Venezia 63 – Consuntivo

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Dovendo sintetizzare con un solo concetto l’impressione che ho ricavato da questa Mostra mi verrebbe da dire che molti dei film presentati sono stati girati senza prima essere stati scritti. Da qui la frequente impressione di avere assistito a numerosi, spesso impeccabili, esercizi di stile pronti a farsi dimenticare proprio per l’assenza di sostanza. Non sorprenda quindi che fino a ieri il film favorito da critici e pubblico (secondo il quotidiano “Ciak in mostra” che si è occupato di raccogliere le pagelle stilate da entrambe le categorie) fosse The Queen di Frears, un buon prodotto ma pur sempre un film realizzato per la televisione (così come il film di Balagueró e The U.S. Vs. John Lennon). Il secondo favorito – senza fare distinzione tra concorso e altre sezioni – è The Devil Wears Prada, una commedia classica, divertente, che a molti ha richiamato alla mente numi tutelari del genere come Stanley Donen.

il progetto vincitore del concorso per il nuovo palazzo del cinema di Venezia e aree limitrofe. Progetto di 5+1 Architetti Associati + Rudy Ricciotti

Molti titoli sembravano immeritevoli di essere presenti a una Mostra come questa, titoli come L’intouchable, che ha il primato di film più detestato dell’intera selezione. Ma anche i titoli più amati, come A Guide To Recognizing Your Saints non è che fosse, secondo me, il capolavoro che molti hanno voluto vederci.
Non si sa se il livello, scarsino, della selezione sia dovuto alla concorrenza della Festa del cinema di Roma (un tabù da queste parti) o ad altro, resta il fatto che i premi di questa sera sembrano confermare una difficoltà nel reperire opere di maggiore pregio. Del resto basta dare una fugace occhiata alle opere che saranno presenti a Roma per capire cosa sia successo: ci saranno, tra gli altri, i nuovi film di Virzì, Monicelli, Andò, Ridley Scott, Scorsese e Eastwood.

Se il bel film di Crialese sembrava avere stravolto i pronostici rimasti invariati per interi giorni, ecco che gli viene attribuito un premio inventato lì per lì, quello per la migliore rivelazione. Premio che, a dire il vero, ha tutto il sapore del compromesso visto che Crialese è al suo terzo film e che si è già ampiamente rivelato con il suo precedenteRespiro, già presentato con successo a Cannes nel 2002 e premiato con il gran premio della critica. Il film vincitore del Leone d’oro non l’ho visto (e come me molti altri) ma non è certo sfuggito a nessuno che si trattasse di un film indicato sul programma ufficiale come “sorpresa” il cui titolo è stato svelato a Mostra iniziata esattamente come già accaduto negli anni scorsi per Ferro 3 di Kim Ki-duk o il deludentissimo Takeshi’s di Kitano. Non sono mancati i film non ancora giunti al montaggio definitivo, cosa che capita spesso nei festival, come Bobby di Emilio Estevez, che difatti nel titolo riportava la dicitura “A Work in Progress”. Insomma, molti elementi fanno pensare ad un’effettiva difficoltà nel reperire titoli per questa edizione e se la causa può essere addebitata a Roma, non è che l’ulteriore conferma che due festival nella stessa nazione sono una semplice assurdità, vista la concorrenza già esistente tra i tanti festival europei.
Il premio per la migliore regia a Alain Resnais sarebbe indiscutibile se non fosse per il fatto che ha tutta l’aria di un premio alla carriera (che a Venezia il regista ha già ottenuto nel 1995). Nulla da dire sul premio della giuria a Daratt di Mahamat-Saleh Haroun, che è un film bello che ha tutto da guadagnare, a livello distributivo, da un premio a un festival importante come questo. Sul premio per l’interpretazione a Helen Mirren nessuno avrà da ridire, ma quello a Ben Affleck ha lasciato di stucco moltissimi e questo vorrà pur dire qualcosa. Sicuri che non ci fossero attori più meritevoli? A me, così di primo acchito ne vengono in mente almeno venti.
Il premio Mastroianni per la migliore attrice rivelazione attribuito a Isild Le Besco lascia ancora più di stucco: un premio all’attrice di un film pessimo che certo lei non eleva aggirandosi con un’aria ora catatonica, ora annoiata.
Qualcosa da ridire ci sarebbe anche sul premio speciale della giuria a Straub e Huillet per l’innovazione del linguaggio cinematografico. Quel linguaggio esiste già da tempo: si chiama teatro.
Molte le delusioni: La stella che non c’è di Gianni Amelio, così indeciso tra realtà e finzione da non accontentare nessuno, Hollywoodland di Allen Coulter, Zwartboeck di Paul Verhoeven, World Trade Center di Oliver Stone (sempre che qualcuno si aspettasse qualcosa dopo avere letto le dichiarazioni del regista), molti i film persi a causa delle sovrapposizioni delle proiezioni o della curiosa gestione delle entrate, che spesso penalizza gli accreditati. Però Marco Müller rimane un grande direttore, è detto senza piaggeria, e chi ha frequentato il Festival di Locarno sotto la sua direzione e quindi le edizioni dirette da Irene Bignardi sa cosa intendo. Appuntamento quindi alla prossima edizione, sperando in qualche sopresa positiva in più.

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