Vincente Minnelli

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero31 (febbraio 2011), pagg. 50-51

Retrospettiva integrale dedicata a
Vincente Minnelli
dal 64. Festival del film di Locarno

di Olivier Père, Direttore Artistico del Festival del Film di Locarno

Nel corso di una conferenza stampa tenutasi in occasione delle quarantaseiesime Giornate di Soletta, appuntamento imperdibile del cinema svizzero, abbiamo annunciato la prossima retrospettiva del Festival di Locarno, che si terrà dal 3 al 13 agosto 2011. Dopo Ernst Lubitsch lo scorso anno, il Festival renderà omaggio a un altro immenso cineasta: Vincente Minnelli. Famoso per i suoi numerosi classici della commedia musicale, Minnelli è stato anche maestro della commedia e del melodramma, un esteta i cui film svelano tesori di emozione, intelligenza e sofisticatezza.

Vincente (nato Lester Anthony) Minnelli nasce il 28 febbraio 1903 in una famiglia di artisti da fiera a Chicago. Debutta sulle tavole del palcoscenico a tre anni e mezzo e, molto giovane, si appassiona alla letteratura, la pittura e il disegno. Lavora dapprima come decoratore in un grande magazzino e quindi come scenografo in teatro. La sua ambizione lo porta a New York, dove diventa prima direttore artistico al Radio City Music Hall e dopo regista di spettacoli. Consacrato “principe del music hall”, Minnelli è inevitabilmente attirato dalle sirene di Hollywood. Dopo una falsa partenza nel 1936, è il suo incontro con il produttore Arthur Freed nel 1940 a suggellare il debutto fruttuoso nella fabbrica dei sogni. Freed, che ha rivoluzionato la commedia musicale, offre a Minnelli un contratto con la MGM. Il cineasta debutta con “Cabin in the Sky” (“Due cuori in cielo”, 1943), commedia musicale interamente interpretata da Neri (quasi una prima, dopo “Hallelujah” di King Vidor, 1929). Il film è un successo. “Meet Me in St. Louis“ (“Incontriamoci a Saint Louis“, 1944), interpretato da Judy Garland, che diventerà l’anno successivo la sua prima moglie nonché la sua attrice prediletta, inaugura una lunga serie di capolavori: “Ziegfeld Follies” (1945), “The Clock” (“L’ora di New York”, 1945), “The Pirate” (“Il pirata”, 1948), “Madame Bovary” (1949), “Father of the Bride” (“Il padre della sposa”, 1950), “An American in Paris” (“Un americano a Parigi”, 1951), “The Bad and the Beautiful” (“Il brutto e la bella”, 1952), “The Band Wagon” (“Spettacolo di varietà”, 1953), “Brigadoon” (1954). Tra sogno e realtà, umanesimo e ferocia, mondo reale e la sua rappresentazione stilizzata, i film di Minnelli segnano l’apice del classicismo hollywoodiano ma sono allo stesso tempo testimonianza di un approccio tanto personale quanto elegante a sentimenti amorosi e ai personaggi messi in risalto. “An American in Paris” è certamente uno tra i film più noti di Minnelli, e di tutta la storia del cinema, ma la più bella commedia musicale del cineasta è senza dubbio “The Pirate”, su personaggi assorbiti dal loro sogno e soprattutto dal sogno dell’altro, come Gilles Deleuze ha analizzato in alcune celebri pagine del suo saggio sul cinema. Il film successivo di Minnelli, “Madame Bovary”, non parla di altro. Adattamento hollywoodiano, certo, ma anche profondamente personale e brillante del romanzo di Flaubert, “Madame Bovary” congiunge in effetti i personaggi nevrotici di Minnelli, costantemente all’inseguimento dei loro sogni e perseguitati dalla realtà. Ho scritto di “The Band Wagon”, addio all’era d’oro della commedia musicale di una sorprendente modernità, in un testo compreso nell’opera collettiva “Take 100” edito da Phaidon, la cui traduzione francese dovrebbe presto vedere la luce pubblicata dai Cahier du cinéma.
A partire dalla seconda metà degli anni ’50, Minnelli esaspera la dimensione romanzesca del suo cinema grazie a potenti melodrammi, intimisti o sfavillanti, nei quali la sua regia appare più coreografica e pittorica che mai. “The Cobweb” (“La tela del ragno”, 1955), “Lust for Life” (“Brama di vivere”, 1956), “Tea and Sympathy” (“Tè e simpatia”, 1956), “Gigi”(1958), “Some Came Running” (“Qualcuno verrà”, 1958), “Home from the Hill” (“A casa dopo l’uragano”, 1960), “The 4 Horsemen of the Apocalypse” (“I 4 cavalieri dell’apocalisse”, 1962), “Two Weeks in Another Town” (“Due settimane in un’altra città”, 1962), “The Courtship of Eddie’s Father” (“Una fidanzata per papà”, 1963), “The Sandpiper” (“Castelli di sabbia”, 1965), si alternano nella stessa epoca a commedie più leggere. Si dovrebbe rivedere “The Long, Long Trailer” (“12 metri d’amore”, 1953), “The Reluctant Debutante” (“Come sposare una figlia”, 1958) o “Goodbye Charlie” (“Ciao, Charlie”, 1964, che sarà rifatto da Blake Edwards come “Switch” – “Nei panni di una bionda”, 1991) per valutare la loro reale importanza nella filmografia di Minnelli. Si tratta di un periodo meno considerato nella carriera del cineasta ma, malgrado questo, trabocca di film geniali talvolta male accolti al momento della loro uscita. “Lust for Life” è una splendida biografia di Van Gogh interpretata febbrilmente da Kirk Douglas, nella quale Minnelli esprime il suo genio in quanto colorista. Al di là delle ricerche estetiche del regista, il film propone una magnifica meditazione sull’arte e la creazione. “Some Came Running” è senza dubbio il capolavoro melodrammatico del regista e offre a Frank Sinatra, Dean Martin e, soprattutto, Shirley MacLaine (che, grazie al film, otterrà un Oscar) ruoli indimenticabili e a misura del loro talento. Si potrebbe dire lo stesso di “Home from the Hill”, tragedia sudista sulla figura del padre con un Robert Mitchum straordinario. “The 4 Horsemen of the Apocalypse”, rifacimento del film muto con Rodolfo Valentino, è un affresco intimista il cui eccesso di mezzi si sposa con l’intelligenza dell’intenzione, così come “Exodus” di Otto Preminger, altro esempio di riuscita a tratti spettacolare e più vicina all’umano. Si ritrova questa finezza nello sbalorditivo e sconvolgente “The Courtship of Eddie’s Father”, sicuramente uno tra i migliori film mai realizzati sul tema del lutto e della relazione padre-figlio. Quanto a “Two Weeks in Another Town”, fa eco a “The Bad and the Beautiful”, altro film di Minnelli sul cinema realizzato dieci anni prima con lo stesso attore: Kirk Douglas. “The Bad and the Beautiful” racconta la storia di un produttore di Hollywood ambizioso e appassionato (ispirato a Val Lewton), evocato da coloro che l’avevano conosciuto, e dimostra il talento di Minnelli nel registro melodrammatico-psicologico. A questo classico del cinema sul cinema fa seguito “Two Weeks in Another Town” in cui Minnelli descrive il rovescio della medaglia dell’industria di Hollywood all’inizio degli anni ’60, decentrata negli studi romani di Cinecittà, con una galleria di stelle decadute, di produttori incompetenti e cineasti invecchiati. Il cinema americano, vittima della sua stessa artificiosità, conosce un periodo di declino ed è obbligato a trasferire la lavorazione dei suoi film in Europa. Si tratta questo di uno del melodrammi più pessimisti del regista e forse, come mi confidava il regista Benoît Jacquot, il miglior film mai realizzato sul mondo del cinema. Il seguito della carriera di Minnelli conferisce a “Two Weeks in Another Town” un valore biografico e testamentario. Vittima del declino del sistema degli Studi di Hollywood, Minnelli fatica sempre di più a girare film. “The Sandpiper”, malgrado le sue bellezze sparse, e soprattutto “On a Clear Day You Can See Forever” (sul tema della reincarnazione, che sembra appassionare Minnelli) sono film decadenti. La sua ultima prova cinematografica, a costo di numerosi sforzi e frustrazioni, è il commovente “A Matter of Time” (“Nina”) del 1976, interpretato da Ingrid Bergman e dalla sua stessa figlia Liza Minnelli. Il regista scompare nel 1986. Avrà diretto con brio le più grandi star di Hollywood: Fred Astaire, Gene Kelly, Katharine Hepburn, Jennifer Jones, Spencer Tracy, Leslie Caron, Kirk Douglas, Deborah Kerr, Gregory Peck, Frank Sinatra, Shirley MacLaine, Robert Mitchum, Elizabeth Taylor, Richard Burton… “An American in Paris” e “Gigi” hanno ottenuto l’Oscar come migliore film, il primo, e come migliore film per la migliore regia, il secondo (vincitore di nove premi Oscar nel 1958).
Nel corso della retrospettiva di Locarno, tutti i film di Minnelli saranno proiettati nelle migliori copie in 35mm, e le proiezioni saranno accompagnate da tavole rotonde, presentazioni dei film da registi, attori e critici, in collaborazione con TCM (il canale televisivo Turner Classic Movies). Gran parte della retrospettiva sarà ripresa a fine Festival dalla Cineteca svizzera così come da Action Christine di Parigi, sala che in questi ultimi anni ha molto contribuito alla riscoperta di Minnelli (e di numerosi altri cineasti americani essenziali) grazie alla distribuzione di copie nuove di alcuni tra i più bei film da lui diretti. Questo omaggio a uno tra i più grandi autori del cinema americano sarà accompagnato da un volume di Emmanuel Burdeau, ex redattore capo dei Cahier du cinéma, pubblicato da Capricci e il Festival del film di Locarno. In questo saggio illustrato, l’autore proporrà una riflessione sull’opera di Minnelli e la fine del classicismo hollywoodiano con una rivalutazione critica dei melodrammi tardivi del cineasta-dandy e la preoccupazione di vedere come dietro il “sogno minnelliano”, molte volte commentato, ci siano altre mille cose altrettanto forti: un‘idea sull’arte, una politica, un ritratto dell’infanzia, un certo rapporto con l’arrivo della televisione…
Di tutti questi film e altri che amiamo tanto (“The Clock”, “Undercurrent”, “Father of the Bride”, “The Cobweb”, “Designing Woman”, “Tea and Sympathy”, “Gigi”…) si parlerà ancora su queste colonne e sul sito del Festival, prima e durante la manifestazione.

Olivier Père
(traduzione: RR)

www.olivierpere.wordpress.com | www.pardo.ch

Minnelli sul set di "Lust for Life" con Kirk Douglas

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