Sottodiciotto FilmFest Torino | Bahman Ghobadi

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Kasi az gorbehaye irani khabar nadareh (I gatti persiani), 2009)

XI Sottodiciotto Film Festival
Torino, 9-18 dicembre 2010

Weekend di programmazione intensa a Sottodiciotto, dove il protagonista è Bahman Ghobadi, cui il Festival dedica una retrospettiva curata da Marco Dalla Gassa e Fabrizio Colamartino. Dell’autore iraniano di origine curda, ospite a Torino per l’occasione, vengono presentati cortometraggi, lungometraggi di finzione e documentari, oltreché i film di connazionali – Abbas Kiarostami e Samira Makhmalbaf – in cui Ghobadi compare come attore o aiuto-regista. L’ampia panoramica, senza precedenti in Europa (a esclusione di un’analoga iniziativa del MoMA nel 2008), rende quindi indirettamente omaggio alla Nouvelle Vague iraniana e alle sue potenzialità complessive, soffocate da un regime di cui lo stesso Ghobadi è stato vittima.Nonostante la costrizione all’esilio, il regista, che oggi divide la sua attività lavorativa tra l’Europa e l’Iraq,resta una delle personalità più significative dell’ultima generazione di cineasti iraniani, una voce coerente e risoluta che si dispiega in una delle regioni mediorientali più martoriate del Medio Oriente, il Kurdistan, sua terra d’origine, e sa avventurarsi in territori tanto geografici quanto cinematografici inesplorati e letteralmente minati: una coraggiosa perlustrazione che segue drammi personali e collettivi di personaggi spesso molto giovani, come dimostra il lungometraggio Turtles Can Fly (ore 20.20, Massimo 3), che Ghobadi stesso presenta questa sera al pubblico in un incontro condotto da Marco Dalla Gassa e da Farian Sabahi. A seguire, il film che ha guadagnato al regista l’attenzione internazionale, I gatti persiani (ore 22.40), mentre nel pomeriggio vengono proposti il cortometraggio inedito in Italia Life in Fog (ore 16.30, Massimo 3) e il lungometraggio, sempre ambientato nel Kurdistan iraniano, Il tempo dei cavalli ubriachi (ore 17).

Bahman Ghobadi, nato a Baneh, nella regione del Kurdistan, è senz’altro una delle personalità di maggior rilievo dell’ultima generazione di cineasti iraniani. Figlio di un territorio e di un popolo tra i più martoriati del Medio Oriente, si è fin da subito presentato come cantore della sua terra natale, scegliendo come protagonisti bambini, adolescenti o ragazzi, simboli viventi della precarietà – ma anche dell’inesauribile vitalità – di un’etnia che nel corso dei secoli ha fatto dell’attraversamento dei confini, delle frontiere arbitrariamente create dalla politica, la cifra della propria esistenza. In film come Marooned in Iraq, Turtles Can Fly e Half Moon, i personaggi di Ghobadi si spingono in luoghi geografici o cinematografici inesplorati e insieme letteralmente minati, forzando i limiti della rappresentazione all’insegna di una messa in scena che, pur pervasa dal grande lirismo dei paesaggi del Kurdistan, pur animata dalle vicende ora crudeli ora bizzarre vissute dai suoi eccentrici protagonisti, non dimentica mai di agganciarsi all’attualità scottante di una terra segnata dalle guerre.
Non solo. Strumentista in un gruppo di musica tradizionale curda, è sempre stato affascinato dalla forza comunicativa e visiva del canto, del ballo, della performance, considerati lingua franca e veicolo di espressione libero da qualsiasi forma di autorità. Da questo punto di vista il suo ultimo film è emblematico: ambientato nel sottobosco musicale di Teheran, I gatti persiani ospita alcune tra le band più importanti del circuito indie della capitale e lega il loro destino a quello di una metropoli viva, caotica, frenetica, percorsa da fremiti di libertà e insieme soffocata dalla cappa asfissiante del controllo di uno Stato integralista. Il risultato è un’opera ambiziosa, ancora una volta al confine tra finzione e realtà, luce e buio, lecito e illecito, musica e silenzio, girata clandestinamente in pochi giorni, capace di cogliere una faccia inaspettata di quel movimento giovanile di dissenso che ha cercato di affermarsi in Iran negli ultimi anni. La retrospettiva dedicata a Bahman Ghobadi, ospite del Festival, è curata da Marco Dalla Gassa e Fabrizio Colamartino, specialisti di cinema orientale, con la collaborazione di Farian Sabahi, giornalista, scrittrice e docente di Storia dei Paesi islamici all’Università di Torino.

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