La solitudine dei numeri primi > Saverio Costanzo

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero29 (novembre 2010), pag.26-27

 

La solitudine dei numeri primi
di Alessio Galbiati


In matematica un numero primo è un numero naturale maggiore di 1

che sia divisibile solamente per 1 e per sé stesso.


È coraggioso e folle il film di Saverio Costanzo, sbilanciato, squilibrato, pieno di errori e di elementi irritanti, sfibrante e spossante. Non è un film riuscito (ma del resto poche cose nella vita, e nel cinema, lo sono realmente), ma proprio fra questa coltre di elementi distonici si cela la grandezza di un film che mi pare segni una possibile ed interessante inversione di tendenza del cinema italiano, traccia che se seguita potrebbe portarne ad un rinnovamento immediato (tali e tanti sono i talenti presenti nel Paese snobbati dal mainstream delle clientele).

“La solitudine dei numeri primi” impressiona per ricchezza e follia, pare un film “figlio unico” nel panorama cinematografico italiano contemporaneo, così pedantemente ancorato alla consequenzialità ed alla mancanza di rischio nella strutturazione di trame e svolgimenti – un film ‘numero primo’, divisibile solamente per uno e per sé stesso. Il film di Saverio Costanzo oltre a sovvertire la filmografia del suo regista, manda a gambe per aria molti luoghi comuni, come quello per cui si può arrivare nelle sale con un prodotto mainstream unicamente a patto che questo sia depurato da ogni possibile criticità narrativa, oppure quello per cui non è mai il caso di complicare la temporalità della diegesi, accontentandosi di intessere trame lineari che limitino il ricorso a flashback e flashforward.

I drammatici risultati al box office cancellano però ogni possibile orizzonte differente per la nostra cinematografia (solo 3’366’000 € incassati al 25 ottobre, a fronte di qualche milione ipoteticamente speso per la realizzazione, difficilmente invoglieranno un’altra cordata di finti produttori italici a fingere nuovamente di rischiare del denaro a fondo perduto), segnalando quel che a mio avviso è il vero problema, cioè l’estinzione del pubblico, degli spettatori: l’estinzione della curiosità che si conforma nell’incapacità di sostenere ciò che non è facilmente riconoscibile o fuori da schemi rassicuranti e facilmente comprensibili. Fuori dall’abitudine di quel cinema oscenamente italiano che, da troppi decenni, infesta le nostre sale e che fa sorgere nel cinefilo straniero l’oramai cronica ed imbarazzante sequela di domande: “ma cosa succede al vostro cinema? perché non riuscite più a raccontare storie interessanti? perché non riuscite più a fare del vero cinema?” – domanda estensivamente replicata in merito alla situazione politica.

Ma andiamo con (dis)ordine.

Il film è tratto da un romanzo di successo (che per quanto il piacere della lettura sia diffuso nella penisola, trattasi di un dato non poi così eclatante come la formula lascerebbe intendere), ma già dai titoli è chiaro come regista e scrittore si siano subito voluti chiamare fuori dall’eterna e bislacca questione della “trasposizione cinematografica di un testo letterario”. Il soggetto è infatti firmato da Costanzo e Paolo Giordano, come a dire che i due linguaggi possono dialogare, ma rimangono immutabilmente distinti. Quindi abbiamo a che fare con una storia autonoma dal libro, che ne è quindi traccia e fonte di ispirazione, spartito (aria) sopra al quale improvvisare una nuova esecuzione. Non è questa la sede per disquisire attorno al romanzo del giovane Giordano, che in due battute ritengo assai modesto ma senz’altro interessante per palati non particolarmente fini.

Uno dei pregi maggiori di questo film è quello di giocare in maniera pesante con lo spettatore nell’articolazione temporale della diegesi. Abbiamo due traiettorie legate al passato, raddoppiate in infanzia ed adolescenza, c’è un presente entro il quale si muovono i personaggi, ed un futuro che li attende alla conclusione del film. Questi tre piani (il futuro è accessorio al presente) si intersecano fra loro in continuazione, producendo nebbie che per gran parte del lungometraggio rimangono fitte. L’infanzia di Alice e Mattia (Martina Albano, Tommaso Neri) si sovrappone in continuazione con l’adolescenza (Arianna Nasto, Vittorio Lomartire) e produce le tensioni del presente (Alba Rohrwacher, Luca Marinelli), ed è solo attraverso una lettura a ritroso dei conflitti e delle idiosincrasie che individuiamo nel presente che sarà possibile per lo spettatore comprendere con chiarezza quali siano le dinamiche psicologiche ed emotive entro le quali i personaggi sono fra loro legati. Il trauma che ognuno dei due si porta dentro è celato fino alla conclusione del film e questa omissione stimola una lettura piuttosto complessa di ciò che si svolge di fronte agli occhi dello spettatore. Alice e Mattia hanno una infanzia difficile, un’adolescenza tormentata, ed una età adulta irrisolta, ma il motivo di questi atteggiamento verso la vita ci è descritto unicamente attraverso un articolato dispiegamento di indizi posti invariabilmente nel passato di questi due ragazzi.

Molti critici hanno obiettato che la non particolare somiglianza dei bambini con gli adolescenti, e degli adolescenti con gli adulti, abbia reso ancor più difficile l’individuazione delle sottotrame, la definizione dei personaggi. Errore di casting? superficialità nella scelta degli attori? Chissà. Molto più probabilmente disabitudine ad accendere il cervello durante la visione di un film, che non necessariamente deve attivare riflessi condizionati, farci sbavare come un cane di Pavlov al suono di un campanello. Che poi la vita ci ricordi che molti compagni di classe delle scuole medie siano diversi da come li ricordavamo, da come apparivano nelle foto di classe, non è questione che alla critica possa interessare, questi imbarazzanti figuri amano scrivere rifugiati nella bambagia di un cervello oramai rattrappito dalle troppe visioni – pure da una frequentazione (sporadica) di redazioni avviate al viale del tramonto.

Il film è tutto un rimando ad altro da sé, soprattutto nella prima parte. Le musiche e le atmosfere ammiccano a tanto cinema oscenamente anni ottanta, le sequenze delle vacanze in montagna paiono estratte a piè pari dal mitologico “Vacanze di Natale”, mentre i titoli di testa da un qualche pessimo film anni ottanta diretto da Dario Argento. Così pure le musiche, firmate niente meno che da Mike Patton, scopertamente debitrici dei Goblin (sui titoli di testa) e dei film adolescenziali di quella terribile decade (nella parte del film dedicata all’adolescenza di Alice e Mattia, che a dire il vero contiene parecchie incuriosirne nella dance dei primi novanta). Un gioco di rimandi e citazioni che ha il coraggio di maneggiare quei simboli borghesi propagandati dalle tv commerciali che non si può fare a meno di odiare (perché odiosi), una messa in scena che irrita ed infastidisce, che porta lo spettatore avveduto a fuggire dalla sala in preda ad un rigetto genuino ed assolutamente non biasimabile. Ma è proprio quando Costanzo dispiega tutte le possibili marche dell’orrido che il film cambia pelle e si trasforma, diviene quello che non credevi potesse essere.

Capita in quella che a mio avviso, e dunque per il mio personalissimo gusto, è la scena più riuscita del film, ed al contempo un piccolo-grande miracolo per il cinema italiano contemporaneo. La sequenza in questione, lunga-lunghissima, è quella della festa di compleanno a casa dell’amichetta della protagonista. La sequenza si colloca nel passato adolescenziale dei due ragazzi, è il loro più importante incontro, quello che li legherà indissolubilmente, due anime disturbate che da quel giorno incrociando i propri segreti non saranno mai più in grado di sfuggirsi. È una lunga sequenza che inizia nel peggiore dei modi, e che si caratterizza per l’uso scriteriato ed aggressivo di una colonna sonora disturbante, sparata a tutto volume sopra al film, tanto da coprire ogni dialogo (così almeno all’anteprima veneziana). Nel peggiore dei modi perché camera a mano seguiamo le due ragazze scivolare nell’enorme appartamento trasformato a discoteca, invaso da ragazzini danzanti su note della peggiore dance dei primi anni novanta; le voci gridano parole stantie e luci intermittenti martellano la retina con un profluvio di inutili scintilii, in mezzo al marasma la musica non cessa per un solo istante, ma muta, lentamente, trasformandosi da orrenda a sempre più gradevole, martellante casa in quattro quarti che ricorda ad alcune delle prime produzioni dei Chemical Brothers. Una sequenza miracolosa intanto perché davvero sguaiata ed eccessiva, l’audio assordante sovrasta ogni cosa, compreso un flashforward contenente la battuta cardine dell’intero film (dedicata ai numeri primi); miracolosa perché dilatata oltre ogni logica; miracolosa perché sbagliata ed irritante ma finalmente “moderna” e non paludata, libera – libera di essere eccessiva e sbagliata.

Anche dal punto di vista tecnico il film è sorprendente, su tutto la fotografia, firmata dall’eccellente Fabio Cianchetti (autore della fotografia in film quali “Sabato italiano” di Luciano Manuzzi, “L’assedio” di Bernardo Bertolucci, “Figli/Hijos” di Marco Bechis, “The Dreamers” ancora di Bertolucci, “La tigre e la neve” di Roberto Benigni e “Go Go Tales” di Abel Ferrara, solo per citare i suoi più convincenti risultati). Per esempio la sequenza della camera oscura è davvero superlativa, una delle migliori sequenze che mi sia capitato di vedere durante questa lunga e tribolata estate cinefila (Locarno + Venezia), rosso cremisi pastoso ed avvolgente che inghiotte ogni cosa, silhouette nera come la pece, corpo che diviene sagoma.

Dunque la forza principale del film di Saverio Costanzo è quella di muoversi in continuazione su quella linea sottile che è la pazienza dello spettatore, egli gioca una partita persa in partenza ma lo fa con un genuino gusto cinematografico. C’è più Cinema in questo sguaiato e non risolto lungometraggio che in gran parte della produzione italiana dell’ultima stagione. Il suo film è quasi la concretizzazione di ogni revival possibile, mi riferisco alle dubbie rivalutazioni alle quali assistiamo sgomenti in questi ultimi anni – dal cinema di serie Z alla comicità di serie B – una ri-messa in scena di film come “Vacanze di Natale” e del sommamente terribile “Sposerò Simon Le Bon – Confessioni di una sedicenne” (diretto dal mitologico Carlo Cotti), senza alcuna depurazione di quelle marche dell’orrido della cultura pop italica anni ottanta, una ri-semantizzazione in un contesto intimista e drammatico che lascia esterrefatti, che risulta insostenibile, ma che contiene un grido disperato sull’oggi (i mali della generazione di chi oggi ha trent’anni – Costanzo è del 1974 – sono da rintracciarsi in infanzie germogliate nell’oscenità del consumismo degli anni ottanta e nella disintegrazione piccolo-borghese dei novanta) ed una poderosa passione per il cinema (tutto il cinema, ma soprattutto una passione del fare cinema, con un profluvio di scelte registiche coraggiose ed un lavoro complesso e generoso da parte di tutta la troupe che ha lavorato alla realizzazione di quest’opera).

In questa Italia del 2010 un film del genere non poteva che naufragare al botteghino e la sua sconfitta è un ennesimo segnale che le cose non vanno proprio. C’è un qualcosa nella società italiana che si è perso per sempre e le cause vanno individuate nel passato, in quel che è successo al Paese nel corso di questi ultimi trent’anni. L’Italia è divenuta come Alice e Mattia, incapace di vivere il proprio presente, atomizzata ed individualista, slegata da sé, rinchiusa in falsi miti di “normalità” e benessere che non le appartengono più.



La solitudine dei numeri primi

regia: Saverio Costanzo; soggetto e sceneggiatura: Paolo Giordano, Saverio Costanzo; fotografia: Fabio Cianchetti; montaggio: Francesca Calvelli; scenografia: Antonello Geleng, Marina Pinzuti Ansolini; costumi: Antonella Cannarozzi; fonico, montatore del suono: Gabriele Moretti; musiche: Mike Patton; produttore: Mario Gianni; interpreti: Alba Rohrwacher (Alice), Luca Marinelli (Mattia), Martina Albano (Alice bambina), Arianna Nastro (Alice adolescente), Tommaso Neri (Mattia bambino), Vittorio Lomartire (Mattia adolescente), Aurora Ruffino (Viola), Giorgia Pizzo (Michela bambina), Isabella Rossellini (Adele), Maurizio Donadoni (Umberto), Roberto Sbaratto (Pietro), Giorgia Senesi (Elena), Filippo Timi (Clown); produzione: Offside, Bavaria Pictures, Les Films Des Tournelles, Le Pacte, in collaborazione con Medusa Film, con il contributo di Eurimages, Zdf Enterprises, Cnc, Mdm, Film Commission Torino Piemonte; distribuzione: Medusa; data di uscita: 10 settembre 2010; paese: Italia; anno: 2010; durata: 118’

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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