Animal Kingdom > David Michôd

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Benvenuti nel sottobosco di Melbourne a metà degli anni ’80, dove la tensione tra pericolosi criminali e l’altrettanto pericolosa polizia si appresta ad esplodere.
Il rapinatore Pope Cody è latitante, in fuga da un gruppo di investigatori che lo vogliono morto. Il suo “collega” e amico Barry “Baz” Brown vuole chiamarsi fuori da questo “duello”. Il fratello minore di Pope, il tossicodipendente Craig Cody sta facendo fortuna con il commercio di sostanze illecite, vera e propria fonte di guadagno per la comunità criminale, mentre il fratello più giovane Darren naviga ingenuamente in questo mondo criminale, l’unico che la sua famiglia abbia conosciuto.
Alla famiglia si aggiunge il nipote Joshua in seguito alla morte per overdose di sua madre. Qui è accudito dalla nonna Smurf, vera e propria matriarca, che lo segue con occhio attento.
Quando la tensione tra la famiglia e la polizia giunge al suo apice, Joshua si trova al centro di una vera e propria Guerra fredda e scopre che la sua famiglia è molto più pericolosa di quanto avesse immaginato.

 

Uno tra i migliori film dello scorso anno (non per nulla dalle nostre parti è stato distribuito in sole 30 sale ed è quindi passato praticamente inosservato), “Animal Kingdom” di David Michôd, al suo primo lungometraggio, si basa su una storia vera nel mettere in scena una sorta di tragedia greca che si consuma all’interno di una famiglia di criminali insospettabilmente guidata dalla matriarca Smurf, quel tipo di donna che può chiamarti tesoro mentre sta pensando a come sbarazzarsi fisicamente di te sorvolando serenamente sul legame di sangue che ti unisce a lei.

Il film si apre sulle immagini di un ragazzo, Joshua,Cody, che segue un quiz televisivo buttando di tanto in tanto un occhio al divano, dove sua madre è appena morta di overdose. Il passo immediatamente successivo per lui sarà quello di riunirsi alla famiglia cui è a capo la nonna materna, che lui pare conoscere molto poco e da cui la stessa madre si teneva accuratamente distante.
Non tarderemo a scoprire il motivo di tanta distanza: la famiglia Cody è una famiglia di criminali privi di alcun codice morale, impegnati tra rapine e spaccio di droga. Joshua non mette in discussione la famiglia, l’accetta semplicemente, con quella apparente apatia mostrata in occasione della morte della madre. Il problema è che si tratta di criminali in declino, colti nel momento in cui le loro sorti potrebbero essere decise da una polizia dai metodi non troppo distanti dai loro. Potrebbe essere proprio lui a determinare i destini delle persone coinvolte. Il tutto starà nel comprendere il prezzo da pagare per la libertà.

Il film parte con decisione per poi adottare un ritmo più tranquillo, a tutto vantaggio dell’esplorazione dei caratteri, l’aspetto della storia che evidentemente sta più a cuore al regista, anche autore della sceneggiatura, che ha scritto dopo essersi documentato a fondo sulla vicenda narrata. E i personaggi del film non sono mai schiacciati nello stereotipo né avari di sorprese nello smascherare progressivamente le sfumature delle loro personalità.
Questo non significa che la storia lesini sull’orrore, in un film in cui la violenza non è mai usata a scopo di intrattenimento ma irrompe asciutta e cruda, ma si tratta di un orrore più umano che grafico.
Il film denota la capacità di David Michôd di fare a meno di tutto ciò che non è strettamente essenziale, la sua capacità di esplorare in maniera lucida le menti e i comportamenti dei suoi personaggi, giungendo non di rado a picchi di realismo che ricordano lo Scorsese di “Mean Streets”.
In questo è sostenuto da un insieme di interpreti in stato di grazia: da Guy Pearce (“The Adventures of Priscilla, Queen of the Desert”), freddo investigatore dall’ambiguità non troppo nascosta all’occhio dello spettatore, alla strepitosa matriarca Jacki Weaver (candidata all’Oscar per la sua interpretazione. E lo avrebbe meritato) fino al giovane e spaesato (per dovere di copione) James Frecheville. Musiche di Anthony Partos, che spesso ricordano le atmosfere stregate create da Badalamenti per Lynch.
È raro trovare di questi tempi un noir azzeccato, che del genere conosca e rispetti le regole, capace di lasciare nell’animo dello spettatore una sensazione che stenta ad affievolirsi dopo la visione.
“Animal Kingdom” lo è.

Roberto Rippa

 

 

Animal Kingdom
(Australia, 2010)
Regia, sceneggiatura: David Michôd
Musiche: Anthony Partos
Fotografia: Adam Arkapaw
Montaggio: Luke Doolan
Interpreti principali: James Frecheville, Jacki Weaver, Joel Edgerton, Luke Ford, Sullivan Stapleton, Mirrah Foulkes, Justin Rosniak, Guy Pearce
113’

 

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