Sandrone Dazieri

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Nato a Cremona nel 1964, Sandrone Dazieri si diploma alla scuola alberghiera di San Pellegrino Terme e lavora come cuoco per una decina d’anni, in giro per l’Italia. Studia Scienze Politiche a Milano, non si laurea, e, lasciati i fornelli, lavora come venditore di corsi di musica e come facchino, militando in contemporanea nel movimento dei centri sociali milanesi.
Nel 1992 si avvicina all’editoria come correttore di bozze nel service editoriale Telepress, di cui, cinque anni dopo, è nominato direttore della sede di Milano. Nel frattempo diventa giornalista pubblicista e collabora per cinque anni con il Manifesto come esperto di controculture e narrativa di genere.
Nel 1999 pubblica il suo primo romanzo noir, Attenti al Gorilla, per il Giallo Mondadori e il rapporto con la casa editrice si approfondisce sino alla nomina a responsabile prima dei Gialli Mondadori, poi di tutto il comparto dei libri per edicola. Scrive altri due romanzi per adulti, sempre noir (La cura del Gorilla, Einaudi, e Gorilla Blues, Strade Blu Mondadori), un romanzo per ragazzi (Disney Avventura, premio selezione Bancarellino), alcune sceneggiature per il cinema e il fumetto, numerosi racconti.
Nel 2003, insieme con il regista Gabriele Salvatores e il produttore Maurizio Totti, fonda la casa editrice Colorado Noir, che si propone di trovare nuovi talenti per il cinema e la letteratura.
E’ stato per un anno il direttore dei Libri per Ragazzi Mondadori, incarico che ha lasciato nel settembre del 2005 per avere più tempo per scrivere.
Nel 2005 ha pubblicato per Strade blu Mondandori Il karma del Gorilla.
Dal suo La cura del Gorilla, Carlo Sigon ha tratto l’omonimo film con Claudio Bisio, Stefania Rocca, Gigio Alberti e Bebo Storti

Sin dal primo romanzo, Attenti al Gorilla, il protagonista porta il tuo stesso nome. Ma quanto c’è nel personaggio del suo autore?
Una cosa che si impara dalla psicanalisi è che tutti i personaggi che appaiono nei nostri sogni sono parte di noi. Questo vale anche per i romanzi. Ogni personaggio, ogni ambiente, è parte di chi lo scrive. Quindi, io e il Gorilla siamo la stessa persona, ma anche ogni passante, ogni comparsa è me, rappresenta uno dei miei aspetti. Quindi, la domanda non può avere una risposta precisa. Certo, parte della mia biografia è simile a quella del Gorilla, ma credo che alla fine non abbia alcuna importanza. I romanzi sono una metafora del reale, non una fotografia di esso. Quindi, io potrei anche non esistere affatto.

Da La cura del Gorilla è stato tratto un film diretto da Carlo Sigon di cui tu sei sceneggiatore. Com’è stato lavorare alla trasposizione del tuo romanzo?
È stato molto faticoso, ma anche interessante. Un film è un lavoro di gruppo, e devi rapportarti con persone che hanno letto il tuo libro e ne hanno idee molto precise, e che a volte vi vedono cose che tu non vi hai mai visto. Poi, se scrivi la sceneggiatura, come mi è capitato, ti tocca imparare una nuova grammatica, differente da quella dei romanzi. Le sceneggiature sono visive, i romanzi descrittivi. Una differenza fondamentale.

È cambiato rispetto all’opera originale? E se si, si è trattata di un’esigenza cinematografica o di mutamenti dovuti all’evoluzione del personaggio avvenuta nei romanzi nel frattempo scritti e pubblicati?
Un po’ tutto questo. Un romanzo in quanto tale è infilmabile, devi trasformare pensieri ed emozioni in immagini. La cura, poi, aveva troppe trame intrecciate, ed era necessario semplificarlo se non si voleva farne uno sceneggiato di venti puntate. Poi, certamente, da quando ho scritto il romanzo a quando ho terminato la sceneggiatura, ci sono stati in mezzo altri due romanzi del Gorilla, in cui il personaggio è invecchiato e mutato. Alcuni di questi mutamenti si sono riflessi nella sceneggiatura. Ma è successo anche il contrario. Tornando a lavorare sulla figura di Vera, ho sentito l’esigenza e il desiderio di riprenderla. Per questo ritorna ne Il Karma del Gorilla, l’ultima avventura della serie.

La critica si è spesso riferita al personaggio del Gorilla come a un no-global. Non pensi che no-global sia diventata un’etichetta utile per confondere sul fatto che non si parla più di un gruppo definito bensì di un sentire diffuso in ogni strato della popolazione?
Sentire diffuso si può dire ma solo se ci riferiamo alla minoranza di ogni strato della popolazione. Se fosse la maggioranza, credo che le cose sarebbero andate diversamente. Per esempio, non saremmo in guerra con l’Irak. Per esempio, non ci sarebbe Berlusconi al governo.

In Gorilla Blues si parla dei fatti accaduti al G8 di Genova e della morte di Carlo Giuliani, ferite ancora aperte. Anche di recente la polizia ha guadagnato le prime pagine dei giornali a causa del violento blitz notturno in Val di Susa. In Il karma del Gorilla si parla di “rendition”, di ingerenze della C.I.A. nei nostri affari interni. Con la, debole, scusa del terrorismo siamo tutti a rischio di controllo. in un momento in cui democrazia e diritti civili sono messi a rischio, quale potrebbe essere secondo te la via d’uscita?
Purtroppo, o per fortuna, non sono un guru. Credo che l’unica possibile via d’uscita sia quella di mantenere un pensiero critico sull’esistente e dire come la si pensa. Almeno, io faccio così.

Una parte degli autori italiani di noir e gialli che riscuotono grande successo da qualche anno a questa parte (a parte te, Evangelisti, Battisti, Carlotto) provengono da esperienze – talvolta anche dure, estreme – legate alla contestazione, all’antagonismo o all’impegno sociali. Secondo te, qual’è la ragione di questo successo?
Mah… forse perché diciamo come la pensiamo. Ma in modi differenti. Per esempio Massimo Carlotto utilizza l’inchiesta sociale, per fotografare la realtà di quanto accade nel nostro paese e fa un lavoro splendido, che arriva dove molto spesso l’inchiesta giornalistica non riesce a giungere. Valerio e io, invece, preferiamo lavorare sull’immaginario puro, costruire una metafora della realtà. Tutti noi, comunque, cerchiamo di dare elementi che modifichino il modo di vedere il mondo di chi ci legge. Di porre dei dubbi laddove vengono proposte solo certezze.

Secondo me i tuoi romanzi sono più attinenti al genere noir, dove la personalità del protagonista e la descrizione della società in cui opera acquisiscono più spazio rispetto al giallo vero e proprio, spesso asservito a uno schema più rigido. Sei d’accordo su questa definizione dei due generi?
Direi di sì. Come dico sempre, Il Codice Da Vinci è un giallo perfetto proprio perché, oltre ad avere un intreccio a prova di bomba, ha eliminato tutti gli elementi introspettivi, di approfondimento dei personaggi e della realtà, inutili alla trama, al grande gioco che costruisce. Un noir non può permettersi questo. In un noir ambiente e vita interiore dei personaggi contano quanto l’intreccio giallo. Talvolta di più. Ci sono grandi noir, si pensi a Manchette, dove l’intreccio giallo addirittura non esiste.

La letteratura cosiddetta di genere, il noir, il giallo, la fantascienza, è quella forse più seguita anche se, purtroppo spesso considerata una letteratura minore. Cosa secondo te fa sì che sia così amata? Secondo te riesce a raccontare bene il suo tempo?
Credo che in certi casi racconti bene il suo tempo, (anche se molto di quanto si pubblica sotto questa etichetta è mondezza pura), ma lo fa divertendo il lettore e appassionandolo. Questo la rende decisamente più fruibile di un saggio.

Sei co-fondatore, insieme al produttore Maurizio Totti e al regista Gabriele Salvatores della casa editrice Colorado Noir e da una delle vostre pubblicazioni, Quo vadis, baby? di Grazia Verasani, Salvatores ha tratto il suo ultimo film. Tu che hai la possibilità di leggere anche romanzi scritti da scrittori alle prime armi, che impressione ti sei fatto?
Che molti scrivono senza avere niente da dire. Molti dei dattiloscritti che leggo hanno trame tutto sommato decenti, tutto sommato sono scritti in buon italiano, ma non hanno una “voce”, un punto di vista originale sul mondo, qualcosa da dire. Che è quello che cerco e credo sia quello che abbiamo dimostrato di scegliere nelle pubblicazioni della Colorado Noir.

Da qualche anno a questa parte, da riviste specializzate prima e quindi dalla rivalutazione alla Mostra del Cinema di Venezia dello scorso anno, quando il fenomeno si è espanso, è in atto una rivalutazione del cinema di genere italiano, da tempo ucciso dalla televisione e dalle sue produzioni buoniste e tutte livellate verso il basso. Anche “Alias” ha trattato recentemente di questa voglia di tornare al genere. Al di là dell’operazione nostalgia, c’è secondo te la possibilità di riprendere una produzione italiana di genere oggi?
Credo che stia già accadendo. Il problema è che l’immaginario del genere si è ormai formato sul prodotto statunitense da esportazione, con grandi mezzi ed esplosioni. Occorrono nuovi registi e nuovi sceneggiatori che non vogliano citare, non vogliano copiare “in piccolo”, ma cerchino nuove strade.

Il cinema giallo in Italia non ha una grande tradizione, malgrado l’ottimo seguito in mezzo mondo, e i celebrati gialli degli anni ’70 sono spesso un ricalco di altre opere. E nemmeno il noir, che in Francia (tanto per limitarci all’Europa) ha invece prodotto opere di altissimo valore. Ci sono eccezioni come Petri e il compianto Fernando Di Leo, penso al suo rapporto con i romanzi di Giorgio Scerbanenco. Secondo te, come mai il cinema noir in Italia ha prodotto così pochi, anche se molto buoni, risultati?
A parte quanto scrivevo prima, il noir e il giallo hanno vissuto fino agli anni novanta la condizione di narrativa di serie c. Il regista che vi si approcciava, cercava di trasformarlo in qualcosa di diverso, in una commedia di costume, in una satira del presente, in un atto di denuncia. Non lo trattava per quello che era. Il poliziottesco degli anni settanta, in fondo, altro non era che la trasposizione al presente degli spaghetti western.

Ti sei cimentato anche nella scrittura di un soggetto per il fumetto Ginko – prima di Diabolik, in cui si narra delle prime indagini del famoso antagonista del criminale creato dalle sorelle Giussani. La scrittura per il fumetto e per il cinema hanno punti in comune?
Sono entrambi visivi, ma il fumetto ha a disposizione personaggi e scenari illimitati. Puoi riempire un cielo di astronavi, se ti va. Con il cinema, questo non è possibile. Inoltre, il fumetto richiede che i dialoghi siano pochi e scarni, nel cinema i dialoghi sono molto più importanti. Poi nel cinema ti rapporti con attori in carne e ossa, che recitano le battute. I personaggi di carta fanno esattamente quello che tu vuoi che facciano. Poi, certe cose che in un fumetto sembrano credibili e belle, al cinema non funzionano. Basti pensare alle tutine dei supereroi…

Ho letto che la RAI stia realizzando dei film per la televisione tratti dai racconti contenuti in Crimini. Si hanno già notizie su chi realizzerà il film tratto dal tuo racconto L’ultima battuta?
Non ancora. Rimango in attesa.

Tra la pubblicazione di Attenti al Gorilla e La cura del Gorilla sono trascorsi due anni. Uno tra quest’ultimo e Gorilla Blues. Addirittura tre tra “Gorilla Blues” e Il Karma del Gorilla. Ci dai la speranza che l’attesa per il prossimo sarà minore?
Lo spero anch’io…

Roberto Rippa

intervista realizzata nell’estate 2006

Sandrone Dazieri e il Gorilla

Attenti al Gorilla (Mondadori, Piccola biblioteca Oscar, 1999)

Sandrone Dazieri è stato assunto per occuparsi del servizio di sicurezza a una festa, apparentemente un lavoro semplice, soldi facili senza fatica. Peccato che nel mezzo del ricevimento la figlia del padrone di casa fugga e venga ritrovata brutalmente uccisa. Mentre le autorità si affrettano a incarcerare un giovane barbone, Sandrone sarà l’unico a cercare la verità in una Milano molto poco ospitale nei confronti di tutti i “diversi”.

La cura del Gorilla (Einaudi, Stile libero, 2001)

Il Gorilla è tornato, e sono guai. Nel corpo a corpo con un’ltalia pienamente “globale” e post-tutto, in piena e riconosciuta follia, si fa strada l’ultimo, smagliante tipo di Cavaliere di ventura, con molte macchie e tanta paura. Si ritrova, quasi senza volerlo, per pura cavalleria e pura cocciutaggine, a dare e prendere botte da orbi in una vorticosa girandola di albanesi trucidati, balordi omicidi, fantastici fantaeditori un po’ pellari minacciati di morte, maliarde dark ladies dell’Est, post-autonomi torinesi in piena azione e monsignori caritatevoli.

Gorilla Blues (Mondadori, Strade blu, 2002)

Sandrone prende la decisione di partire da Milano, lasciandosi dietro le spalle i lavori pericolosi e mal pagati, i debiti, la casa distrutta, la fidanzata che non vuole più saperne di lui e trascorrerà una sorta di vacanza in una graziosa quanto deprimente località sul Lago Maggiore. Dovrà occuparsi di sorvegliare un misero luna park di provincia, fingendo di tenere alla larga borsaioli e inesistenti molestatori di bambini. Purtroppo per lui e per gli altri, il suo arrivo nel paesino coincide con una serie di avvenimenti non troppo gradevoli…

Il karma del Gorilla (Mondadori, Strade blu, 2005)

Nella sua vita il Gorilla è stato molte cose: militante dei Centri Sociali, buttafuori da locale notturno, cacciatore di maniaci violenti. Anche ora che sbarca il lunario come addetto “free lance” alla sicurezza, non ha rinunciato alle brutte abitudini, e passa il tempo a sbronzarsi e a fare a pugni con focosi supporter della Guerra in Irak. A rendergli le cose più complicate, riappare Sammy, un suo vecchio amico divenuto l’erede di un’immensa fortuna. Minato nel fisico (e forse nella mente) da una malattia terribile, Sammy ha un incarico per lui: rintracciare la sua ex fidanzata, scomparsa molti anni prima, e probabilmente finita nei guai…

Sandrone Dazieri sito ufficiale

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