“Pietro” di Daniele Gaglianone. Dvd + libro

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Pietro

 

un film di Daniele Gaglianone

un libro di Gianluca Arcopinto

 

Derive e approdi, 2011

collana: CAI. CINEMA AUTONOMO ITALIANO
Prezzo: 15€


Compra online
Isbn: 978-88-6548-016-8

 

IL FILM

regia, scenggiatura: Daniele Gaglianone

con: Pietro Casella, Francesco Lattarulo, Fabrizio Nicastro, Carlotta Saletti

produttori: Enrico Giovannone, Andrea Parena, Gianluca Arcopinto, Emanuele Nespeca

anno: 2010

durata: 82′

 

IL LIBRO

scritto da: Gianluca Arcopinto

pagine: 80

 

 

 

RC/extra
"Pietro" di Daniele Gaglianone | la recensione
"Pietro" di Daniele Gaglianone presentato in concorso al 63° Festival del film Locarno. Daniele Gaglianone, Pietro Casella, Francesco Lattarulo, Fabrizio Nicastro – incontro con il pubblico | guarda il video
Videointervista a Gianluca Arcopinto | guarda il video
Trascrizione integrale dell’intervista al produttore Gianluca Arcopinto | leggi l’intervista

 

 

 

Il libro
Pietro, film di Daniele Gaglianone presentato al Festival del cinema di Locarno nel 2010, è il primo DVD di una collana coprodotta da Gianluca Arcopinto e le edizioni DeriveApprodi.
Una collana dal nome provocatorio CAI: CINEMA AUTONOMO ITALIANO. Nata per dare spazio ad autori, sceneggiatori, registi e produttori della scena del cinema indipendente italiano.

 

 

Il film
Pietro vive in un’anonima periferia. Ha un lavoro, una casa e una famiglia. Guadagna pochi soldi in nero distribuendo volantini in strada. La sua casa è il vecchio appartamento lasciato dai genitori, ormai fatiscente, dove abita con il fratello Francesco che è tutta la sua famiglia. Ma il loro rapporto è difficile. Francesco è un tossicodipendente, legato ormai in modo irreversibile al suo «amico» spacciatore NikiNiki e al suo gruppo di compari. L’unico modo che ha Pietro per mantenere un contatto con il fratello sembra che sia assecondare il ruolo di buffone ritardato affibbiatogli dalla corte degli amici. Le offese subite durante le serate col fratello, o nella stessa casa, degradata a lurido porto franco, sono solo l’altra faccia dei soprusi cui Pietro è sottoposto di giorno al lavoro da un capo violento e losco. Eppure tutti continuano sulla loro strada, come ciechi di fronte allo sfacelo che si consuma attorno alle loro vite sprecate.
Qualcosa sembra cambiare quando, sul posto di lavoro, Pietro conosce una ragazza, forse più disperata di lui, con la quale sembra instaurarsi un rapporto diverso. Ma si tratta di un’illusione in una vicenda che ha già scritto il suo destino, in una microsocietà educata alla solitudine e alla sopraffazione, dove non c’è spazio per la solidarietà.
 


Il libro /// Cinema autonomo
Gianluca Arcopinto, produttore e qui scrittore, in un «racconto-confessione», delinea i tratti impervi ma esaltanti della ricerca di un cinema libero da vincoli di committenza e di temi, completamente autonomo rispetto agli schemi imposti dal sistema-cinema italiano.
 


Un film di Daniele Gaglianone e un libro di Gianluca Arcopinto
Gianluca Arcopinto (1959) ha prodotto, organizzato, distribuito oltre cento film, unico in Italia a distinguersi nella produzione di opere prime in maniera sistematica. è riconosciuto – soprattutto dai giovani filmmaker – come uno dei più coraggiosi produttori indipendenti del cinema italiano. Produttore dell’anno 2010 FICE, ha vinto come miglior produttore il Globo d’oro nel 2008 (Sonetaula di Salvatore Mereu) e la Sacher d’oro nel 1997 (Il caricatore di Cappuccio-Gaudioso-Nunziata); ha avuto una menzione ai Nastri d’Argento 1999 per l’attività di produzione di cortometraggi; è stato candidato una volta al David di Donatello e cinque volte al Nastro d’Argento come miglior produttore. È autore di sceneggiature e regie di film (Nichi, Angeli distratti); ha scritto libri e articoli di politica cinematografica su varie riviste; ha un blog su ilfattoquotidiano.it.
 

 

un assaggio…
di Gianluca Arcopinto

È giunto il tempo di dirlo forte e chiaro.
Il pubblico italiano deve sapere che se è vero, come è vero, che solo mandando a casa il governo di centro-destra è possibile sperare di trovare la chiave di un futuro migliore, non è vero che la responsabilità dello sfascio è solo ed esclusivamente di questo governo. Il rapporto tra lo Stato e la politica italiani, da una parte, e la cultura in genere e il cinema in particolare, dall’altra, ha cominciato a sanguinare molti anni prima dell’avvento di questo governo.
Il pubblico italiano deve sapere che non sono più di quattordici, a voler essere larghi, le persone che decidono se un film si possa o si debba fare nel nostro paese. Due lavorano in Rai, una a Medusa, una decina al Ministero, ed è qui forse che si è larghi. E poi c’è Aurelio De Laurentis, l’unico produttore e distributore italiano che può decidere se fare o no un film in maniera del tutto autonoma e indipendente. Tutti gli altri che riescono ogni tanto ancora a fare film in maniera completamente indipendente incidono sul mercato per circa lo 0,02 per cento e quindi non contano né loro né i loro filmetti, che tanto non riescono ad andare all’Oscar neanche quando lo meritano.
Il pubblico italiano deve sapere che forse è giunta l’ora che, al di là dei governi, gran parte di queste persone vadano a casa, perché non hanno saputo raggiungere gli obiettivi che si erano proposti. Esiste in Italia un solo mondo più cialtrone e in crisi del mondo del cinema, quello del calcio. Ebbene nel calcio chi fallisce l’obiettivo viene esonerato o, addirittura, si dimette. Nel mondo del cinema no. Senza contare che il mondo del calcio ha saputo produrre un signore, che si chiama Zeman, che sia pure preso all’inizio per pazzo, ha denunciato lo sporco di cui era a conoscenza, mandando sotto processo la società più potente d’Italia. Nel mondo del cinema chi sa preferisce tacere, anche quello che è sotto gli occhi di tutti. Tipo quel signore che si chiama Berlusconi e che in maniera anomala e un po’ thailandese detiene tutti i poteri dello Stato, e anche quelli mediatici, nelle proprie mani. Ciò continua a stare sotto gli occhi di tutti senza che nessuno si indigni più di tanto, anzi.
Il pubblico italiano deve sapere che oggi è facile percorrere settanta, ottanta chilometri di Italia senza incontrare una sala cinematografica e che tra un anno i chilometri diventeranno cento e poi ancora di più. Non dimentichi il pubblico italiano che questo è il frutto anche di una scelta politica e culturale di un eccellente ex direttore di giornale, eccellente ex dirigente di partito, eccellente ex ministro della repubblica, che si chiama Walter Veltroni, che, come tutte le persone eccellenti, a volte sbaglia, e forse sbagliò quando decise di aprire il mercato delle sale in maniera assai liberale alle multinazionali. Il pubblico italiano deve sapere che se presto non riuscirà a vedere più i film italiani nelle sale sarà anche perché un senso di resa e di impotenza si è impossessato di gran parte delle persone che fanno cinema. La colpa è di tutti. Si è accettata la logica dell’oligopolio nella produzione, nella distribuzione e nell’esercizio, mirando ognuno a cercare una qualsiasi forma di sopravvivenza in questo sistema. Mi sono rotto il cazzo di sentire dire che le cose stanno così e non ci si può fare niente. Sono anni che reclamo un atto di coraggio da parte di un regista, o di un produttore, o di un funzionario Rai, o di un distributore, o di un esercente. Niente. Ma io mi chiedo, queste persone ce l’hanno uno specchio a casa? E quando si vedono attraverso lo specchio, cosa pensano di se stesse? E come possono poi pensare, queste persone, che un governo che ha falcidiato un paese non faccia tabula rasa di un gruppo di cialtroni, pavidi e asserviti uomini di cinema?
Il pubblico italiano deve sapere che durante il ventennio fascista alcuni docenti universitari contrari al regime operarono la scelta di restare nelle università, nella convinzione che dall’interno avrebbero comunque minato il sistema. Altri scelsero una via più difficile: si fecero cacciare. Alcuni emigrarono, altri divennero partigiani; alcuni furono arresti, seviziati, uccisi, altri fecero la fame. Tutti continuarono a combattere apertamente il regime fino all’ultimo respiro. Rubando il titolo di un bellissimo libro che li racconta, preferirono di no. Perché nel mondo del cinema, a eccezione dello 0,02 per cento, tutti hanno detto sì?
Il pubblico italiano deve sapere e temere che il signor Berlusconi di cui sopra si sta liberando delle sale e multisale di città, quasi fossero un peso ormai inutile. Il pubblico italiano deve sapere che la cultura e il cinema verranno colpiti sempre e comunque due volte, perché i tagli li colpiranno direttamente e indirettamente con i tagli alle regioni, che spesso attraverso oscuri assessorati di piccoli comuni si inventano modi, tra l’altro, di fare vedere i film, con la lieta sorpresa di scoprire che c’è ancora qualcuno che ha voglia di uscire di casa e di riscoprire la collettività di una visione, sia pure in una palestra di una scuola o in uno scantinato di una fabbrica in disuso.
Il pubblico italiano deve sapere che esistono masse di ragazzi che frequentano la scuola e che non hanno mai visto un film in una sala cinematografica. La strada della ricerca della chiave di un futuro migliore passa anche attraverso la riconquista dell’attenzione dei bambini e degli adolescenti verso la potenziale ricchezza di un film. La scuola non fa niente? E come potrebbe fare falcidiata com’è? Ma cazzo, è faticoso, lo so, ma forse è giunta l’ora che gli adulti la smettano di delegare totalmente l’educazione delle nuove generazioni a una scuola che va a pezzi o alla televisione che è sempre comodamente accesa a distrarre fin dalla nascita le menti del nostro futuro. Il pubblico italiano deve sapere che se rispetto alle nuove e nuovissime generazioni si vogliono sconfiggere gli eroi del wrestling o dei cartoni giapponesi si è destinati miseramente alla sconfitta. Ma se accanto a questi si vuole viaggiare sulla Poderosa di Che Guevara o si vuole attraversare fantastici mondi cinematografici ebbene ci si provi, perché a volte si vince.
Il pubblico italiano deve sapere che il cinema è sempre finzione e quindi sogno. E solo nella trasgressione che viene dal sogno si riesce a combattere una realtà che non ci può più piacere. È per questo che il cinema non può finire. Il pubblico italiano deve sapere che non sa e non può e non vuole più nulla. E da qui ricominciare a combattere. Fino all’ultimo respiro.
Buio in sala.

 

Fonte: www.deriveapprodi.org

 

 

 

 

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