Massimo Carlotto

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Massimo Carlotto01

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956 e risiede attualmente a Cagliari. Nel 1976, giovane universitario e militante di Lotta Continua, scopre casualmente a Padova il cadavere senza vita di Margherita Magello e viene accusato dell’omicidio dalla polizia. Dopo il processo d’appello e prima della sentenza fugge all’estero e si dà alla latitanza, trasferendosi poi in Messico e iscrivendosi all’Università. Nel 1985 viene denunciato e rimpatriato e comincia così la serie di processi, rinvii, errori giudiziari, condanne sino alla grazia che il Presidente della Repubblica gli accorda nel 1993. Da allora Massimo Carlotto torna ad essere libero e diventa scrittore esordendo nel 1995 con il romanzo-reportage Il fuggiasco, ispirato alla sua esperienza processuale e di latitanza e dando il via con La verità dell’Alligatore alla sua fortunata serie di noir con protagonista appunto l’Alligatore.

Per Il Fuggiasco alcuni critici hanno parlato di “autobiografia collettiva”. Potremmo, forzando, pensare ad oggi ed ai movimenti, ad una lotta allargata dove il potere, almeno in Europa, non ci costringe a fuggire perché tanto il campo di battaglia non è più strettamente nazionale. Cosa, delle esperienze passate, pensi si debba o si possa riutilizzare?
Nulla. Anche la consapevolezza degli errori è puramente generazionale.
Oggi si tratta di immaginare il futuro e di renderlo saggiamente “eversivo” per incidere su due temi: alimentazione e fonti energetiche.

In Nordest, tracci un ritratto impietoso del nord est e di una genia di industrialotti, avvocati ed accoliti pronti a tutto pur di soddisfare brame di potere e possesso. Come anche, per società malavitose più radicate, Nanni Balestrini in Sandokan e Osvaldo Capraro in Né padri né figli fanno un ritratto reale e al tempo stesso allucinato di due altre regioni d’Italia, sorta di romanzi-documento del costante disfacimento del Paese narrano di una società antropofaga. Dove stiamo andando?
Verso l’irreversibilità della decadenza. Ma purtroppo non è così semplice. La complessità dei rapporti sociale e la velocità di riconversione economica determinata dalla globalizzazione rendono tutto maledettamente complicato nell’individuare soluzioni positive.

Ne Le irregolari racconti del tuo viaggio a Buenos Aires per conoscere Estela Carlotto, una tua parente, passando da Santiago del Cile per rendere omaggio ad un amico morto mettendo la canzone Fango di Ricki Gianco a tutto volume davanti al Palazzo della Moneda. Come vedi la situazione argentina a trent’anni dal golpe (24 marzo 1976) e in generale cosa potremmo mutuare noi europei dalle ultime esperienze argentine e sudamericane?
Il tempo delle dittature militari è finito. Non sono più convenienti per lo sviluppo del neoliberismo. Nonostante gli sforzi il passato è difficilmente punibile e riscrivibile dal punto di vista della verità.
Ormai si è fatto tutto quello che si poteva, il tempo è impietoso. Per noi europei è stata un’occasione mancata per stabilire contatti e costruire percorsi comuni.

In Niente, più niente al mondo, racconti di un disfacimento familiare, i personaggi sembrano non avere più un ruolo, una posizione dentro e fuori il nucleo familiare, siamo di fronte alla flessibilizzazione totale di ognuno, personaggi tutti “senza” qualcosa, lavoro, speranze, amore, desideri se non indotti. Credi siano questi i “modelli” di europeo/a oggi e quali sono le difficoltà nel raccontarli?
La famiglia è diventata il fulcro delle contraddizioni sociali. La fine dello stato sociale ha reso ansiose le persone, privandole della certezza del futuro (pensioni, sanità, etc.) e creando una consapevolezza di un destino esistenziale piuttosto grigio. Ecco perché
ci si ammazza in famiglia (L’Italia detiene il record europeo. Non credo che vi siano particolari difficoltà a raccontare questa situazione, il vero problema è che non lo si fa abbastanza. Continua la tendenza consolatoria nelle varie forme di narrazione.

Alla sceneggiatura di Arrivederci amore, ciao hanno lavorato nomi diversi tra loro come Marco Colli (Giocare d’azzardo di Cinzia Th.Torrini), Franco Ferrini (sceneggiatore, tra gli altri, di molti film di Dario Argento degli ultimi anni) e Heidrun Schleef (sceneggiatrice, tra gli altri, per Nanni Moretti e Mimmo Calopresti).
Hai partecipato attivamente alla stesura? Come si è lavorato sulla sceneggiatura?

Non ho lavorato alla sceneggiatura. So che ci sono state diverse versioni.

Giorgio Pellegrini è il cattivo totale, non ha l’etica morale di Beniamino Rossini, compagno di avventure di Marco Buratti nei romanzi dedicati all’Alligatore, eppure si arriva a parteggiare per lui. Come mai questa scelta?
Parteggiare per Pellegrini è una scelta molto personale. I lettori e oggi gli spettatori sono molto divisi su questo. Certo è che il male ha il suo fascino e Pellegrini è un personaggio affascinante nella sua amoralità.

Hai anche lavorato come sceneggiatore, insieme al regista Andrea Manni, a Il fuggiasco, il film di cui parliamo a fondo pagina che narra delle tue note traversie, uniche in Europa, di persecuzione giudiziaria. Cosa avete deciso di tenere e cosa di accantonare del racconto originale di 17 anni di vita per un film di un’ora e mezza?
Abbiamo scelto di eliminare la dimensione autoironica del libro e di aggiungere altri episodi, per poter raccontare una storia che attraversasse un ambiente e un periodo storico ben definito.

Il giallo offre certezze, la trama so conclude con una condanna o un’assoluzione. Questo accade talvolta anche nel noir ma in questi il tono generale è meno consolatorio, il noir si preoccupa anche di raccontare la società in cui si svolge, offre più spunti di riflessione, sei d’accordo?
Sia il noir che il romanzo poliziesco dovrebbero usare una storia criminale come scusa per raccontare altro e cioè la realtà sociale in cui si svolgono gli avvenimenti. Il romanzo poliziesco dovrebbe terminare la sua esperienza consolatoria aderendo maggiormente alla realtà dei nostri tempi.

Una parte degli autori italiani di noir che riscuotono grande successo da qualche anno a questa parte (a parte te, Evangelisti, Battisti, Dazieri) provengono da esperienze – talvolta anche dure, estreme – legate alla contestazione, all’antagonismo o all’impegno sociali. Secondo te, qual è la ragione di questo successo?
Per molti autori dedicarsi alla letteratura di genere ha significato trovare un modo per continuare in altre forme l’attività politica. Il successo del genere è dato dal suo essere letteratura della realtà e della crisi.

Il cinema giallo in Italia non ha una grande tradizione, malgrado l’ottimo seguito in mezzo mondo, e i celebrati gialli degli anni ’70 sono spesso un ricalco di altre opere. E nemmeno il noir, che in Francia (tanto per limitarci all’Europa) ha invece prodotto opere di altissimo valore. Ci sono eccezioni come Petri e il compianto Fernando Di Leo, penso al suo rapporto con i romanzi di Giorgio Scerbanenco. Secondo te, come mai il cinema noir in Italia ha prodotto così pochi, anche se molto buoni, risultati?
Domina la cultura del Mulino Bianco, delle storie melense e consolatorie, tanto amate dai produttori. Ora però le cose stanno cambiando. O almeno speriamo…

Da cosa parti quando inizi a scrivere un nuovo romanzo? quali sono gli spunti che ti convincono a sviluppare un racconto?
Sempre storie vere. Con un senso generale.

Il maestro di nodi è un libro molto duro come l’ambiente che descrive. Da dove nasce questa storia, e come ti sei documentato?
Nasce dall’indicazione di alcuni lettori torinesi a partire dalla scomparsa di alcune donne in Piemonte. Poi “l’indagine” si è sviluppata con un paio di hacker e attraverso falsi annunci su internet e giornali.

I romanzi della serie dell’Alligatore sembrano pronti per il cinema, qualcuno si è mai interessato a questa possibilità?
Sì, ora una casa di produzione inglese ha iniziato un percorso positivo che, spero, porti presto l’Alligatore sugli schermi.

Roberto Rippa

intervista realizzata nell’estate 2006

Massimo Carlotto sito ufficiale

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+