Addio a Lietta Tornabuoni, la signora del cinema

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Lietta Tornabuoni è stata una delle figure di riferimento della critica cinematografica italiana. Colta e piena d’acume non merita parole banali come commemorazione alla sua scomparsa. Fra le molte pubblicate in queste ore ci pare che quelle scritte dalla Aspesi, su Repubblica, siano le più sentite e preziose.

 

Addio a Lietta Tornabuoni, la signora del cinema

di Natalia Aspesi

È morta ieri al Policlinico Umberto I di Roma, dove era ricoverata da diversi giorni, la giornalista Lietta Tornabuoni. Aveva 79 anni. Domani la camera ardente alla Casa del Cinema di Roma.

Lietta Tornabuoni ed io eravamo una strana coppia; amiche, colleghe, sorelle: abitando in città diverse, ci trovavamo solo in occasioni professionali, per esempio ai Festival, da quello canoro di Sanremo nei suoi anni gloriosi, ai cinefestival di Cannes e di Venezia. Inseparabili, scansate, forse temute, certamente prese in giro dagli altri colleghi, ci divertivamo moltissimo: a vedere film, incontrare divi, parlarne tra noi. Come due adolescenti, ridevamo di tutto, il lavoro, insieme, era puro divertimento, anche se scrivevamo per giornali diversi, o forse proprio per quello.

Quando ci siamo conosciute, io ero una tipica giornalista donna, disordinata e poco affidabile, della terribile categoria definita di costume; Lietta era già una grande giornalista, anzi, come si diceva allora per esaltarne la bravura, un grande giornalista; generosa come raramente sono i colleghi, apriva i suoi quadernini di appunti, che erano sempre quelli cinesi neri con gli angoli rossi, e mi passava preziose informazioni, numeri di telefono segreti, Fu lei che rimproverandomi l´eccesso di leggerezza, mi insegnò che il giornalismo è una cosa seria, anche se mi occupavo di Claudio Villa o degli amori della Callas, dovevo essere precisa, rigorosa: controllando ogni nome, ogni notizia, circondandomi di dizionari, intervistando più persone possibile, leggendo libri: soprattutto restando lontana dai fatti e dalle persone, imparziale, e pensando solo ai lettori.

Aveva cominciato giovanissima a Noi donne, il settimanale dell´Udi, era passata a Novella, poi all´Europeo e a L´Espresso di cui era tuttora il cinecritico (il suo ultimo articolo sul film Kill me please esce nel numero di dopodomani). Collaborava a La Stampa, negli ultimi anni come critico ma non solo, e, assunta nel 1970, con un breve periodo al Corriere della Sera, era stata uno dei più autorevoli e brillanti inviati del quotidiano torinese. Scriveva di tutto, articoli sempre esemplari che si leggevano avidamente, memorabili pezzi sul cavallo Ribot o su Pasolini, interviste a Cossiga o a Fellini, inchieste sulle pantere nere negli Usa o in Cina sulla terribile vedova Mao, sull´attentato terroristico alle Olimpiadi di Monaco del ´72 e sul rapimento e omicidio di Aldo Moro nel ´78.

Insieme eravamo un po´ mascalzone: e per esempio a Cannes nel ´75 non avvertimmo i colleghi che il film La recita di Angelopulos, scansato da tutti perché greco e lunghissimo, doveva essere visto perché era un capolavoro, e nel ´89 scrivemmo meraviglie di Sweetie di Jane Campion che aveva orripilato i maestri della critica, in seguito pentiti.

Quando muore un grande professionista, lo si ricorda come una persona che al lavoro ha dedicato tutta la sua vita. Lietta aveva molto amato il giornalismo, e lo amava ancora, malgrado le tante delusioni che negli anni capita sempre di subire. Ma aveva dedicato molto di sé stessa agli affetti, con una silenziosa generosità che faceva parte del suo stile di vita rigoroso e appartato. Di sé non parlava mai: era stata una bella ragazza dal sorriso incantevole, ma degli uomini, sempre intellettuali, che avevano attraversato la sua vita, non erano rimaste tracce. Vagamente gli amici sapevano della sua nobile e colta famiglia, di una sorella suicida, di un matrimonio, giovanissima, con un compagno di partito, matrimonio pochi anni dopo annullato (il divorzio non c´era ancora) in quanto contratto tra due comunisti, cioè diabolici peccatori.

Era stata molto vicina a sua madre, donna di grande cultura e aveva assistito il fratello Lorenzo, pittore di talento, per anni confinato a letto. Lo ricordo perché questo lato della sua vita, in nome di un senso segreto dell´eleganza e della discrezione, era solo suo, come lo fu la sua dedizione assoluta al compagno, il geniale scrittore Oreste Del Buono, nei lunghi anni di una sua drammatica malattia.

Lietta ha cominciato a staccarsi dal mondo quando, morte le persone che più amava, si è ritrovata senza più nessuno da accudire, cui dedicare i pensieri, le cure, le attenzioni, l´amore. Lei che era una grande cronista, un´opinionista severa, un´implacabile intervistatrice, una giornalista ironica, puntigliosa, acuta e generosa, una persona anticonformista, di profonda moralità laica, senza padroni, ha preferito appartarsi nei limiti inoffensivi della critica cinematografica perché la politica, che era stata una sua passione e che aveva settimanalmente raccontato nella sua rubrica "Persone", svelandone i peccati e i peccatori, si era ormai troppo insquallidita, criminalizzata, attorcigliata attorno a personaggi troppo privi di glamour, che era ciò che lei cercava in tutto.

La sala buia era diventata un rifugio a stanchezza e delusioni, i film non disturbavano il suo bisogno di solitudine, scriverne nella sua casa silenziosa, invasa da migliaia di libri che alimentavano la sua instancabile cultura, era un modo per proteggere il suo orgoglio, la sua dignità, per non mostrarsi più e diventare finalmente invisibile.

 

Natalia Aspesi

La Repubblica / 12.01.2011

 

 

 

 

 

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