A Thousand Pleasures > Michael Findlay

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero30 (dic/gen 2011), pagg. 10-15

Il nudo non mi spaventa (basta che sia giustificato dalla storia)
“A Thousand Pleasures” e il cinema senza limiti di Michael e Roberta Findlay e di John e Lem Amero.

Prima che negli anni ’90 Times Square si trasformasse, per volere dell’allora sindaco Giuliani, in una sorta di zona bonificata ad uso e consumo dei turisti, la celebre area di Manhattan era nota per i suoi cinema Grindhouse (1) dal passato glorioso di teatri specializzati in burlesque e l’aspetto ormai fatiscente. Erano sale in cui era possibile assistere sin dalle prime ore del mattino a proiezioni continuate di film dai valori produttivi infimi accanto a senzatetto, che nella sala dormivano, prostitute e marchettari, che vi esercitavano la loro professione, studenti molto fuori corso, spacciatori di ogni genere.
Prima di Giuliani, prima che il crack facesse la sua comparsa in città trasformando la zona e i suoi cinema in luoghi molto più pericolosi di quanto già fossero, nonché prima che l’homevideo rendesse disponibile per la visione casalinga anche i capitoli più oscuri del cinema exploitation (2), questa era la zona più avventurosa e divertente della città.
La progressiva chiusura delle Grindhouse causò anche l’uscita di scena di molti produttori e distributori abituati a sostenere con pochi dollari le opere di registi abituati a lavorare con materiale per palati forti in grado di garantire un ricambio di film a bassissimo costo e ad alto tasso di perversione per le sale. I registi, ottenuto un finanziamento miserabile per realizzare un film, tenevano per sé una parte del denaro ricevuto e producevano la loro opera con una quantità ancora più bassa di denaro, costringendosi a fare salti mortali per spaventare, divertire, eccitare gli spettatori.
I distributori, da par loro, inserivano questi titoli nel loro circuito riuscendo a ricavare cifre talvolta considerevoli da opere allora ben lungi dal godere dello status di classici come invece oggi.
Sale come il Deuce, il Globe, l’Empire, l’Apollo, erano il regno di registi come, tra i moltissimi, Herschell Gordon Lewis, Joseph P. Mawra, Robert L. Roberts, Joseph W. Sarno, Lou Campa e la coppia diabolica composta da Michael e Roberta Findlay che, incrociatisi più volte nella loro carriera con i fratelli Amero (John, spesso co-regista di Michael o attore per i suoi film e viceversa, e Lem, suo fratello con cui formò una coppia professionale solida), furono autori di alcune opere disturbanti (per l’epoca) appartenenti al genere “roughie”, sinonimo di elevato tasso di erotismo abbondantemente condito in salsa sado-maso.
Quando la coppia formata da Michael e Roberta Findlay inizia la sua carriera su consiglio del produttore di “Glen or Glenda” di Ed Wood Jr., Michael è un americano di origine irlandese, dal rigoroso retroterra cattolico e dalla conseguente spiccata curiosità sessuale. Originario dell’Upper East Side di Manhattan, frequenta la New York Film School. Parallelamente, nel Massachusetts, i fratelli John Ellsworth e Lemule Firth Amero, entrambi gay, coltivano il loro amore per il cinema nella profonda provincia. Trasferitosi a New York, John conosce il futuro amico e complice Michael lavorando con lui come montatore presso la rete televisiva ABC.
Mentre Michael incontra Roberta, colei che diventerà sua moglie e compagna di lavoro per alcuni anni, John viene raggiunto a New York da suo fratello Lem.
Di lì a poco, il quartetto, pur con diversi ruoli e responsabilità artistica, darà vita ad alcuni tra i più curiosi ed estremi esempi di cinema exploitation.
Il catalizzatore dell’avvio della loro avventura cinematografica vera e propria è Michael, che trascina John a vedere i film nelle sale della Quarantaduesima strada, decidendo che insieme potrebbero fare molto meglio.
Detto, fatto: fondata una povera casa di produzione, nel 1965 girano “Body of a Female” nel tempo lasciato libero dal lavoro. Attori, per motivi di risparmio, loro stessi.
Le loro prime prove a base di sesso e sadomasochismo, presentano trame come nessun altro film in circolazione, frutto delle curiosità sessuali del cattolico Michael, praticate solo al cinema.
La loro camera a 35mm può filmare solo sequenze da un minuto e, malgrado questo, sarà necessario lavorare di fino al montaggio per eliminare le lungaggini che, secondo loro, appesantiscono il film, nei cui titoli di testa è indicato il nome di Bettie Page, che nel film non compare.
Desiderosi di trovare un distributore per il film, si rivolgono a Will Mishkin prima e a Joe Brenner poi, nomi che hanno visto sui manifesti fuori dai cinema della zona. Scelgono il secondo, che garantisce loro una più alta percentuale sugli incassi.
Nel frattempo John lascia il lavoro alla ABC e inizia a gestire una sala, il Trans-Lux West, il cui proprietario possiede un’altra sala a Boston. Questo gli permette di venire a conoscenza degli incassi del loro film nella capitale del Massachusetts e scoprire di conseguenza che Brenner mente loro sui dati relativi alle entrate. Non solo: Brenner tralascia dai suoi rapporti anche numerose sale degli Stati Uniti in cui il film viene proiettato.
Un disaccordo sull’eventualità di vendere la pellicola a Brenner causa la rottura della collaborazione produttiva tra i Findlay e gli Amero, che però continueranno a frequentarsi e a lavorare insieme.
John e Lem fondano la loro casa di produzione e Michael e Roberta si associano all’American Film Distributing. Il capo di quest’ultima, Stan Borden, aveva appena ottenuto grande successo con il primo capitolo della serie dedicata al personaggio di Olga (“Olga’s Girls”, 1964, diretto da Joseph P. Mawra, in cui la donna del titolo commercia in droga e schiave bianche. Seguito da “White Slaves of Chinatown”, 1964, “Olga’s House of Shame”, 1964, “Mme. Olga’s Massage Parlor”, 1965, “Olga’s Dance Hall Girls”, 1969), e propone a Michael e Roberta di inserirsi nella scia.
Sempre nel 1965, Michael manda nelle sale Grindhouse ben due film: “The Sin Syndicate”, falso documentario, e soprattutto “Satan’s Bed” – per cui non è accreditato – noto perché ne è protagonista una giovane Yoko Ono, tre anni prima di incontrare John Lennon, nel ruolo della compagna di uno spacciatore che viene sequestrata e violentata. “Satan’s Bed” non è un film originale, trattandosi della fusione dell’incompiuto “Judas City” – il segmento con Yoko Ono – con sequenze girate da Findlay. In queste ultime, seguiamo un trio di spacciatori impegnato nel terrorizzare un gruppo di donne, una tra le quali proprio Roberta Findlay, che si nasconde dietro quello che diventerà il suo pseudonimo più ricorrente: Anna Riva.
L’anno seguente giunge nelle sale “Take Me Naked” che, presentando la consueta commistione tra sesso e s/m (con culmine in un finale necrofilo), non nasconde le ambizioni artistiche del suo regista, visibili soprattutto nella confezione. Il film è scritto da Roberta, che ne è anche protagonista, mentre Michael, oltre a ritagliarsi un ruolo, ne è montatore e direttore della fotografia.
Per “The Touch of Her Flesh”, primo film della trilogia che compone una sorta di studio sul cinema s/m denominata “Flesh” (3) e frutto della collaborazione con Borden, i Findlay tornano a lavorare con gli Amero. Michael dirige e monta, Roberta si occupa della fotografia e tutti e quattro appaiono come interpreti al fianco di spogliarelliste che nel mondo del cinema exploitation dureranno il tempo di una fugace apparizione.
Più o meno lo stesso cast porta alla produzione di “A Thousand Pleasures”, film dalle ambizioni artistiche meno spiccate rispetto a “Take Me Naked” ma molto più scatenato a livello di forma e contenuto. Nel film, firmato come Julian Marsch, compaiono gli stessi Findlay, nascosti dietro l’allusivo nome Robert Wuesterwurst e l’abituale per lei Anna Riva. Il film è prodotto da loro stessi attraverso la Rivamarsch, unione dei loro nomi d’arte.
John e Lem, intanto, si dedicano al softcore nel loro studio, un loft sulla Ventiduesima strada. Tra i film prodotti in quel periodo, “Lusting Hours”, fusione di scene girate con i Findlay e tratte da “Body of a Female” con l’aggiunta di alcune scene girate appositamente, costato pochissimo e immediatamente acquistato da Stan Borden.
Nel 1967 girano “Diary of a Sinner”, storia di una ragazza di campagna che si reca in città, con tutto il consueto corollario di orge, lesbismo, stupri che il cinema sexploitation richiede. Il film viene ben accolto e ottiene addirittura una buona recensione da Variety.
Nel 1969, i Findlay girano un remake di “Body of a Female” dal titolo “The Ultimate Degenerate”. Il film, dall’atmosfera piuttosto cupa imposta dall’educazione cattolica di Michael, presenta la consueta tematica s/m.
John, giunto intanto a gestire due famose sale della zona, vede “Mona: The Virgin Nymph” di Howard Ziehm , il primo porno ad essere programmato a New York e decide di rimpolpare il nuovo film girato con il fratello, “Bacchanale”, con scene pornografiche interpretate da un Harry Reems pre-”Gola profonda” e da una coppia attiva nei live sex show della zona.
I Findlay, nel tentativo di sfuggire all’inevitabile destino nel porno, si sono dati nel frattempo all’horror con “Shrek of the Mutilated”, in cui alcuni studenti universitari vanno alla ricerca dello yeti ma vengono uccisi uno dopo l’altro da un misterioso assassino. Il successivo “Slaughter” verrà reintitolato dal distributore Allen Shakleton “Snuff”.
Intanto si consuma il divorzio tra Michael e Roberta. Quest’ultima, che fino ad allora aveva vissuto nell’ombra del marito apparendo costantemente nei suoi film come direttore della fotografia, voce e attrice, inizia a girare porno per Shekleton. “Angel Number 9” (1974) film per adulti di Roberta Findlay , su un uomo sessista che si reincarna nel corpo di una donna, presenta una trama identica a quella di “Switch”, commedia di Blake Edwards del 1992.
La lunga serie di film pornografici da lei girati (o per cui si è occupata della fotografia) si concluderà nel 1985 (4) con “Shauna: Every Man’s Fantasy” uno pseudo documentario sulla pornostar Shauna Grant, suicidatasi appena ventenne qualche mese prima, che si risolve in un pretesto per mostrare sequenze dei film dell’attrice.
Da qui si dedicherà solo allo splatter (usando come pseudonimi Robert R. Walters o Robert W. Norman e abbandonando definitivamente quello di Anna Riva) con risultati alterni e “Tenement” (noto anche come “Game of Survival”. Una banda di spacciatori terrorizza gli inquilini di un palazzo di appartamenti) come titolo più noto (il film è stato bandito in Inghilterra per lunghi anni) nonché ultimo della sua carriera.
John e Michael sono intanto tornati a lavorare insieme usando lo pseudonimo Francis Ellie (unione dei rispettivi secondi nomi), per una serie di film girati per la produzione di porno gay PM Productions. Michael sul set soffre di crisi di panico – tenute a bada con robuste dosi di Valium fornito da John – ma le migliaia di dollari guadagnati in poche ore lo convincono a non abbandonare il campo. “Kiss Goodbye” (1974), “Men Come First” (1979) e “Navy Blue” (1981) sono i titoli risalenti a questa fase. Michael gira intanto nel 1976 “Wet and Wild”, un film di 55 minuti da mostrare continuativamente nelle sale specializzate in cui, mescolando filmati in 8mm con nuove riprese, narra di uno psicopatico mascherato che entra in una sala a luci rosse di Times Square per forzare il proiezionista (Findlay stesso) a proiettare sequenze di film in cui sospetta appaia sua sorella.
Gli Amero, da par loro, concludono la loro carriera in coppia nel 1981 con “Blonde Ambition”, film uscito in versione sia X che soft, che narra di due cantanti e ballerine che, giunte a New York, vengono scelte per una versione porno di “Via con vento”.
Poco prima, anche la carriera di Michael si appresta a concludersi per motivi drammatici, non prima di avere girato nel 1976 il porno etero “Funk” per cui inventa una cinepresa portatile per girare in 3D.
Muore l’anno seguente all’età di 38 anni quando, in attesa di essere trasportato all’aeroporto JFK per poi recarsi in Francia a mostrare a un potenziale compratore un prototipo della camera 3D da lui inventata, l’elicottero che dovrebbe accompagnare lui e altri passeggeri all’aeroporto cade su un lato. Le pale decapitano lui e fanno letteralmente a pezzi tre altri passeggeri (una quarta vittima verrà colpita sulla strada da un rotore).
Lascia poco più di una ventina di titoli testimonianti un modo di fare cinema selvaggio, senza limiti, con un gusto per la contaminazione che verrà riconosciuto solo anni dopo.
Una ricostruzione precisa della sua filmografia è resa difficile sia dal fatto che molte pellicole sono introvabili che dal fatto che oggi Roberta Findlay si è ritirata e non ama parlare del suo passato nel cinema, arrivando a rinnegare intere parti della sua filmografia e la sua partecipazione ad alcuni tra i film del marito.
John Amero lavora ancora come produttore mentre suo fratello Lem è morto nel 1989 di AIDS.

Principali pseudonimi di Michael Findlay:
Francis Ellie (ossia Michael Findlay e John Amero), Julian Marsh, Robert West, Richard Jennings, Robert Wester, Robert Wuesterwurst, Michael Fenway, Michael Crane, Oscar Riva

Principali pseudonimi di Roberta Findlay:
Anna Riva, Robert Norman, Frederick Douglass, Robert W. Norman, Robert Walters, Robert W. Brinar, Robert D. Walters

A THOUSAND PLEASURES
La summa del Findlay-pensiero

Nell’impossibilità di giudicare “Body of a Female”, ritenuto scomparso e di cui esiste solo il rifacimento “The Ultimate Degenerate”, “A Thousand Pleasures” è certamente, con “Take Me Naked”, l’opera più rappresentativa del cinema di Findlay in quanto, pur inserendosi nell’onda dei “roughie” per puro interesse commerciale, è libera da vincoli produttivi (il film è autoprodotto) e mette in luce in maniera piena la forma cinematografica di Michael Findlay. Oltre a questo, è un film che anticipa i tempi.
Se il precedente “Take Me Naked”, sotto il suo aspetto scientemente e volutamente sordido sembra nascondere ambizioni artistiche e l’immediatamente successiva trilogia (“The Touch of Her Flesh”, “The Curse of Her Flesh” e “The Kiss of Her Flesh”) rimetteva le cose a posto, accontentandosi di titillare gli istinti dello spettatore, “A Thousand Pleasures”, contiene in sé alcune tra gli elementi che in seguito, pochissimi anni dopo, si potranno trovare nel cinema di John Waters o in quello di Doris Wishman con la polacca Liliana Wilczkowska (nota con il nome di Chesty Morgan, a richiamare le dimensioni del suo seno – il nome suonerebbe come “Pettoruta” Morgan) come “Double Agent 73” o “Deadly Weapons”, in cui la protagonista usa contro i nemici le uniche due – pur gigantesche – armi che possiede.
Ma non è questo l’unico motivo di interesse che il film presenta “A Thousand Pleasures” rappresenta infatti una summa del cinema di Findlay, che da qui in poi lavorerà spesso su commissione in cui la sua visione artistica riuscirà solo ad occhieggiare.
Il film si apre con Robert Wuesterwurst (ossia il regista sotto un per nulla ammiccante pseudonimo) intento a pulire la minuscola cucina della casa che divide con la moglie mentre lei (Roberta Findlay con lo pseudonimo Anna Riva), impegnata a fare il bucato, gli rovescia addosso una sequela di improperi.
Non gli resterà da fare altro che ucciderla a coltellate.
Poco dopo, sui titoli di testa, possiamo assistere alle contorsioni di una ragazza nuda (dimostrante quanto i canoni estetici siano mutati da allora) in una scena fine a sé stessa.
Mentre Richard si allontana da casa con la sua automobile nel cui baule ha nascosto il corpo di sua moglie, due autostoppiste lo fermano e praticamente lo costringono a dare loro un passaggio. Una delle due si addormenta immediatamente sul sedile posteriore e l’altra – che deve provare una forte attrazione per gli uomini dal taglio di capelli improbabile e dal ventre prominente – si china su di lui per praticare una fellatio (e qui, grazie a un piano ravvicinato, si nota come lei stia provando un piacere incontenibile succhiando il suo stesso pugno).
Svegliatasi, l’autostoppista seduta sul sedile posteriore si rende conto della presenza del cadavere ma, invece di gridare come sarebbe lecito aspettarsi, scoppia prima in una risata e poi pronuncia sibillina la frase «That’s Our Boy!» all’amica, prima di portarlo a quella che sembra essere la loro casa. Qui, Richard ha il piacere di fare la conoscenza di Baby, una donna non giovanissima vestita unicamente di un pannolino e ciglia finte. Come ci si può ovviamente aspettare quando si è in visita presso delle sconosciute, l’inquietante donna pratica davanti a lui la magia della sparizione di una candela. Una delle due autostoppiste realizza quindi che lui ha qualcosa che a lei dovrebbe piacere molto più di «Una esile candela».
Prima che lui riesca anche solo ad accennare ad abbassarsi la cerniera dei pantaloni, ha già dovuto bere un te drogato portatogli dall’altra ragazza, cui l’uomo ha detto poco prima un ammiccante «La bambina dimostra grande interesse per i giocattoli» brandendo goffamente la candela.
Richard tenta di scappare (evidentemente i sonniferi non erano allora quelli di oggi) ma viene bloccato da un altro uomo (il regista John Amero) che lo tramortisce. Quando si risveglia, le due ragazze sono a seno nudo sopra di lui e gli spiegano con voce fuori sincrono di essere lesbiche e di odiare gli uomini. Non solo: mentre la coppia offre dimostrazione concreta del suo orientamento sessuale prodigandosi su un tavolino, una delle due gli spiega che «Ogni volta che è forzata a prendere in bocca un pene, le viene voglia di staccarlo a morsi», cosa che pone sotto una luce più inquietante quanto accaduto in auto poco prima.
Se le due ragazze non amano gli uomini, quale sarà il motivo di tanto interesse nei suoi confronti? Richard non tarderà a capirlo: vogliono il suo sperma per poter avere una figlia più credibile della pseudoinfante viziosa con cui condividono la casa. Viene naturalmente da chiedersi perché non usino quello dell’uomo interpretato da Amero, più attraente di lui, ma tant’è. Mentre il prelievo viene effettuato, le due donne approfittano del suo essere inconscio per prelevare il cadavere della ex moglie dall’auto (parcheggiata su una strada principale, dove il rischio di essere visti è alto. E loro impiegano alcuni minuti nel portare a termine l’operazione) e gettarlo nel mare.
Richard, risvegliatosi nel frattempo, si gode un bagno nella vasca e fa conoscenza di una donna afro-americana dal nome per nulla allusivo di Boobarella (Boob significa seno) e dallo stesso, identico, gusto nell’acquisto di parrucche delle altre due. La donna non tarda a mettersi cavalcioni del corpo di Richard, che nel frattempo si è sdraiato su un letto.
Da qui si passa senza soluzione di continuità alla scena in cui tutti i personaggi si trovano in salotto: mentre una delle due donne allatta Baby, che intanto viene frustata da Boobarella in topless, Bruno (ossia Amero) assiste alla scena in smoking (?). Boobarella si dedica nuovamente a Richard sotto gli occhi gelosi (e perché mai, viste le dichiarazioni precedenti?) di una delle due donne che, vistasi respingere, rivolge le sue attenzioni a Bruno che la rifiuta delicatamente spegnendole una sigaretta sul petto (senza che rimangano segni, come si può notare nella scena dopo in cui, nuda, si contorce su un letto).
Richard tenta nuovamente la fuga dopo che Boobarella lo ha avvisato che se non lo farà le due donne lo uccideranno. La voce di Findlay, usata come io narrante, spiega che lo stesso personaggio sembra non trovare via d’uscita in quell’isola deserta (ma intanto si sta dirigendo verso casa sua per raccogliere i suoi effetti personali). Se lui sembra stranamente perso in quel luogo, Bruno lo è molto meno, visto che lo sta già aspettando nascosto dietro un muro della casa. La lotta che ne segue vede Bruno vittorioso e Richard, nuovamente in casa delle due donne, viene vistosamente schiaffeggiato con una paletta da camino presumibilmente incandescente. Poco male, visto che poco dopo le due donne gli arrostiranno i piedi nel camino senza che rimanga un solo segno, come possiamo notare poco dopo.
Richard si vendicherà uccidendo Baby e una delle due donne.
Non basterà a salvargli la vita: Boobarella infatti lo soffocherà con le sue ipertrofiche ghiandole mammarie.
Finito? Si, non prima però di avere assistito alla (ri)nascita dell’amore tra Boobarella e la donna sopravvissuta, che sorridono felici sulla spiaggia.
La lunga descrizione qui sopra serve solo a fare capire perché “A Thousand Pleasure” sia il capolavoro di Michael Findlay. Infatti, contiene in sé tante situazioni compresse in un tempo limitato (il film dura 70 minuti) e per riuscirci deve necessariamente fare a meno di continuità, costruzione dei personaggi e logica. Anzi, il suo punto di forza consiste proprio nella sua selvaggia anarchia, nel fare di povertà ricchezza grazie alle quantità di materiale scatenato che presenta (per dovere di sintesi, in una stessa scena appaiono una frusta, uno scambio sessuale tra donne, feticismo del seno, voyeurismo, masturbazione, dichiarazioni misogine, un attrezzo da camino spinto verso l’orifizio anale di Baby e latte bevuto dal seno). Altro punto di forza è il fatto che il film presenti sì situazioni che alla fine degli anni ‘60 avranno fatto sussultare i pur scafati spettatori delle sale Grindhouse, limitandosi però quasi sempre all’allusione nelle scene più cruente.
In un bianco nero fotografato benissimo dalla Findlay (che si nasconde dietro allo pseudonimo di Robin Arden, con cui firma anche le musiche, pasticcio tra musica classica, colonna sonora di film noir anni ‘50 e musica per bambini), la vicenda scorre spedita, tra un’incongruenza e un’altra, senza un momento di noia.
Il film presenta attori e attrici credibili (Michael FIndlay, con la sua aria mite e bonaria, un poco meno): Marie Brent, nota anche come Janet Banzet, attrice di teatro impelagata in produzioni sexploitation per lungo tempo (appare anche nell’erotico-poveristico – o porno? – “The Party at Kitty and Stud’s”, in seguito ribattezzato “Italian Stallion” per sottolineare la presenza di Sylvester Stallone nel suo primo ruolo al cinema), prima di suicidarsi nel 1971; Uta Erickson che, con il nome di Artemidia Grillet, è un volto (e corpo) noto della sexploitation dell’epoca nonché un’interprete ricorrente per i Findlay così come Kim Lewd (ossia Baby), che terminerà la sua carriera nel 1971 dopo una manciata di film dello stesso genere.
Testimonianza di un cinema che ha poi conosciuto un’evoluzione anche ai giorni nostri (basti pensare al cosiddetto “torture e e porn”, come viene definito il cinema dalla violenza grafica esasperata che ha prodotto molti esempi negli ultimi anni), “A Thousand Pleasures” regge benissimo la visione anche quando non condizionata dal suo valore storico.

Roberto Rippa

Note:

(1) Grindhouse è il termine americano per definire le sale specializzate nella programmazione di film exploitation.
(2) Per cinema exploitation si intende quel cinema che sfrutta sesso e violenza valorizzandoli in maniera grafica e sfruttandoli nella loro versione più morbosa.
(3) Seguiranno, nel 1968, “The Curse of Her Flesh” e “The Kiss of Her Flesh”, tutti firmati con il nome Julian Marsch per evitare di associare il vero nome a opere tanto compromettenti.
(4) Oggi è difficile definire la sua filmografia in quanto Roberta, sopravvissuta all’allora già ex marito, preferisce sminuire il suo apporto alle prime opere accreditate a entrambi o ribadisce di avere lavorato solo per denaro schivando anche l’etichetta di femminista ante litteram che molti vorrebbero un po’ arbitrariamente appiccicarle. Effettivamente, caso molto raro, evita come la peste anche le riunioni degli estimatori che negli Stati Uniti corrispondono spesso a una fonte di guadagno non indifferente.

A Thousand Pleasures
Regia: Michael Findlay | Sceneggiatura: Berla L. Moke | Musiche: Roberta Findlay (come Robin Aden) | Fotografia: Roberta Findlay (come Anna Riva) | Montaggio: Michael Findlay (come Richard Jennings) | Fotografo di scena: John Amero (come Ellsworth Dinsmore) | Tecnico delle luci: Roberta Findlay (come Robin Marx) | Produttori: Michael Findlay (come Julian Marsh), Roberta Findlay (come Anna Riva) | Interpreti principali: Janet Banzet (come Marie Brent), Uta Erickson (come Artemidia Grillet), Michael Findlay (Robert Wuesterwurst), Linda Boyce (come Linda Mactavish), Kim Lewid, Donna Stone, John Amero (come Duke Ellsworth), Roberta Findlay (come Anna Riva) | b/n | paese: USA | anno: 1968 | 70’

DVD
“A Thousand Pleasures” è pubblicato in DVD da Something Weird in double bill con “Take Me Naked” solo lingua inglese e niente sottotitoli ma alcuni extra di notevole interesse, tra cui:
Trailer originale per “Take Me Naked”; Trailer per “The Curse Of Her Flesh”, “Satan’s Bed”, “The Sin Syndicate”, “The Touch of Her Flesh” e “The Ultimate Degenerate”; Sequenza da “Janie”, fotografata e narrata da Roberta Findlay, in cui una studentessa ninfomane è eccitata dall’omicidio; Estratto di 30 minuti da “Mnasidika” in cui Michael Findlay è preso da follia sanguinaria nell’Antica Grecia; Galleria fotografica di sesso malato degli anni ‘60 accompagnata da musica bizzarra.

Fonti:

Sleazoid Express – A Mind-twisting Book Tour Through the Grindhouse Cinema of Times Square, Bill Landis e Michelle Clifford, Fireside Books (Simon & Schuster), 2002;
• Forbidden Fruit: The Golden Age of the Exploitation Film, Bret Wood e Felicia Feaster, Midnight Marquee Press, 1999;
• Sleaze Artists: Cinema at the Margins of Taste, Style, and Politics, Jeffrey Sconce, Eric Schaefer, Tania Modleski, Harry M. Benshoff, Chuck Kleinhans, Colin Gunckel, Duke University Press Books, 2007;
• IMDb;
• Wikipedia.




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