Il cinema di Christoph Schlingensief

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero29 (novembre 2010), pp. 30-31

 

Apocalypse Deutschland.
Il cinema di Christoph Schlingensief

di Simone Buttazzi

 

Sabato 21 agosto 2010 è schiattato un rompicoglioni, come avrebbe detto il ministro Claudio Scajola. Il defunto in questione è Christoph Schlingensief, talento eclettico e imprendibile, uno che – parola del «Tagesspiegel», giornale che gli voleva bene – ha avuto mille idee in vita e non ne ha mai portata a compimento una. Che fosse una. A ben guardare, tuttavia, la lista delle cose fatte recanti la sua firma fa spavento, e pochi, in Germania, ignorano il suo volto sornione e scapigliato, sempre pronto a far battutacce ai danni dell’FDP di Guido Westerwelle o della CDU della Merkel. Alla sua fama catodica, negli ultimi anni, ha tristemente contribuito il calvario di un cancro ai polmoni vissuto come un countdown a rotta di collo. Se prima della diagnosi Schlingensief era un artista poliedrico e talentuoso, dopo è diventato un demone della Tasmania, trottolino irrefrenabile molto più vicino alla foga fassbinderiana che al teatro di vita di Werner Schroeter, gran signore del cinema tedesco (anche lui scomparso da poco), che preferiva rinunciare a un’intervista che al suo cappello a falde larghe. Dormire? Quando sarò morto ne avrò tutto il tempo. Questa frase, epitaffio di “RWF”, calza a pennello anche il fenomeno “CS”. Ma che film ha fatto, Christoph Schlingensief, e come mai non ne abbiamo mai sentito parlare?

La produzione in pellicola di Schlingensief si concentra in un arco di 20 anni, dal 1977 al 1997, ma sono solo gli ultimi dieci, intensissimi, quelli dei lungometraggi tuttora reperibili. Lungometraggi per definizione ma per straforo, vista la scarsa durata. Sessanta, settanta, settantacinque minuti. Mai di più. Pallottole di celluloide girate in fretta e furia, con gioia e di mezzi penuria. Meteore che in rare occasioni hanno attraversato i confini nazionali, nonostante la presenza di attori di richiamo. Uno per tutti: la star dell’underground Udo Kier. Il motivo per cui Christoph Schlingensief non è diventato, all’estero, un nuovo Jörg Buttgereit, è che i suoi film, seppur di genere, seppur estremi ed esilaranti, sono tedeschi fino al midollo. Giuocano con la storia del cinema tedesco, coi suoi birignao e i suoi inside jokes. Si baloccano, molto spesso, con la politica interna (bersagliando l’allora “eterno cancelliere” Kohl), e non concedono spiegazioni o sottotitoli per chi, le cose crucche, non le mastica poi tanto. Questo il motivo per cui la meteora Schlingensief ha brillato solo nel cielo che va da Monaco a Berlino, passando da Amburgo.

Nato a Oberhausen nel 1960, tra il 1986 e il 1987 si fece le ossa in televisione con la soap “Lindenstraße”, e contemporaneamente girò due film destinati a passare alla Berlinale nella sezione Forum, “Menu Total” ed “Egomania – Insel ohne Hoffnung”, il primo col comico Helge Schneider, il secondo con Tilda Swinton. Va detto che nel 1984 il regista aveva già realizzato il programmatico “Tunguska – Die Kisten sind da”, con uno dei suoi attori-feticcio, l’ineffabile Alfred Edel, chiacchierone molto caro ad Alexander Kluge (“La ragazza senza storia”, 1966) e a Edgar Reitz (i primi episodi di “Heimat 2”, 1992). Già queste prime prove trasudano lo spirito provocatorio e iconoclasta di Schlingensief, non certo un raffinato metteur en scène ma un autentico genio nello scaraventare gli attori davanti all’obiettivo nei set più assurdi, allo scopo di inanellare improbabili imprese come quella di “Tunguska”, “film-nevrosi” che vorrebbe torturare lo spettatore a colpi di sequenze astratte, in puro stile cartoon-avanguardista dei poveri, e altre che vedono un manipolo di personaggi scoprire i documenti che svelano il segreto del disastro siberiano.

Nel 1989 iniziò la sua cosiddetta trilogia tedesca, composta da “100 Jahre Adolf Hitler – Die letzte Stunde im Führerbunker” (1989), “Das deutsche Kettensägenmassaker” (1990) e “Terror” 2000 – “Intensivstation Deutschland” (1992). Orbene. Il primo film altro non è che “La caduta” di Oliver Hirschbiegel con quindici anni di anticipo e Udo Kier al posto di Bruno Ganz, più un ricco cast che vanta di nuovo Edel (Hermann Göring) e i fassbinderiani Margit Carstensen (Martha… Goebbels) e Volker Spengler (ex protagonista di “Un anno con tredici lune”, qua Fegelein). Girato in bianco e nero in una cantinona con la sola illuminazione di una torcia, “100 Jahre Adolf Hitler” è il paradigma dello schlingendelirio: approssimativo, frettoloso, caustico e con non pochi momenti sublimi. Come quando, al primo ciak, Kier borbotta parole a casaccio tra cui “Wim” e “Trottel” (scemotto). Mica tanto a casaccio, visto che in più di un’occasione Schlingensief se la prende con l’allora guru del cinema mondiale Wenders per sbertucciarlo senza pietà, ad esempio mostrando il ridicolo involontario delle sue dichiarazioni cannensi con qualche premio in mano. Il successivo “massacro tedesco della sega elettrica” è un omaggio demenziale al classico di Tobe Hooper nella Germania neoriunificata, con i cittadini della ex DDR che fuggono all’ovest crepando come mosche, mentre per “Terror 2000” Schlingensief si avvale della collaborazione in sede di sceneggiatura di Oskar Roehler (futuro regista de “Le particelle elementari” e “Lulu & Jimi”, diciamo un provocatore copione e patinato), che avrebbe ricambiato il piacere scritturando Schlingensief per una particina nel suo secondo (e ultimo) film davvero indipendente, “Sylvester Countdown” (1997).

Dopo un paio di lavori televisivi – tra cui “Tod eines Weltstars”, 1992, protagonista Udo Kier – Schlingensief ha scodellato altri due must assoluti. Nel 1996 “United Trash”, commedia africana che si fa beffe delle “missioni di pace”, con Udo Kier nei panni di un generale dell’ONU e la russmeyeriana Kitten Natividad che corre a destra e a mancina a poppe ballonzolanti. Va detto che il regista ha sempre nutrito un sincero interesse nei confronti dell’Africa, e proprio per questo la sua satira al vetriolo colpisce nel segno risparmiando i civili. Risale al 1997, infine, “Die 120 Tage von Bottrop”, girato nel cantiere di Potsdamerplatz così come Marco Ferreri girò, nel 1974, “Non toccare la donna bianca” nelle Halles parigine sventrate. L’idea del film, scritto insieme a Roehler, vale da sola il rispetto di ogni cinefilo: gli amici di Fassbinder s’incontrano per realizzare un remake del “Salò” di Pasolini. Se la “trilogia tedesca” era senza vergogna e “United Trash” un monumento al politically incorrect, con “Bottrop” Schlingensief si supera e realizza “il nuovo film tedesco definitivo”, con strizzate d’occhio a 360° e un livello di graficità inedito. Le algide Margit Carstensen e Irm Hermann vengono conciate come alberi di natale, Volker Spengler passa in rassegna degli attori nudi e fa una fellatio in diretta (si direbbe quasi improvvisata) e Oskar Roehler appare brevemente nei panni dell’assistente di “Leni Riefenstahl” (Irmgard Freifau von Berswordt-Wallrabe), una cariatide dietro la macchina da presa che continua a strillare: Das blaue Licht! 1933! Per non parlare di Udo Kier (se stesso), dei cammei di Frank Castorf, Leander Haußmann, Roland Emmerich, Kitten Natividad e dello stesso Schlingensief e, dulcis in fundo, gran finale con Helmut Berger, brillo e donna e come al solito, che saluta il cast al gran completo e regala chicche sul senso della settima arte.

Archiviata cotanta esperienza cinematografica, Christoph Schlingensief si è dedicato al teatro, all’opera e ad “azioni” di vario genere. Significativa, da questo punto di vista, la fruttuosa collaborazione con la Volksbühne berlinese, lo stesso teatro che ha accompagnato il lavoro di Werner Schroeter fino alla fine. Citiamo un solo titolo, risalente al 1993: “100 Jahre CDU – Spiel ohne Grenzen”. Dopo aver celebrato il primo centenario dalla nascita di Hitler, Schlingensief volle giustamente fare altrettanto col partito di Helmut Kohl e Angela Merkel.

(Simone Buttazzi)

Christoph Schlingensief | Filmografia essenziale


Die 120 Tage von Bottrop (1997)
United Trash (1995/96)
Tod eines Weltstars – Udo Kier (1992)
Terror 2000 – Intensivstation Deutschland (1991/92)
Das deutsche Kettensägenmassaker (1990)
100 Jahre Adolf Hitler (Die letzte Stunde im Führerbunker) (1988)
Die Schlacht der Idioten (1986)
Egomania – Insel der Hoffnung (1986)
Menu Total / Meat, Your Parents (Piece to Piece) (1985/86)
Tunguska – die Kisten sind da (1983/84)

Alcuni di questi titoli sono disponibili in DVD presso la Filmgalerie 451 di Berlino (www.filmgalerie451.de).

 

 

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Simone Buttazzi con il presente è al terzo articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale.

Esperto di cinema tedesco ha scritto:

Herbert Achternbusch | Rapporto Confidenziale numero22 (febbraio 2010), pp.18-21 | link
Roland Klick | Rapporto Confidenziale numero23 (marzo 2010), p.40 | link

 

 

 

 

 

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