Custodire la natura | CINEFORUM DI IDEE #002

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero29 (novembre 2010), pp. 38-39

 

CINEFORUM DI IDEE #002

CUSTODIRE LA NATURA

di Toni D’Angela

 

Il cuore della terra è la libertà. Ecco perché l’Ercole di Vittorio Cottafavi, in “Ercole alla conquista di Atlantide”, sprofonda l’isola nelle acque dell’oceano che inghiotte la Volontà della Tecnica di strumentalizzare la Natura selvaggia, addomesticandola o distruggendola una volta per sempre (all’epoca l’allusione era all’atomica).
Natura, foscolianamente, specchio dell’anima e fonte di vitalità. La natura, nella lezione alta e classica del western, si attraversa, semmai, nel cammino dell’esperienza che è insieme esercizio fenomenologico e scoperta di sé, da “The Tall Men” di Walsh a “Broken Trail” di Walter Hill. La natura nel western è arealità del divenire, svolgersi del tempo, farsi-spazio dell’azione, dinamica-respiro del movimento dei corpi, percorso psicogeografico, itinerario furioso e rigenerante. La maestosità dei canyons, le imponenti pareti verticali di roccia, le grotte-fenditure, il sentimento oceanico della vasta prateria, la lucentezza bianca dei ghiacci, tutto questo sconvolge e divarica, come la Valle della Morte che custodisce, rammemorando l’uomo, il tesoro sepolto della ‘dead town’ Todos Santos in “Colorado Territory”. Immagine del divenire e della sua dialettica, del tempo che distrugge e del tempo che conserva, che rinvia al cinema di Dozvhenko, allo stupefacente gioco polifonico, ma armonioso, che orchestra il poema sinfonico della natura rappresentata dal regista sovietico nella dialettica fra attuale e virtuale, nella tensione tra vecchio e nuovo, fra la lentezza geologica delle materie organiche e le velocità della politica rivoluzionaria dell’uomo nuovo: nel salto dalla Natura all’Uomo.
Questa natura è una potenza, leopardianamente, bifronte. Distrugge e conserva, come il fiume e come si può leggere nelle panoramiche stratigrafiche degli Straub (“Fortini/Cani”, “Dalla nube alla resistenza”), movimenti di macchina che, come quelli di Walsh, sono densi ed evocativi, saturi di storia e natura, violenza e bellezza.
Nella messa in scena di “Rio Bravo” John Ford accorda geometria e poesia, il piano fisso viene a strutturarsi con l’intersezione di linee verticali e orizzontali che disegnano il profilo della ‘mesa’, scolpendone il corpo, stagliata, nel suo volume trapezoidale, di fronte allo sguardo di John Wayne avvolto dalle linee di terra e acqua, sulla soglia, ancora una volta, di un fiume, che scorre. Il movimento della natura si impone ma spazia di sé le vicende umane, il lento e morfologico movimento dell’acqua cesella incessantemente la roccia che, al tempo stesso, è anche veloce nel suo scorrere nel presente. La bellezza che sgomenta e fa planare Joel McCrea e John Wayne in “Colorado Territory” e “Rio Bravo” è sia quella della sua protettiva calma possente che della sua violenza e dei suoi cataclismi, immagine che raddoppia la il Male della Storia.
Le inquadrature (campi lunghi) di “Donovan’s Reef”, nella valle in cui si intona un canto per la sua dea, colgono la bellezza magnifica della valle verde all’ombra delle possenti cascate. Una panoramica in particolare, solo accennata, breve, di quelle colline e quelle grotte, in cui si è combattuto e dove i tre della croce del sud, reduci della guerra, hanno trovato rifugio. La panoramica evoca il piano straubiano, l’incrinatura della panoramica centrale di “Fortini/Cani”, che inquadra un luogo di iscrizione delle lotte, ‘leggibile’ più che visibile, rilevandone la memoria, il rovescio, lo storico, e concatenando tutto questo con il tellurico, il geologico, il paesaggio: una meraviglia naturale che, come il campo di grano dorato di “Dalla nube alla resistenza” pregno di sangue delle vittime sacrificali, è scritto (e in quanto tale leggibile) dal massacro delle popolazioni di quelle cave e di quelle campagne. Ma la natura deve rimanere la profondità di campo, il vento che soffia e il verde che brilla, i volumi della natura del cinema di Ford e di Straub-Huillet che mai sacrifica lo spazio. Nelle inquadrature, lunghe o profonde, di questi cineasti il paesaggio ‘pesa’ sulla presenza dei personaggi, ne ha rispetto anche perché quello spazio amorfo, asimmettrico e amorale (la “Wilderness” della Monument Valley o della foresta di “Drums Along the Mohawk”) è la profondità dello spazio avvolgente che, morti entrambi i genitori, conforta e accoglie i due fratelli “The Civil War”. Profondità che non manca neppure nell’ultima inquadratura di questo corto (nella conversazione sotto la veranda) stupefacente e straubiana, che, come “Two Rode Togheter”, rimanda ad alcune scene-sculture di dialoghi dei personaggi di “Dalla nube alla resistenza” e di “Der Tod des Empedokles” (1986) di Straub–Huillet.
Ordine e disordine, tutto che continua, conserva e distrugge, nelle acque e nei campi di grano di “Maria”, nelle nebbie e nelle nevi di Alexandr Sokurov. Forza della natura che è potenza generosa a dispetto delle gelide onde, cattive, di “Elegia della traversata”. Voce del mare e voce del vento fanno eco alla musica dell’anima, il misterioso e oggettivo della natura entra in corrispondenza, attraverso una armonia prestabilita, con il soggettivo fragile dell’uomo. Nella visione pacata, soffusa e lirica di Sokurov la natura è una pittura architettonica, un’impaginazione ricca i cui colori non si asciugano mai, una tela sempre calda.
Contro la rappresentazione pro-vocante, che utilizza l’essere della natura come un fondo, un oggetto, “Five” di Abbas Kiarostami custodisce e illumina la natura, come se questa fosse ricevuta e accettata. Il mondo filmato è il mondo esperito, il mondo nel suo cominciamento. Una cosmo genesi. Una immagine-piega che si rigonfia facendosi visibile e udibile, nella sua durata, che si sente, fra silenzi e strepitii che slargano il campo percettivo di chi vede e ascolta che, fuori del ruolo di spettatore passivo, non può che corrispondere a questo appello d’apertura, poiché già da sempre avvinghiato nella luce, nell’acqua, nella terra che articolano le tessiture di “Five”.

 

 

Toni D’Angela

 

 

 

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CINEFORUM DI IDEE è la rubrica di Rapporto Confidenziale a cura di Toni D’Angela. CINEFORUM DI IDEE vuole essere una fonte di idee per rassegne possibili ed immaginarie: un cineforum di parole. Toni D’Angela, nato a Milano (1975), insegnante ed educatore, critico cinematografico e organizzatore di cineclub, ha scritto saggi e articoli su Ford, Walsh, Hitchcock, Welles, Peckinpah, Paradzanov, Warhol, Rivette, Woo, sul western e sul rapporto cinema/filosofia, ed i volumi "Il cinema western da Griffith a Peckinpah" (2004), "Nelle terre di Orson Welles" (2004) e "Corpo a corpo. Il cinema e il pensiero" (2006), "Raoul Walsh o dell’avventura singolare" (2008) e "John Ford. Un pensiero per immagini" (2010). Dirige il trimestrale multilingue on line "La furia umana" – www.lafuriaumana.it

 

 

 

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