Stefano Mencherini

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(Don Cesare Lodeserto, direttore del Cpt Regina Pacis condannato nel 2005 a un anno e quattro mesi per violenza privata e lesioni aggravate, tenta di impedire una visita autorizzata al giornalista Stefano Mencherini e al fotografo Massimo Sestini. Foto di Massimo Sestini tratta da www.stefanomencherini.org)

Stefano Mencherini è un giornalista indipendente che nel 2003 ha realizzato Mare nostrum, film-inchiesta su un centro di permanenza temporanea, il Regina pacis di San Foca (Lecce), gestito dalla curia vescovile del capoluogo, raccogliendo testimonianze sulle violenze che si consumavano al suo interno ad opera dei gestori e di coloro che avrebbero dovuto garantire sicurezza e rispetto dei diritti umani. Il film usa l’inchiesta sul centro come spunto per un ben più ampio discorso sulla legge sull’immigrazione nota come Fini-Bossi-Mantovano, che di fatto sospendeva il riconoscimento dei più basilari diritti umani di coloro che, partendo spesso da Paesi in cui la loro sopravvivenza è messa a repentaglio da regimi, guerre o più semplicemente fame, giungono in Italia con il miraggio di una vita migliore.
Mare nostrum, che dal 2003 circola per scuole, associazioni e centri sociali per l’impossibilità di trovare un distributore, racconta per immagini e parole ciò che spesso ci è stato negato di sapere, per imbarazzo, per l’inviolabilità degli stessi centri e, si sospetta, per evitare di pestare i piedi ai molti che la legge l’hanno proposta e sostenuta.
Abbiamo incontrato il suo autore Stefano Mencherini in occasione della proiezione del film avvenuta a Lugano il 12 maggio presso il C.S.A. Il molino per una chiacchierata informale.

Cosa ti ha fatto scegliere di trattare questo argomento in questa forma?
Prima di fare come mestiere quello di tentare di raccontare ciò che succede intorno a me, io sono, come te, persona, uomo e quando mi accorgo che un altro uomo ha dei problemi piuttosto grossi e si trova a fare i conti con una realtà che lo calpesta senza minimamente curarsi di lui in quanto essere umano, allora mi girano un pochino i coglioni e, siccome sono un non violento, non mi armo se non del mio lavoro, e quindi della videocamera, come nel caso di Mare nostrum, o del mio taccuino e di una grande passione per questo mestiere, per questo lavoro che per me è nobile. Dietro a Mare nostrum c’è la voglia di raccontare la realtà, una realtà che altri non volevano si potesse vedere. Quindi ho acceso la telecamera e ho iniziato a girare. Il nostro Paese, l’Italia, ha passato anni durissimi di regressione non solo culturale ma proprio civile, profonda e rapidissima, e si è ritrovato ad essere un Paese razzista , intrinsecamente e profondamente razzista, in molte, troppe occasioni, purtroppo. È così che ho iniziato.

Quando hai iniziato a lavorarci, quale destinazione pensavi potesse avere il film?
Ho iniziato a pensare alla sua destinazione ancora prima di mettermi al lavoro, di accendere la telecamera. È chiaro che un lavoro non nasce in modo estemporaneo ma deve poter avere un periodo in cui le idee si incrociano, si ordinano, i pensieri si mettono in fila prima di poter cominciare a lavorare. Credo che chi fa questo mestiere debba pensare in quel momento a chi vuole parlare, a chi si rivolgerà. E anche come ciò possa fare. Devi quindi pensare se stai facendo un lavoro per la televisione oppure per circuiti indipendenti, della documentaristica o della denuncia. Questo, in sintesi.

Nel corso dell’incontro con il pubblico dopo la proiezione hai detto che questo lavoro è stato smembrato perché alcune sue parti venissero passate in televisione alle ore meno favorevoli. Si capisce come un film come questo non possa passare in una RAI così controllata dalla politica, ma si pone anche un problema sulla stampa: perché la stampa attuale non riesce a raccontare storie come questa o, quando lo fa, opera con enorme cautela? Qual è l’interesse dei giornali nell’evitare questo tipo di argomento?
L’interesse è quello di non disturbare perché in fondo i media hanno un impegno ben preciso: quello di non disturbare il manovratore, come si diceva una volta, quindi il potente che si alterna in vari scranni, in varie lobby e che in questo caso ha bisogno di dare informazioni in pasto a un popolo che è affamato di sangue come ai tempi del Colosseo e non deve sapere. Quindi la gente e soprattutto i poteri di turno hanno quello che vogliono: nessuno capisce assolutamente cosa stia accadendo e il gioco è fatto.
La manipolazione del tema dell’immigrazione pare avere indotto il razzismo.

L’associazione tra il termine immigrato e quello delinquenza è stato molto proposto dalla stampa…
Secondo me l’accostamento non è più strumentale. Ormai si è arrivati a un tale livello di assorbimento, di assuefazione, che l’associazione è automatica. Non c’è un disegno preciso o un ordine chiaro, tutto avviene come accade con gli sguardi tra i mafiosi, che comunicano tra loro con gli occhi, senza usare parole. E molto accade anche per ignoranza, per mancanza di cultura, per insensibilità, per superficialità, perché ormai il giornalismo, non solo in Italia ma in Italia in particolare, è stato snaturato nella sua essenza primaria, nel suo valore, della sua importanza all’interno di una società, nel ruolo che deve e può avere proprio come strumento di garanzia per far capire cosa sta accadendo, senza stare da una parte o dall’altra, e lasciarti poi la possibilità di fare le tue analisi, di fare le tue scelte. Purtroppo questo accade sempre meno, ed è preoccupante per una società che su molti versanti si sta chiudendo sempre di più. Con una chiesa che sempre di più, non esito a rimarcarlo, è pericolosa. Il papato di Ratzinger, con tutto quello che si porta dietro, è un vero e proprio pericolo per l’umanità, perché è una chiesa pensata a tavolino, dove la teoria diventa verbo e diventa pratica quotidiana, dove tutto ciò che è umano viene allontanato dalle gerarchie. E questo in un Paese come l’Italia che è la culla della civiltà cattolica, senza retorica, ma anche in un Europa che in molti suoi Paesi è fortemente appesantita, per usare un termine leggero, da questa realtà.

È una chiesa che cerca di sostituirsi alla gestione politica dei Paesi…
È una chiesa politica, non è una chiesa che tenta, lo è già da diverso tempo, almeno da quando è morto papa Wojtyla che, pur con tutti i suoi tabù, era il papa del tentativo del dialogo, dello scambio, della comprensione reciproca. Io ho due lettere che mi arrivarono da papa Wojtyla, ovviamente non autografe ma scritte dal suo segretario particolare. Nell’ultima gli mandavo Mare nostrum e gli scrivevo: Santo Padre, guardi un po’ cosa succede nella chiesa di Lecce e chi sono questi personaggi, che legami hanno, che illeciti condividono, che profonda immoralità alimentano. Non ci sono parole per quello che hanno combinato e continuano a fare questo arcivescovo e i suoi scagnozzi, lui presidente della CEI di Puglia e i suoi sodali… Anche Nichi Vendola, e mi dispiace dirlo visto che è stato al nostro fianco e io lo ringrazio persino nei titoli di coda del film, da quando è presidente della regione Puglia non ha fatto altro che incontrare monsignor Ruppi e baciargli l’anello, farsi fotografare insieme a lui dimenticandosi di ricordare ciò che questi signori hanno combinato e continuano a combinare con nuovi e cospicui finanziamenti, milioni di euro, da parte delle amministrazioni di centro-sinistra, del Salento o della regione Puglia.

Non pensi che queste leggi sottostiano in qualche modo a direttive europee?
No, non penso ci sia un disegno europeo collegato, questo no. Penso però che ci sia una realtà europea che va in quella direzione. Le cose, secondo me anche in altri campi, avvengono per ragioni molto più semplici di quelle che siamo portati a pensare. Penso che si tratti di politiche, tra virgolette, dettate della strategia della paura, dalla facile demagogia che, in particolare dopo l’11 settembre, e in alcuni Paesi d’Europa anche molto prima, si è determinato con nuovi razzismi. Anche da noi… non hanno detto per anni che gli immigrati venivano a rubare il lavoro a noi e ai nostri figli ? Mentivano, perché la realtà ha poi dimostrato che i lavori che gli immigrati venivano a fare erano quelli che gli italiani non volevano fare più, i lavori più umili, più pesanti, meno retribuiti. Poi ci hanno detto che saremmo stati invasi da eserciti di musulmani che avrebbero stravolto la nostra identità cristiana. Tutte puttanate, perché siamo il Paese europeo che ha il minor numero di immigrati regolari e irregolari all’interno dei suoi confini. Più di recente ci è stato detto, dall’ex ministro Pisanu come è documentato in Mare nostrum, che gli immigrati erano terroristi di Al Qaeda che venivano da noi e si scambiavano non so cosa. Come se i terroristi si muovessero rischiando la loro pelle come accade a decine di migliaia di donne, uomini e bambini finiti in pasto ai pesci nei mari delle nostre vacanze.
Al di là di una fetta di società civile, anche quella più impegnata politicamente in battaglie ideali, finisce per, non dico dimenticare, ma per non avere più come priorità la questione, che viene quindi lasciata in balia di quelli che sono gli eventi, le emozioni, il susseguirsi dei governi e degli interessi emergenziali e politici. Ognuno tende quindi a pensare esclusivamente per sé. Questo, in termini culturali, determina lo sfascio da cui credo non si potrà più tornare indietro: una società che si basa su fondamenta come paura e diffidenza, malgoverno e miopia politica, non ha futuro.
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(Valona: veglia di un clandestino annegato per una collisione in mare con la Finanza italiana.
Foto di Maki Galimberti tratta da
www.stefanomencherini.org)

Rispetto ai fatti raccontati in Mare nostrum, il governo italiano è cambiato, anche se le facce nel film sono comunque sempre le stesse, cosa ci si può aspettare secondo te in merito alla politica sull’immigrazione?
Molto poco. Meno peggio di quello che era, perché ai livelli della Bossi-Fini credo sia difficile si possa arrivare. Io l’ho definita una nuova legge razziale perché lo è, non c’è da spaventarsi o da gridare al terrorista come hanno fatto con me perché parlavo di Guantanamo italiana o di nuovi campi di concentramento riguardo ai Cpt.

Mare nostrum ha avuto una circolazione notevole nei circuiti alternativi…
Si, ed è anche finito in un sacco di tesi anche oltre confine, ricercatori americani, francesi, inglesi, anche svizzeri, l’universita di Berna, hanno inserito nei loro studi dei capitoli su Mare nostrum. I contenuti hanno varcato i confini, l’informazione è arrivata. Certo è che non puoi fare i 7-8 milioni di telespettatori della tivù, ora in verità molti di meno, che fa un Vespa quando ha una prima serata su Cogne. Però non me ne frega niente anche perché le sue centinaia di migliaia di spettatori li ha avuti anche Mare nostrum, alla fine.

Pensi che verrà pubblicato e distribuito, prima o poi?
No. C’è stato un interesse, anche molto forte, che però non ha mai portato a nulla. L’ultima volta, con il settimanale Diario, quasi tre anni dopo che Mare nostrum era uscito. Continuavano ad arrivarmi email di richieste del DVD del film, me lo chiedevano da ogni parte, scuole, associazioni, parrocchie. Anche l’Unità, con il cui direttore Furio Colombo ero in contatto per lavoro. Gli feci avere la VHS, lo invitai a guardarla e valutare se Mare nostrum avrebbe potuto essere allegato al giornale. Mi rispose sì, che avremmo potuto parlarne ma, dopo una settimana, lo incontrai, lui abbassò gli occhi e mi disse: “Caro Mencherini, la settimana scorsa ce l’avremmo fatta, adesso non più. Subisco una pressione tale che la mia risposta non può essere che negativa”.
Capito? questa è la realtà.
Mare nostrum è sì un lavoro duro, vero, cui le musiche di Lucia Poli, Francesco Di Giacomo, Coppola dei Nidi d’Arac, gli ormai sciolti e interessantissimi Les anarchistes con una splendida versione di Bella Ciao, e altri, danno ulteriore forza. Ma sono i contenuti ad essere “cattivi”, quindi improponibili dai sistemi sistema di comunicazione tradizionale.

Da giornalista indipendente quale sei, hai avuto modo di tornare sugli argomenti trattati nel film?
Poco, nel senso che ho continuato la mia battaglia personale in modo individuale e come professionista difendendo l’informazione dalle censure con molte iniziative. Sono pesantemente intervenuto con uno sciopero della fame che ha poi ha avuto un epilogo di tre giorni di sciopero della sete poi svolto a staffetta per un mese e una settimana da 90 persone che al ritmo di due o tre al giorno digiunavano per protesta. Tutto coinvolgendo anche una quindicina di parlamentari, gente in gamba, gli stessi migranti che erano stato torturati all’interno del Regina pacis, e altri clandestini, donne e uomini di cultura, spezzoni di società civile. Un’iniziativa importante di cui nessuno ha naturalmente voluto parlare nonostante gli sforzi e i salti mortali che ognuno di noi ha tentato di fare con agenzie, stampa e tivù.
Per finire io mi augurerei che ciò che resta del giornalismo italiano possa non solo rimanere saldo, ma anche allargarsi e diventare prassi quotidiana, nel senso che credo che questo mestiere abbia, come dicevo all’inizio, delle ragioni ben precise per esistere, per rendersi utile. L’augurio è quindi che ci siano più opportunità per chi lavora seriamente, che ci siano meno muri di gomma e censure preventive, meno barriere, meno confini o ghetti, insieme ad una ripresa dei sentimenti e del rispetto dell’uomo che credo siano l’essenza, la base, la radice da cui parte e si sviluppa la vita di tutti noi. Proprio di tutti di noi.

Roberto Rippa

intervista realizzata il 16 maggio 2007

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