutere di altri film, Mulloy, sentendosi scavalcato dai voti contrari, tornò sull’argomento dicendo in modo arrogante, “I have decided to try my utmost to get that film winned!”. Stavo zitto, convinto che il suo materialismo lo avrebbe portato poco lontano e si offese tantissimo quando mi permisi di dire che quel film rispecchiava unicamente i suoi gusti. Passammo ad altro e Mulloy ed io fummo concordi nel promuovere un film di un croato della Zagreb Film, Daniel Suljic, che rivelava una bravura notevole nell’animazione su vetro con i colori ad olio, cancellando quasi del tutto la fase del movimento precedente. I due giurati ‘esterni’ non conoscevano la difficoltà tecnica; Jayne era, come al solito più sobria, mentre Norštein chiedendo se vi fosse di mezzo il computer, trovò interessante assegnare una menzione al film. Mulloy mi guardò soddisfatto e col suo sorriso che ormai conoscevo bene, mi fece il cenno col pollice della vittoria, pensando di avermi portato dalla sua parte. Al contrario, sapevo benissimo che fingeva opportunisticamente e contraccambiai il sorriso consapevole che lo scontro finale doveva ancora venire. Fu poi la volta di
Pleasures of War, il film di Ruth Lingford sulla guerra, della cui vittoria nonostante fosse in netta maggioranza di voti favorevoli, Mulloy non era convinto. Ne discutemmo per un’ora, ed è curioso notare che l’autrice proveniva dalla stessa prestigiosa scuola inglese (il Royal College of Art), in cui aveva studiato Phil Mulloy, che era anche molto geloso. Il suo nazionalismo anglosassone divenne palese riguardo la decisione di premiare il film successivo, Me, the Other, di Marie Paccou. Nonostante i voti favorevoli della Giuria, l’artista inglese insisteva nel dire che la storia era incomprensibile (è da notare che la Paccou era di origine francese e anche lei aveva studiato al Royal College of Art). Naturalmente i parametri di un conformista davano importanza alla narrativa didascalica, mentre facevo notare come l’autrice fosse riuscita, con la sabbia, a creare dei movimenti in prospettiva di grande suggestione cinematografica. Dopo le relative traduzioni, Norštein guardandomi, disse in russo ciò che Soifer riportò, “Quello che dice Mario è vero”. Adagio, di Garry Bardine, famosissimo in Russia negli anni ’70, mise in seria difficoltà l’intera giuria poiché il film, del noto cineasta sovietico, accompagnato dall’omonima musica di Albinoni era talmente sontuoso da apparire unanimemente artefatto. Eravamo in dubbio se bocciare Adagio per la presunta insincerità o promuoverlo per l’indubbia maestria dell’autore.
A quel punto, si stava verificando un situazione sin troppo eloquente: in quell’aula vasta ed imponente, ottocentesca, vidi seduti, davanti ad un grande tavolo in legno, dei giudici umani. Curiosamente il fato aveva voluto che da un lato vi fossero i ‘materialisti’: Mulloy con i suoi, che aveva ben convinto nel far loro apprezzare i lati più volgari e semplicistici di ciascun film; dalla parte opposta gli ‘spirituali’, cioè Norštein, Soifer ed io, che, al contrario, notavamo soprattutto il substrato spirituale. E’ curioso notare che tutto ciò che dai film emergeva di sensibile, raffinato e spirituale veniva totalmente ignorato dalla personalità materialista di Mulloy; mentre ciò che il suo materialismo dai discorsi faceva emergere era per noi evidente e chiaro come niente altro. Mulloy, era molto geloso di Norštein, soprattutto perché non riusciva a concepire la spiritualità del Maestro russo; la sua ostilità divenne evidente quando poteva essere assegnato un premio ad un connazionale di quello che considerava, nel Festival, come il proprio antagonista. La riunione proseguiva ed i minuti passavano; erano quasi le 20, “Ormai è tardi”, pensavo, “Non avrò più il tempo di parlare a Norštein”.
Osservando la scena, ai miei occhi era come se i due poli opposti del mondo si scontrassero in un crescendo apocalittico spettacolare. Anche la posizione della Pilling era estremamente eloquente: esattamente al centro, contesa dalla sua natura ‘inglese’, fredda ed aggressiva, e la sua personalità, sentimentale e sensibile. Per
Adagio, il giorno prima eravamo 4 contrari (me compreso) e 2 favorevoli. Mulloy che aveva oramai gli altri dalla sua parte disse spavaldamente, “This film can’t win”. Norštein al contrario, si chiedeva i perché del film prendendo seriamente le questioni che gli poneva Mulloy con una tale veemenza da volerlo mettere in difficoltà.
“Anyway it’s pointless to go on”, disse Mister Mulloy con un ghigno, “The film is in minority and it can’t win” (Mulloy stesso voleva ‘battersi’ per un film che aveva votato lui da solo). Mi ero reso conto di aver esagerato anch’io nel giudicare frettolosamente come ‘poco sincero’
Adagio e decisi di cambiare il voto dicendolo sotto voce a D’Alessandro che mi sedeva accanto. “Un momento c’è un colpo di scena”, disse Camillo alzando la voce per interrompere il botta e risposta tra Mulloy e Norštein “Mario Verger ci ha ripensato ed è passato al sì”. Mulloy, pensando di aver ormai avuto la meglio, mi guardò sbranandomi con gli occhi, “Mr Verger, it isn’t right! I remind you that earlier you voted no!”.
Lo dice Lei che non è corretto”, risposi io, “E’ molto corretto anzi. Scusi, secondo Lei non è giusto che, prima di emettere un verdetto, un giudice se non è convinto della colpevolezza di un imputato decida di non condannarlo?”.
“And so how do you justify this ‘change’?”, incalzò in inglese Mulloy, che se la prese con me e questo discorso non veniva tradotto in russo a Norštein, il quale seguiva dall’espressione del viso, incuriosito, il nostro contraddittorio.
“Molto semplice”, risposi a Mulloy che esigeva sempre più spiegazioni, rivolgendomi però, agli altri, “Adagio”
è un film fatto veramente bene. Però è anche ambiguo da quanto è perfetto nella sua confezionatura: è come un primo della classe, è come un fariseo che conosce i versetti del Vangelo a memoria, è come un dolce talmente buono che è stucchevole; è come un amico, talmente affettato del quale dubiti della sua sincerità”. Vedendo che con questi paralleli strambi avevo l’attenzione degli altri, incalzai alzando leggermente il tono della voce, “Ma insomma, vogliamo condannare un film, fatto benissimo, solo perché presumiamo che l’autore abbia avuto degli intenti artificiosi?!” conclusi ridacchiando.
“Bene”, aggiunse D’Alessandro, visto che eravamo già a sera inoltrata, “Vogliamo concludere?”.
“Yes”, disse l’inglese, essendo tre voti favorevoli e tre contrari, “In any case the film can’t win”, disse il freddo Mulloy visibilmente soddisfatto. Norštein con molta serietà si consultò con Soifer, il quale, in inglese aggiunse, “As Jury’s President, I guess I have the right to a double vote and, if so, I want to give it to ‘Adagio'”. Mulloy fece una smorfia di rabbia perché aveva chiaramente perso, mentre, risolto il problema, in un attimo ci alzammo esausti dirigendoci ognuno per conto proprio alle auto che ci attendevano da oltre due ore per andare al ristorante, e per poi tornare in fretta dove si svolgevano le proiezioni per annunciare i vincitori. Erano oltre le 21. “Ecco”, pensavo, “per difendere i film di questi psicopatici non riuscirò più a parlare con Norštein”. Al ristorante bisognava mangiare di corsa. Feci in modo di sedermi vicino a Norštein e Soifer per potergli parlare. Ma come iniziare il discorso? Intanto il cameriere portò del vino rosso ed il ‘primo’. “Sarà meglio che bevano così saranno più disponibili”, pensai io, “Cameriere, altro vino!”, esclamai a voce alta per il poco tempo che restava. Osservai la situazione. Da fianco a me, oltre Soifer avevo il sinistro Mulloy, che naturalmente mi impediva di parlare spontaneamente visto che i miei discorsi dovevano essere prima tradotti in inglese, poi in russo da Soifer e seguivano la direzione contraria per la risposta. Il tempo stringeva. Volevo cominciare a parlare quando, da un altro tavolo, Maria Vasilkovsky e Maureen Selwood vennero a prendermi per un’intervista con una telecamera digitale. “We took deep interest for that girl, Ambra. Can you explain us the connections with the Italian politics?”, mi chiesero alticce in riferimento alla proiezione di
Forever Ambra avvenuta la mattina.
“Beh sì, c’erano dei riferimenti”, dissi io dopo il primo bicchiere “Ma sono difficili da comprendere perché in Italia c’è la mafia che comanda…”, dicevo io per concludere in fretta, mentre con la coda dell’occhio controllavo al mio tavolo se erano passati già al secondo piatto. Mi rimisi in fretta a tavola e, ricomponendomi, mi accorsi che il tempo non c’era più. Stavo per rinunciare alla dedica di Norštein. Volevo parlare ma come chiedergliela, su quali basi se mi aveva conosciuto pochissimo!
A quel punto, stranamente, cominciai ad avvertire, ancora una volta, quel vento del fato che volgeva a mio favore, quando il prof. Soifer, sedutomi accanto, sorridendo indicò col suo dito grassoccio il mio viso dicendomi, “Look! Your face and your look remind me of Fellini!”. E si girò verso Norštein per fargli notare la stessa cosa.
“Fellini?”, mi guardò il maestro sovietico coi suoi grandi occhi vispi ed espressivi. Avendo visto la sua espressione affermativa chiesi ‘cautamente’ a Soifer, “Che cosa ha detto?”
“He’s telling you that you really look like Fellini”, confermò il professore russo. C’era qualcosa di straordinariamente favorevole in quell’atmosfera che si stava creando ma ancora non sapevo come parlargli. Ritornai così sul discorso delle tavole che avevo trovato in un mercatino presumibilmente de
La Volpe e la Lepre, e dietro un menù del ristorante schizzai velocemente l’ impostazione delle inquadrature che ricordavo a memoria, realizzate ad acquerello e montate su passpartout. “Devono essere di mia moglie”, disse Norštein a Soifer “Non capisco come sono finite là”. “Sono contento che siano giunte nelle mani di un artista come te” aggiunse Norštein. A quel punto mi scusai per andare in toilette, ed appuntai la frase che aveva detto poc’anzi per ricordo. Davanti al lavandino mi guardai allo specchio e pensai, “Devo provare adesso, purtroppo non c’è più tempo stanno servendo il caffè”. Mi sciacquai il viso e tornai al mio posto. Come impostare il discorso? La traduttrice ufficiale stava in un altro tavolo. Pensai a Jayne Pilling, proprio perché comunicava una grande fortuna a chi le stava vicino. Sedeva al nostro tavolo, in mezzo fra Norštein e Mulloy, col quale parlava. Mentre bevevamo il caffè, la chiamai con tono cortese ma deciso. “Jayne, devo chiederti una cortesia”, le dissi con la massima serietà. “Devi tradurre ogni parola ed ogni frase in inglese al prof. Soifer, il quale riferirà a Mister Norštein”.
“Sì”, disse Mrs Pilling mostrandosi disponibile ma incuriosita per la perentorietà della mia richiesta. Cominciai a rivolgermi a Norštein, spiegando tutto ciò che ho raccontato all’inizio di quest’ultimo capitolo, ed in particolare le frasi: “Fin da piccolo ho avuto un’enorme passione per i cartoni animati. I miei genitori sono sempre stati freddi e disinteressati con me. La mia famiglia è stato il Cinema di animazione, con i suoi autori”. Mrs Pilling traduceva letteralmente ed il prof. Soifer a sua volta riferiva a Norštein che era profondamente attento. “Quest’anno, quando sono stato chiamato a far parte della giuria si è sparsa immediatamente la voce fra i miei colleghi, i quali erano molto gelosi, poiché avevano saputo che sarei stato accanto a Jurji Norštein”. Quando la Pilling riferì questo a Soifer e lui lo riferì, Norštein sbatté gli occhi diverse volte perché non immaginava nulla di tutto ciò e capì che il discorso era indirizzato proprio a lui. E proseguii dicendo, “Il caso ha voluto che compissi trent’anni proprio l’altro ieri; un’età importante per un uomo, perché deve dire addio alla sua prima giovinezza. Purtroppo il giorno della partenza mi sono trovato a letto con la febbre e non sarei potuto venire. A quel punto ho visto veramente chi mi voleva bene e chi no: i colleghi giovani mi suggerivano di non partire, mentre i vecchi animatori mi hanno dimostrato il loro affetto telefonandomi di continuo e suggerendomi gli antibiotici adatti per guarire al più presto non potendo perdere quest’occasione. A quel punto, mentre continuavo a parlare a Norštein cominciavano a brillargli gli occhi, e velocemente, senza perdere tempo, dalla cartellina estrasse una riproduzione di un suo quadro, e sul retro cominciò commosso a disegnare un volpacchiotto. Volevo giungere a dirgli della dedica ma, mentre continuavo a parlare, Jurij Norštein cominciò a scrivere per me. Terminai con le lacrime agli occhi ed anche Norštein con Soifer erano visibilmente commossi. Ero rimasto commosso da questo straordinario artista che aveva compreso ciò che volevo dirgli ancora prima che arrivassi al dunque. Anche Jayne era rimasta molto colpita mentre io ammiravo lo straordinario ricordo consegnatomi dal Maestro russo che vedevo già come una reliquia. A titolo di curiosità per spiegare che l’ostilità di Mulloy verso Norštein era fondata aggiungerò un particolare. Norštein, per smorzare l’imbarazzo e per cortesia aveva regalato subito dopo a Mulloy una fotocopia a colori firmata, che era anche lui in giuria e più anziano di me, in segno di ricordo. Mulloy che aveva ascoltato facendo finta di niente tutto il discorso tradotto in inglese, dapprima rifiutò il disegno scansandolo con la mano e facendo una smorfia; e quando Norštein insistette per darglielo ugualmente, Mulloy lo poggiò scortesemente su una sedia vuota, in modo palesemente sgarbato, avendo chiaramente perso la sua battaglia sullo Spirito.
Poi proiettarono
Il Cappotto ed io vicino a Norštein e Soifer, ebbi modo di assistere ad uno spettacolo unico. Questo straordinario film, straordinario come il suo autore è qualcosa di difficilmente descrivibile a parole ma io ero contento perché la mia buona fede e la mia volontà avevano avuto la meglio sul resto. Ma torniamo al ristorante alla dedica di Norštein. Il giorno del mio 30° compleanno avevo compreso più che mai che quella del cinema disegnato era la mia vita. Ancora preso dalla commozione, mi avvicinai al prof. Soifer dicendogli, “Sono molto emozionato!”. E Soifer, con tono amichevole ma paterno mi disse sottovoce, “I know!”. Subito gli chiesi cosa aveva scritto per me uno dei più grandi artisti del cinema di animazione di tutti i tempi:
«Mario! Sei fantastico! Incontrarti e sapere del destino della raskadrovka (la sequenza dei quadri del film) di “Volpe e Lepre”?! La cosa più importante, però, è il tuo 30esimo compleanno qui al festival. Auguri!

Jurji Norštein»


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