Psycho > Gus Van Sant

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale – numero13, marzo 2009 (pag.16-17).

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Psycho (USA/1998)

di Gus Van Sant

Psycho di GVS è un incredibile oggetto filmico che mai si era visto prima, una copia fedele del capolavoro di Alfred Hitchcock, una fotocopia a colori che riflette sull’impossibilità ontologica della copia perfetta.

A prima vista, compiendo una lettura sommaria dell’opera, ci si trova di fronte ad un’operazione warholiana, non solo la vicenda narrata è la medesima ma ogni singola inquadratura ricalca esattamente l’originale con la sola aggiunta del colore. Una riproduzione perfetta che produce un hitchcockiano senso di vertigine dato dal dialogo diretto instaurato con la memoria dello spettatore che, col ricordo del capolavoro del “maestro del brivido”, è costantemente chiamato a misurarsi alla ricerca d’ogni possibile frattura, d’ogni deviazione-variazione. Ciò che primariamente è messo in gioco da questo gioco per adulti è appunto il concetto stesso di memoria che nella vita come al cinema è solamente una idealità, un dato irreale al quale ci aggrappiamo per dare un senso al (non) senso complessivo nel quale siamo immersi. Quanti dei nostri ricordi sono in realtà fasulli?

Per esemplificare quel che intendo non saprei fare esempio migliore che citare un episodio della serie televisiva Malcolm in the Middle. Lois, madre perennemente sacrificata sull’altare della propria famiglia e stritolata da quattro figli pestiferi, decide che è giunta l’ora di prendersi un po’ di tempo tutto per sé e si iscrive ad un corso di danza; già dalle prime lezioni il suo insegnante le fa notare la sua innata grazia e soavità nel seguire la melodia con i movimenti del proprio corpo e lei stessa prova un’inenarrabile sensazione d’armonia. La macchina da presa la segue mentre volteggia con in viso un sorriso che da tempo aveva dimenticato di possedere. La sua vita grazie al corso di ballo cambia, il piacere prodotto da questa consapevolezza d’essere armonica è in grado di donarle nuovo smalto, d’essere una donna finalmente soddisfatta ed appagata da qualcosa. Un giorno però, il più piccolo dei suoi figli ha la malaugurata idea di farle (a sua insaputa) delle riprese con una telecamera proprio durante una delle sue adorate lezioni. Sarà rivedendo queste immagini che Lois scoprirà di non essere per niente una brava ballerina, ma bensì una pessima e goffa signora di mezza età che si dimena in una palestra pubblica. Ecco, Lois ha scoperto in maniera drammatica che la percezione che possedeva di sé era in realtà una menzogna, percepiva grazia a fronte d’una realtà diametralmente opposta. Questo episodio divertente illustra come la memoria – generata dalla percezione – non sia un dato reale ma un ricordo soggettivo d’un dato oggettivo che (autonomamente) non esiste.

Allo stesso modo il ricordo che noi abbiamo del film di Hitchcock è continuamente (ri)prodotto dalla copia diretta (architettata?) da Van Sant che, inserendo una serie di sfumature differenziali su di una struttura data, ci ricorda che la nostra idea dello Psycho del 1960 è pura idealità. Van Sant ci pone di fronte ad uno specchio che impietoso restituisce null’altro che il qui-e-ora. La sua è una riflessione sulla macchina-cinema, una rivendicazione della natura soggettiva della settima arte che produce null’altro che soggettività. Lo specchio impietoso (il film, il cinema) moltiplica il ricordo e la percezione tante volte quanti sono gli occhi che lo osservano.

La vertigine vansantiana pone squarci (1) là dove credevamo l’originale immutato e lo fa nella maniera più scoperta, ribaltando in primo luogo le pulsioni sessuali messe in scena da Hitchcock. È bene ricordarsi (appunto) che il regista inglese oltre alla maestria della messa in scena e della costruzione della tensione cinematografica, è stato fra i più grandi mattatori della sessualità hollywoodiana seminando nei suoi testi filmici un profluvio di riferimenti sessuali ed ovviamente Psycho ne è pregno. GVS assegna il ruolo che fu di Janet Leigh ad Anne Heche in apparenza rispettando il testo originale, entrambe le attrici sono infatti bionde e conformate fisicamente in maniera analoga, se non fosse che la Heche è fra le poche attrici hollywoodiane dichiaratamente omosessuali e soprattutto non proietta sullo schermo la medesima carica sessuale della Leight, che nella prima parte dell’opera d’origine evoca pulsioni erotiche celate a stento dall’impertinente messa in scena (o, viceversa, evocate con maestria). GVS non annulla la componente erotica assegnata al ruolo femminile ma la trasla sul personaggio della sorella, qui interpretato da Julianne Moore (2) che diviene oggetto delle attenzioni di tutt’altra natura rispetto all’originale, anche perché il ruolo maschile del compagno in cerca della donna in fuga ha l’aspetto e la fisicità di Viggo Mortensen, uno fra gli attori più mascolini del cinema contemporaneo. Già nell’originale hitchcockiano vi era una sotterranea attrazione fra questi due personaggi che qui esplode in maniera assai più evidente. Porre in prossimità due attori quali Julianne Moore e Viggo Mortensen produce quasi scientificamente un’alterazione delle pulsioni originali, ma è (ovviamente) con Norman Bates che il gioco (per adulti) si fa manifesto. Anthony Perkins vs Vince Vaughn è una scelta deliberata che non può essere assunta come casuale o accessoria, Vaughn è assai più convenzionale e mascolino dell’esile e perturbante Perkins e la sua stessa presenza fisica rende assai più esplicite le pulsioni sessuali dei quattro personaggi e dell’intera vicenda narrata, tanto che quando spia Marion Crane mentre si spoglia non potrà fare a meno di masturbarsi.

Dunque GVS altera gli equilibri sessuali in gioco e così facendo da forma nuova ad un’opera che a prima vista potrebbe apparire come fotocopiata a colori dall’originale, GVS racconta una sessualità dei personaggi più articolata ed esplicita e forse, questa è proprio la caratteristica peculiare di tutto il suo cinema, da Mala Noche a Milk – caratteristica che ha il suo precursore in Alfred Hitchcock che con la sua sessualità vittoriana seppe per primo far arrossire, quasi senza che se ne accorgessero, i puritani Stati Uniti d’America.

Alessio Galbiati


Note:

(1) Letteralmente squarci. Si pensi alla sequenza della doccia inframezzata da una serie di fotogrammi d’un cielo percorso da nubi, peraltro marca autoriale costante in tutta l’opera del ragista americano. Ne ho parlato nella recensione di Even Cowgirls get the Blues in Rapporto Confidenziale, numero12 (febbraio 2009), pag.21-22.

(2) Nell’originale il ruolo di Lila Crane fu interpretato da Vera Miles.

Psycho
Regia: Gus Van Sant; Soggetto: dal romanzo di Robert Bloch e dal soggetto del film omonimo di Alfred Hitchcock (1960); Sceneggiatura: Joseph Stefano; Fotografia: Chris Doyle; Montaggio: Amy E. Duddlestone; Musica: Bernand Herrmann (adattata daDanny Elfman); Scenografia: Tom Foden; Costumi: Beatrix Aruna Pasztor; Interpreti: Vince Vaughn (Norman Bates), Anne Heche (Marion Crane), Julianne Moore (Lila Crane), Viggo Mortensen (Sam Loomis), William H. Macy (Milton Arbogast), Robert Forster (Dott. Fred Simon), Philip Baker Hall (sceriffo Al Chambers), Anne Haney (signora Chambers), Chad Everett (Tom Cassidy), Rance Howard (signor Lowery), Rita Wilson (Caroline), James Remar (agente della stradale), James LeGros (venditore d’auto usata); Produzione: Brian Grazer e Gus Van Sant per Universal/Imagine Entertainment; Distribuzione italiana: Uip; Origine: USA; Anno: 1998; Durata: 104’.

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