Frammenti di altra quotidianità > Aa.Vv.

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero30 (dic/gen 2011), pagg.77-78
all’interno dello speciale Mr.Arkadin goes to Torino 28

 

Frammenti di altra quotidianità
Aa. Vv. | Italia, Mozambico – 2010 – dv – colore – 60’
di Alessio Galbiati

Discarica di Maputo, Mozambico. Uno scenario quasi metafisico, un vero e proprio controaltare del nostro mondo asetticamente moderno. Con alcuni ragazzi che sopravvivono grazie a quello che recuperano dai rifiuti, nuovi e inconsapevoli operatori ecologici all’interno di una microeconomia che nulla getta ma tutto ricicla, un gruppo di volontari di una Onlus italiana avvia, a Mundzuku Ka Yina, un laboratorio di foto, video ed elaborazione digitale delle immagini. Gli allievi hanno così la possibilità di raccontare il proprio lavoro e la propria quotidianità con uno sguardo che sfugge al pietismo con cui siamo abituati a vedere una realtà di questo tipo e che infrange i tabù del politicamente corretto poiché sopraffatto dalla sincera e autentica visione degli autori. I tempi lunghi e i silenzi, rotti da accelerazioni improvvise e repentini cambi di ritmi e di luce, danno origine a una testimonianza diretta e non mediata di una quotidianità molto distante dalla nostra, in cui emerge, pur tra liti e violenza, un desiderio di convivialità che contrasta con la qualità stessa del cibo.

 

«Il documentario Frammenti di altra quotidianità è da considerarsi il frutto di un lavoro collettivo nato e sviluppato all’interno di un percorso di formazione professionale e di confronto. L’autore del video e di tutti i lavori realizzati è quindi da considerarsi il laboratorio stesso, allievi e «maestri di laboratorio» volontari sotto la cui supervisione si sviluppano i percorsi didattici e pedagogici, piuttosto che una singola persona. Il documentario è il frutto dei primi due step di apprendimento, ciascuno della durata di due mesi. Non è certo un prodotto “raffinato” o a uso dei nostri paradigmi a volte fin troppo asettici ed estetizzanti. Non raffinato perché girato da allievi che si confrontano per la prima volta con mezzi tecnologici e con nuovi linguaggi. È un prodotto grezzo e immediato, a volte anche “sgrammaticato”, certo sincero. Non raffinato per i suoi contenuti che possono essere considerati in alcuni frangenti un po’ duri da digerire, “fuori dal normale”, comunque lontani da ciò che siamo abituati soggettivamente a considerare normalità. Dimenticandoci che a volte la nostra normalità è riservata a una piccola fetta di umanità, quindi oggettivamente anormale. Un lavoro più di pancia e di cuore che non di testa. E tale vuol rimanere, in ciò può trovare una sua ragione di essere. Che dà fastidio. Nei contenuti e nella forma. Un lavoro “grezzo”, che tratta materia “grezza”. Uno degli obbiettivi del laboratorio è che i protagonisti in loco diventino gli artefici della narrazione, non filtrata dai nostri paradigmi, troppe volte considerati unica misura del mondo. Quindi la descrizione della realtà e del sentire degli uomini osservati attraverso i loro occhi e le loro sensibilità. Il non avere a disposizione un’attrezzatura tecnica sofisticata, la necessità di girare velocemente, di seguire a volo gli accadimenti, di dover lavorare per scelta o anche per costrizione a mano, ci ha indotti a puntare su un ritmo interiore nei movimenti di camera governati dal corpo dei giovani e inesperti operatori. A ricercare un nostro modo di narrare istintuale, che parta dalla pancia. Ognuno degli allievi ha risposto a modo suo, secondo le proprie sensibilità a questa sollecitazione.
Al montaggio il compito di restituire unità e un senso finito all’operazione, magari lavorando proprio sulle sgrammaticature.»
Roberto Galante, responsabile del laboratorio A Mundzuku Ka Yina
www.amundzukukayina.org – dal catalogo del 28 Torino Film Festival

 

“Frammenti di altra quotidianità” è un film straordinario. Una delle opere più belle ed emozionanti viste a Torino 28 la cui forza principale è quella di raccontarci un luogo inenarrabile attraverso immagini raccolte da quelle stesse persone che quel luogo impossibile lo vivono realmente. L’idea non rimane unicamente “teorica”: lo sguardo della macchina da presa indaga l’immondizia, cerca in essa qualche brandello di cibo, oggetti da riutilizzare. Osserviamo la sterminata discarica di Maputo dal punto di vista dell’umanità che in essa vive e guardandola da questa angolazione veniamo attraversati dal dubbio di percepirla con occhi fuorviati.

Il film sostanzialmente si compone di tre parti. La prima (in origine concepita come cortometraggio dal titolo “L’ora di pranzo”) è la più traumatica per l’occhio occidentale; la macchina da presa scava nell’immondizia, segue le persone che da essa ottengono il cibo per il sostentamento. Vediamo un gruppo di uomini che trova, si cucina e mangia un pesce putrescente, un altro divorare brandelli di carne direttamente dalla discarica. Veder mangiare dell’immondizia, degli scarti alimentari mischiati a qualsiasi cosa possa esserci in un ammasso di rifiuti che nell’inquadratura non ha inizio né fine, è un’esperienza davvero insostenibile (in sala ho notato la quasi totalità del pubblico dover togliere lo sguardo dallo schermo). Ma, come accennato sopra, col tempo si fa largo il dubbio che quello che stiamo vedendo null’altro è che la realtà, una realtà estrema ma concreta, all’interno della quale vivono migliaia di esseri umani. Nel tempo della visione, costretti ad osservare dal “loro” punto di vista, ci sorprendiamo a scrutare la putrida distesa alla ricerca noi stessi di qualche brandello sano. Quando ad esempio un uomo apre un contenitore sottovuoto perfettamente intonso gioiamo insieme a lui nello scoprire al suo interno un luminoso ananas tagliato a fette, e con lui gioiamo nell’addentarlo. La seconda parte segue alcuni gruppi di giovanissimi ragazzi indaffarati nella ricerca ma sempre pronti a bisticciare e giocare fra loro; a differenza di prima qui la macchina da presa alza il proprio sguardo da terra, indugiando sui volti. La terza è ultima parte è invece una specie di videoclip a base di kuduro e balli indemoniati, quasi a volerci (r)assicurare che quel luogo trasuda energia e vitalità che il “nostro” mondo ha smarrito.

Le inquadrature scelte per raccontare la discarica di Maputo dai ragazzi del laboratorio Mundzuku Ka Yina paiono le sole possibili a dare conto di un qualcosa che, se osservato da uno schermo, non può apparire altro che dantesco. Cade ogni ipocrisia, non si prova pietà, si è li con loro.

Presentato Fuori Concorso al 28° TFF è stato proposto in lingua originale, senza sottotitoli. Scelta finalmente ardita ed indovinata, capace di liberare lo spettatore dalla pedissequa (pseudo) comprensione e lasciandolo libero di ascoltare.

Alessio Galbiati

 

 

Frammenti di altra quotidianità
regia: aa. vv.; produzione: Associazione Basilicata/Mozambico Onlus «Padre Prosperino Gallipoli»; realizzato da: laboratorio A Mundzuku Ka Yina; coordinatore: Roberto Galante; lingua: portoghese; paese: Italia, Mozambico; durata: 60’

 

Nel corso del 2010 Roberto Galante, coordinatore del laboratorio, ha scritto soggetto e sceneggiatura di “I racconti della Lixeira”, documentario diretto da Marco Pasquini e realizzato nella discarica di Maputo. Quello diretto da Pasquini è un lavoro completamente diverso che da conto della passione dei ragazzi della discarica per la musica ed il ballo. Il documentario, trasmetto da Doc3 il 4 agosto 2010, è visibile gratuitamente al seguente indirizzo: www.tinyurl.com/2bmtxqt


 

Visto al 28° Torino Film Festival (26 novembre – 4 dicembre 2010)

Torino 28 – Fuori Concorso

www.torinofilmfest.org

 

 

 

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