Sette Secondi Circa

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Autumn. Foto di Beatrice Barros Castro

7SC
SETTE SECONDI CIRCA.
UN COLLETTIVO ARTISTICO MULTIDISCIPLINARE ALLE PRESE CON IL SUO PRIMO LUNGOMETRAGGIO

AI PIU’ ASSIDUI TRA I FREQUENTATORI DEL SITO DI RAPPORTO CONFIDENZIALE IL NOME DEL COLLETTIVO SETTE SECONDI CIRCA NON DOVREBBE RISULTARE SCONOSCIUTO. DA TEMPO, INFATTI, DUE LORO OPERE (“R2 – SETTE SECONDI CIRCA”, IL CUI NOME E’ DIVENTATO POI QUELLO DEL COLLETTIVO STESSO, E “FENOMENO DELLA PERSISTENZA”) FANNO PARTE DELLA NOSTRA CINETECA.
Altri invece avranno visto la loro galleria nel primo numero della serie IMAGO della nostra rivista. Quello tra Rapporto Confidenziale e il collettivo è un incontro avvenuto un anno fa, mese più, mese meno, in occasione di un progetto che a breve, dopo avere cambiato più volte forma, dovrebbe giungere ad attuazione.
I quattro componenti – Alessandro Capuzzi, Emanuele Dainotti, Marco Adamo Graziosi, Dario Cristaldi, meno di 100 anni in quattro, tutti nati e cresciuti in un grande comune della cintura milanese – hanno un approccio particolare all’arte: facendo delle loro individuali diversità, interessi e esperienze una ricchezza, riescono a lavorare sugli stessi progetti portando ognuno la propria visione peculiare.
Non solo, rappresentano anche un esempio di microimprenditorialità, divisi come sono tra urgenza artistica e lavori su commissione, che portano ossia lavoro remunerativo, di raro coraggio. Infatti, hanno scelto tutti di abbandonare mesi fa i loro rispettivi lavori per investire tutte le loro energie nel progetto comune, una scelta non facile che però sta iniziando a dare i suoi primi – pur esigui – frutti, in un contesto, quello dell’Italia del 2011, entro il quale muovere i primi passi è impresa titanica..
Rapporto Confidenziale li ha seguiti nella loro costante evoluzione con grande interesse. Oggi che sono alle prese con la post-produzione del loro primo lungometraggio, è giunto il momento di presentarli in maniera più composita attraverso quella che si è scelto di non realizzare come la classica intervista domanda/risposta in favore di una chiacchierata che costituisse un excursus nel lavoro di quattro artisti – loro rifiuterebbero il termine – indipendenti che hanno scelto di unirsi per nutrire il loro lavoro delle rispettive idee e discipline. Ed è proprio il formato scelto ad avere fatto sì che la chiacchierata si sia trasformata in una riflessione a tratti più profonda – ma sempre molto divertita – sulla vita e sul concetto di arte, una riflessione sul modo di intendere e creare da parte di un collettivo di artisti indipendenti. Ve la proponiamo senza particolari filtri o tagli come primo capitolo di una serie che nel tempo aggiorneremo ad ogni nuovo loro lavoro.

Città di no

4839 PAROLE CON ALESSANDRO CAPUZZI, EMANUELE DAINOTTI E MARCO ADAMO GRAZIOSI
DI SETTE SECONDI CIRCA

RR: Sette Secondi Circa è il titolo di una vostra performance tra video e teatro, com’è diventato il nome del vostro collettivo?

ED: Effettivamente non è solo il titolo della performance ma anche il succo del significato della stessa. Il titolo si riferisce al tempo in cui, ipoteticamente, si svolge la performance. Il circa finale viene dal fatto che i punti esclamativi, al di là del fatto che mi piace scriverli, non esistono nella realtà in quanto sono molti di più i punti di domanda, hanno più senso. Il circa quindi viene dal fatto che non si sa se siano davvero 7 secondi – in realtà sono 13 minuti e 30 secondi, quindi 1+3+3 che come risultato dà 7. In questi sette secondi ci siamo immaginati una persona che passa da uno stato di coscienza nei confronti del mondo considerato reale verso uno stato di incoscienza verso una realtà che noi percepiamo come pazzia. Quindi, questo personaggio che subisce la conoscenza massima non è capace di reggerla. Poi, appunto, il nome è diventato il nostro.

AC: Di solito non si quale nome dare alle cose e noi avevamo questo bel titolo per una performance di cui ci era piaciuto il risultato e l’abbiamo adottato.

ED: E pensare che prima avevamo valutato di chiamarci Inland Empire…poi ci siamo bloccati perché abbiamo pensato che un nome che potesse rappresentarci davvero avrebbe dovuto nascere da noi. Ovviamente sarebbe stato un omaggio al film di Lynch, che ci piace moltissimo.

MAG: Molte persone si dimenticano il “circa” finale ma il nome piace.

RR: Ma prima della performance da cui avete preso il nome, cosa avete fatto?

ED: “Sette Secondi Circa” è stato il primo lavoro fatto insieme. A dire il vero, è stato il primo a uscire. È definito anche “R2”. Prima c’era stato un “R1”…

AC: …“R” sta per ricerca…

R2 – Sette Secondi Circa. Foto di Beatrice Barros Castro

ED: Si, noi siamo partiti da un concetto denominato Opera pura. In pratica all’epoca stavamo lavorando sulla percezione. In poche parole, sul modo in cui il pubblico percepisce ciò che fai. Stavamo ragionando su queste performance che vanno a sondare in quale modo il pubblico ha la percezione di ciò che fai. Tutto questo era partito dal “Libro tibetano dei morti”, che avevo comperato in un autogrill a 4 euro.

AC: Quanto stai divagando…

RR: No, lascialo parlare, non si può fare a meno di ascoltare uno che compera il “Libro tibetano dei morti” all’autogrill.

ED: È per spiegare… Ho letto questa frase in cui veniva posta una domanda a un monaco: “Di che colore è la madreperla?” Che poi è un po’ come chiedere di che colore fosse il cavallo bianco di Napoleone… E il suo mentore gli ha fatto notare che per una persona malata di fegato quel bianco sarebbe stato un giallo perché la sua percezione sarebbe stata differente. Allora ci siamo posti questa domanda e abbiamo iniziato a lavorare anche noi su queste varie percezioni. Ci siamo detti: “Proviamo a lavorare su un’opera che venga percepita da tutti nella stessa maniera”. Poi il progetto è stato abbandonato per una questione di costi perché l’installazione sarebbe costata troppo e non avevamo trovato nessuno che la producesse, per quanto fosse arrivata in finale ad un concorso di videoarte dove era stata presentata sottoforma di progetto. Quindi abbiamo creato “R2”. All’inizio eravamo solo io e Alessandro – perché noi siamo tutti amici di lunga data – e ci siamo trovati un giorno al tavolo di un caffè tre anni fa ormai e abbiamo iniziato a lavorare ai progetti quasi per scherzo o, meglio, per la voglia di fare qualcosa. Allora ognuno lavorava alla sua arte attraverso la sua passione: io vengo dalle arti visive, Alessandro dal cinema, Marco dalla musica, come anche Dario. Quindi ci siamo detti: “Perché lavorare da soli?” e abbiamo iniziato a lavorare insieme.

AC: Condividendo le miserie.

RR: E quindi, concretamente,.com’è nata a quel punto l’idea di unirvi condividendo esperienze artistiche diverse?

AC: A unirci è stata inizialmente l’amicizia, sicuramente. Io e Emanuele ci conoscevamo già da più di dieci anni e abbiamo sempre condiviso qualcosa nel tempo e quindi il tutto è avvenuto in modo naturale. Ognuno ha i suoi punti deboli, che vanno a incastrarsi con quelli degli altri. A unirci è infine l’amicizia e la passione per ciò che facciamo.

RR: Di solito è difficile che qualcuno scelga di unirsi, molti preferiscono tentare di emergere soli, senza dover rinunciare alla loro specificità.

AC: Secondo me è fondamentale l’avere coscienza del fatto che soli si è incompleti. Quindi, a meno che non ti stia bene la tua incompletezza, non c’è di meglio che trovare la completezza attraverso la condivisione con altri.

ED: Ovviamente c’è l’umiltà di riconoscere che per realizzare qualcosa di buono hai bisogno dell’altro. Questo è fondamentale. E poi tra noi c’è quella empatia (che noi chiamiamo fastweb), abbiamo un collegamento fantastico Per esempio, nel progetto ancora in corso io e Alessandro abbiamo una co-regia e sul set tutti coloro che collaboravano erano sorpresi da quanto io e lui non ci pestassimo i piedi. In realtà quando lui apriva la bocca per dire qualcosa, quel qualcosa era ciò che avrei detto anch’io. E viceversa. Allo stesso modo, quando Marco mette mano alla musica o al montaggio, ci si trova nella condizione di non dovere dire nulla, ormai sappiamo l’uno cosa vuole l’altro.

AC: E non è una questione di gusto comune, abbiamo quattro teste completamente diverse. Però sappiamo che quando si lavora ad un progetto si rema tutti nella stessa direzione…

ED: …pur avendo tutti identità distinte.

AC: Come noti, abbiamo risposto tutti allo stesso modo alle domande, come ci fossimo preparati. Saremmo pronti per il nuoto sincronizzato.

RR: Oggi poi lavorate tutti nello stesso spazio.

AC: Si, è stata un’esigenza. Noi abbiamo lasciato i nostri rispettivi lavori, quelli che ci permettevano di vivere e ora campiamo in non so bene quale modo…

ED: Non spendiamo, semplicemente.

AC: Comunque ci siamo chiesti: “Perché lavorare 9 o 10 ore al giorno per altri stando con la testa altrove quando avremmo potuto dedicarci completamente al lavoro che vogliamo fare?” Ad essere sinceri non è così semplice, non basta avere uno spazio. Uno spazio significa anche pagare un affitto, delle bollette… Però è molto più appagante venire il mattino, guardarsi in faccia e decidere come fare procedere il lavoro quel giorno.

ED: Io la domenica pomeriggio non vedo l’ora che sia lunedì mattina…

MAG: Meglio comunque che stare in tournée come tecnici del suono per Jerry Calà com’è capitato a me!

ED: Alla fine abbiamo risposto alla domanda?

AC: Ah no, la cosa buffa è che non dividiamo lo spazio solo noi quattro – questa cosa è un po‘ intima, vedi tu – noi non veniamo da famiglie ricche anche se nemmeno povere…

MAG: Come ci chiamiamo, media borghesia?

ED: I nostri padri prendono 1500 euro al mese.

AC: Quindi ci siamo detti: “Si, possiamo farcela a permetterci uno spazio, ma solo fino a una certa cifra”. E la soluzione l’abbiamo trovata andando a fianco di un call center

MAG: Sono 3 stanze: c’è la sala con le operatrici, la nostra e quindi quella del responsabile del call center.

Installazione per Fuorisalone 2011. Foto di Alessandro Capuzzi

RR: Quindi se il capo deve parlare con le operatrici deve passare necessariamente da voi?

MAG: Esattamente

AC: E ogni volta che sente un urlo in qualsiasi cosa stiamo montando viene e chiede: “Non è che state montando un porno?”

ED: Ogni giorno…

AC: Ieri hanno chiesto a un nostro cliente, che stava venendo da noi, se poteva portare degli scatoloni da lui…

ED: Me li sarei mangiati vivi. Però questo ci ha permesso di avere un posto carino a un affitto abbordabile.

MAG: Dove peraltro abbiamo girato “Città di no”.

AC: Con la scena illuminata dai fari di una Golf.

RR: Torniamo a “Sette Secondi Circa”, la performance: Emanuele, mi pare che quello fosse un progetto tuo.

ED: Si, la parte performativa si. Come dicevo, è nato quando ancora Sette Secondi Circa come collettivo non esisteva. La performance è nata da una mia discussione con Alessandro su cosa avrebbe dovuto essere la performance e il cortometraggio derivante. Lui ha ingenuamente lasciato nelle mie mani la scrittura dei testi. Io mi sono chiuso per un giorno nel box di mio padre, in piena estate, e lì sono usciti gli sproloqui autobiografici che sono entrati a fare parte della performance. I testi in sé sono più un flusso di coscienza, la ricerca vera sta in ciò che siamo riusciti a creare per la performance, anche con gli spunti che ci ha dato il pubblico nel corso delle tre rappresentazioni con cui siamo riusciti a riempire tre teatri, uno dei quali da 300 posti.

RR: Da qui il rapporto creativo si consolida.

ED: Si. Marco ha iniziato a lavorare con noi perché ci servivano delle musiche, che ha scritto lui, e Ci servivano dei fuori campo nella parte iniziale. Era fresco di accademia.

AC: Ma sin dalla prima opera l’apporto di ognuno è stato molto importante

ED: E il frutto della collaborazione influisce molto anche sui lavori individuali, tanto che tutti sono alla fine prodotti Sette Secondi Circa.

AC: Alla fine essendo le nostre teste molto diverse anche nelle mie passioni che non sono condivise dagli altri…

ED: Come quella per lo splatter…

AC: ..alla fine si sente l’influenza degli altri. È successo anche con “Città di no”, che è un progetto pensato da me in cui Emanuele recita, per cui Marco ha scritto le musiche e che è stato post-prodotto da Dario.
“Città di no” è un cortometraggio nato dalla nostra partecipazione al Fuori Salone di quest’anno.
L’idea é stata quella di ricreare un recinto nel quale la gente potesse pascolare sotto esplicito invito, del tipo: “Hai pascolato fino ad ora al salone del mobile, ora concediti un pascolo gratuito assolutamente inutile”.
Di gente ne é venuta veramente molta…Il corto é nato sotto uno stimolo simile.
Parla di un ragazzo (un performer credo, o comunque un qualcuno che ha a che fare con l’arte) che viene invitato a far parte di questo incredibile evento; ne uscirà cambiato.
È stato girato interamente al fuori salone, quasi tutte camere a mano, molta improvvisazione (anche se abbiamo lavorato su un copione, una sorta di linea guida), nessun tipo di illuminazione se non quella del sole e delle location in cui abbiamo girato (lampioni, lampadine, ecc…).
E’ stata la prima esperienza con un produttore esterno a Sette Secondi Circa, Alberto Grossi; che mi ha seguito nella stesura del soggetto e durante la produzione.

RR: Tu Marco vieni da studi legati al suono.

MAG: Io ho fatto un percorso di studi da sound designer. Quindi ho lavorato come tecnico del suono e mi sono occupato di programmazione. Poi ho frequentato un corso di Michele Tadini (compositore per solisti, ensemble, orchestra, per il teatro e per istallazioni interattive. Collabora con videoartisti, pittori, registi e poeti nonché coordinatore dell’Irmus – Istituto di ricerca musicale Milano, Civica scuola di musica – e docente presso l’Accademia Internazionale della Musica. Ndr. www.milanomusica.org/autori/micheletadini.html), un corso che tiene al centro di ricerca musicale presso l’Accademia di musica a Milano ed è stato molto interessante perché era incentrato proprio sul legare musica e immagine. Avevo già un interesse, altrimenti non avrei frequentato il corso, ma in quella occasione è scattata la passione per il video e ho iniziato a lavorare con immagine e video autonomamente e a rispolverare le vecchie Super VHS.

Relax My Beloved. Foto di Marco Adamo Graziosi

RR: Il tuo rapporto con l’immagine prima qual era?

MAG: Sono tuttora fiero di avere visto, quando avevo 14 anni, “Gummo” (Harmony Korine, 1997. Ndr.), però allora vivevo l’immagine in modo molto più superficiale, con un distacco quasi ironico. Non mi ero mai appassionato al cinema. Ho tuttora lacune gigantesche ma mi piace vedere film, magari anche delle cagate pazzesche. Ho un rapporto più superficiale rispetto a quello di Emanuele o Alessandro.

RR: Il che non è forzatamente negativo. Anche per quanto riguarda lo spaziare…

MAG:La penso anch’io così. Io sono molto fan del pop, dello stravisto, penso che ricalcare cose che sono già state fatte cercando di creare qualcosa di nuovo, può essere interessante tanto quanto sperimentare. E sicuramente lo trovo più interessante dello sperimentare per il gusto di sperimentare. Con un paragone musicale, secondo me oggi è molto più complesso fare un pezzo pop interessante che fare una canzone noise interessante.

RR: Marco arriva da questo approccio al suono, alla musica. E tu, Emanuele?

ED: L’aspetto musicale è forse quello che ci ha accomunati di più, almeno inizialmente. Siamo nati insieme come musicisti. Il primo gruppo l’hanno avuto Alessandro e Marco, io ero solo la groupie (ridono) perché loro erano giunti a un livello di cattiveria musicale che io non avevo ancora raggiunto. Erano una sorta di metallari…

AC: Mai stati metallari!

ED: All’epoca di cui parlo io facevate ancora le cover di Manson, Mortician, Obituary.

MAG: Ah, si, ma avevamo 13 anni!

ED: Comunque dalla musica da cui veniamo deriva il nostro modo di fare cinema, di fare arte. Perché noi arriviamo dalla musica più schifata da Dio e pure da Satana (ridono tutti)

MAG: Questa tua uscita entrerà in Wikipedia come definizione di Grind

ED: Una musica più underground di quella è difficile da trovare. Fai fatica a suonare anche nei centri sociali.

MAG: Chissà perché (ride)?

ED: Perché fa schifo.

AC: Ma perché l’abbiamo suonata?

ED: Boh? Perché ci è sempre piaciuta. Quindi noi siamo sempre stati abituati a rapportarci con il minimo, con il piccolo, con lo scrauso. Sappiamo lavorare con passione e zero budget. Ci è capitato di fare un concerto al Leoncavallo, un posto che organizza concerti che hanno anche 3-4000 spettatori, e noi ci abbiamo suonato davanti a una sola persona; un ubriacone che era lì per caso. Quindi ci siamo ritrovati a lavorare anche in realtà prossime allo zero.
Pensa che all’inizio, siccome non ci chiamavano, organizzavamo noi i concerti chiamando altre band.
Quindi il nostro modo di fare cinema è davvero artigianale. Artigianato allo stato puro. Anche il fatto che l’effettistica speciale cerchiamo di farla senza fare ricorso al computer. Come direbbe Marco, siamo un po’ démodé. Questa è un po’ la nostra essenza: viviamo in provincia da quando siamo nati, siamo sempre stati abituati a realtà piccole, che alla fine sono quelle che ci piacciono. Anche molti tra i registi che apprezziamo sono registi che si occupano del montaggio, del suono, che magari recitano nei loro film…

RR: Anche perché, per una questione di disponibilità di mezzi tecnici, è la strada più facilmente percorribile oggi. Ora concedetemi un momento Barbara D’Urso…

MAG: Dobbiamo spararti in faccia una luce da sotto per farti sparire le rughe?

RR: Si, grazie! Io ci metto lo sguardo contrito.
Voi vi conoscete sin da quando eravate bambini. La frequentazione ha portato a uno sviluppo comune delle passioni o vi siete uniti proprio in considerazione delle peculiarità individuali?

AC: Ad accomunarci molto è stata l’estrazione sociale, il vivere tutti in una periferia molto popolare. Poi all’epoca ci siamo frequentati a intermittenza e siamo cresciuti con passioni diverse. Il rincontrarci a un certo punto è successo nel momento giusto. È una questione legata al caso.

ED: L’essere usciti insieme per anni ha portato all’arricchire le proprie passioni attraverso quelle degli altri. Per me il cinema prima era un diletto e basta, poi nel tempo ha assunto un ruolo più pregnante in quello che faccio. Ecco, questo è dovuto alla frequentazione con Alessandro, che è sempre stato più appassionato di me. Quindi lui ha portato il cinema all’interno del collettivo. Che poi il cinema è ciò cui ci dedichiamo ora perché è un contenitore di tutte le arti. Ognuno di noi riesce a portare il suo apporto peculiare e credo sia questa la nostra forza.

The Kingdom. Foto di Beatrice Barros Castro

RR: Vale ancora la pena oggi di occuparsi di arte? Qual è secondo voi il suo scopo?

ED: Secondo me si, ne vale la pena. Non come la facciamo noi però. Nel senso che oggi, secondo me, vale la pena di fare arte solo se fingi, se speri di guadagnare. Come dire: “È meglio guadagnare attraverso l’arte che stando in un ufficio”. Noi invece facciamo finta di stare nell’utopia e facciamo arte pensando davvero che sia uno spazio dove poter fare ciò che si vuole.
AC: Secondo me è una questione di voglia: io non credo che l’operaio o l’impiegato amino davvero ciò che fanno. Io non ho voglia di fare altro che quello che faccio.

ED: Ma se domani non potessi più?

AC: Allora subentrerebbe il bisogno

ED: Se io ora mi sono permesso di lasciare il mio lavoro precedente, è perché dormo a casa dei miei genitori

AC: Io questo passo l’ho fatto, sono sincero, solo perché abbiamo anche un’attività di stampo commerciale: lavoriamo anche per terzi. Lì obiettivamente c’è un guadagno. Misero ma c’è. È quello che ci permette di andare avanti, vivere modestamente e reinvestire in ciò che amiamo. Preferisco avere la videocamera in mano sia per i nostri lavori che per quelli su commissione che averla solo per i nostri lavori e poi dovermi occupare di tutt’altro per vivere.
Questa è l’unica cosa che faccio non controvoglia.

MAG: Se guardo ai miei ex compagni di liceo, io sono l’unico ad avere iniziato qualcosa in modo autonomo. I pochi che sono riusciti ad iniziare a lavorare sono dipendenti e infelici. Sono già contento di avere capito cosa voglio fare e che ci sto provando. E, dovessi fallire, ho 23 anni, mi rifarò.

AC: Secondo me tutti sanno cosa vorrebbero e quindi dovrebbero fare, però manca il coraggio di ammetterlo.

RR: La vostra suona come un’esigenza interiore, un’esigenza profonda. Una scelta fatta senza tenere conto necessariamente del vantaggio economico.

MAG: E forse è meglio non pensare troppo a vantaggi e svantaggi.

AC: Io, sapendo di avere una passione, fatico a pensare di dedicarle 4 ore a settimana anziché 40. riuscendo a sopravvivere grazie ad essa.

MAG: Ovviamente nessuno di noi ha l’ambizione di diventare ricco e/o famoso, però quella di poter fare ciò che vogliamo quella si.

RR: Eravamo rimasti a “Sette Secondi Circa”, il lavoro che vi ha portati a lavorare insieme, e a “Città di no”. Cosa è successo dopo?

ED: Il progetto successivo è stato “Automn”, cui stiamo lavorando ancora adesso. È il nostro primo lungometraggio che deriva da un cortometraggio di Alessandro dallo stesso titolo, scritto prima che ci dedicassimo a “R2”. Aveva anche iniziato a girarlo. Senza che io avessi esercitato la benché minima pressione (ridono), avevo ottenuto il ruolo di attore.

AC: Che poi, guarda il caso, all’inizio l’attore avrebbe dovuto essere Dario. Però la differenza tra Dario e Emanuele è che quest’ultimo è molto egocentrico e quindi ci si è buttato, mentre Dario probabilmente ci sta ancora rimuginando sopra. Tra l’altro, durante le riprese era presente anche Marco, che non vedevo da 3 anni almeno

MAG: Ero presente a fare non so bene cosa…

The Kingdom. Foto di Beatrice Barros Castro

RR: E hai terminato di girarlo?

AC: No. Anzi, ho iniziato a girarlo ancora prima di avere finito di scriverlo. Diciamo che io avevo un’idea molto “low-profile”, mentre Emanuele, ovviamente, mirava alto (ridono). Ha preso una versione geologica della mia sceneggiatura, l’ha unita a un foglio di miei spunti sparsi, ha macinato il tutto e si è presentato con una sceneggiatura. Nel frattempo era nato lo studio e avevamo iniziato a lavorare insieme.

RR: Nel frattempo però avete fatto altre cose…

ED: Oltre a “Città di no”, anche “Fenomeno della persistenza”, che è un lavoro particolare. È carino e nello studio dove lavoravo prima. La sera dovevo chiudere tutte le sale e io mi mettevo a giocare con la strumentazione. Una sera ho giocato con un mixer e ho fatto una traccia audio in cui non facevo altro che alzare ed abbassare le frequenze dell’equalizzatore e cambiare l’effetto ma senza mettere nulla nell’effetto. Praticamente entrava il rumore del cambio dell’effetto e l’effetto stesso finiva con l’amplificare il nulla. Quindi ho fatto registrato una traccia scrausissima, l’ho portata a Alessandro e gli ho chiesto di farmi una colonna visiva.. Insomma, esattamente il contrario di come lavoriamo di solito.

AC: Io mi sono divertito un casino

ED: Quindi lui l’ha presa, io gli ho spiegato un po’ i concetti che mi avevano portato a lavorare sul riverbero, questo amore spasmodico per il suono che continua, che si sdoppia, e lui ha deciso di lavorare sul punto di vista visivo, lo sdoppiamento, l’identità, la ricerca. Alla fine è nata un’opera di videoarte, se così la si può definire, perché non ha narrazione, non ha un filo temporale…

AC: Questo lo dico per autodifesa: lui utilizza spesso il termine ricerca, dice che c’è una co-regia, ma c’è una differenza sostanziale tra me e lui. Il suo approccio è proprio quello della ricerca. Magari nasce tutto per caso, però lui ci gira intorno, ci pensa, cerca un perché, cose che a me alle volte risultano difficili. Quindi quando lui mi ha chiesto di creare una colonna visiva, mi sono subito eccitato perché ho pensato di fare quello che volevo. Ovvero, ho delle immagini e le butto giù, come in un tubo. Perché anche questa non è una vera e propria ricerca, il cortometraggio è nato da sogni che facevo sin da bambino e che riguardano la sensazione di sdoppiarmi da me stesso.
Emanuele ha un approccio molto più da artista, secondo me.

ED: Posso arrabbiarmi per la definizione?
AC: Lui davanti a un taglio su una tela sta magari otto ore a spiegarti la motivazione dell’artista. Io sono più istintivo. Non mi viene, è un mio limite.

ED: È un approccio differente. Io sono magari più della scuola concettuale, lui ha un approccio più onirico, lascia andare libero il sentimento. Lui se ha un’immagine la imprime. Io, prima di farlo, devo superare più passi. Io mi rifaccio più alla letteratura. Per farla breve, sono uno che si fa molte pippe, mi piace molto di più macchinare.

ED: Si, mi piace molto scrivere. Ma anche lì abbiamo un modo molto diverso di farlo.

AC: Lui scrive molto, gli piace. Io abbozzo. Pur essendo nato per caso e avendo avuto risvolti limitati, “Fenomeno della persistenza” è piaciuto. Lo reputo un gran bel lavoro. Ha avuto una aura di avvenimenti talmente devastante – non parlo a livello mondiale ovviamente, è una di quelle cose che capitano di rado e ti fanno pensare: “Ma cos’è accaduto?”

Autumn. Foto di Beatrice Barros Castro

RR: Quando “Fenomeno” è stato pubblicato, si sono scatenate le ipotesi interpretative, una persona però ha azzeccato subito l’origine del film ed è stato l’unico ad azzeccarci…
È importante che la gente capisca il reale significato che ha per voi o no?

AC: Carmelo Bene disse: “La vita si comprende? No. E allora che stiamo a dire?”. Io amo il cinema perché non chiede necessariamente di essere capito, sei semplicemente abbagliato dalle sue immagini e vieni trasportato altrove. Ciò che personalmente mi aspetto è che le persone rimangano a vedere e si lascino trasportare. Non mi importa assolutamente niente che venga capito perché io personalmente non capisco mai una sega di ciò che faccio. Posso parlarne per ore e ore con Emanuele o gli altri però sinceramente non mi importa che mi venga data una chiave di lettura. Anzi, preferisco che, parlandone con cinque persone, ritornino cinque interpretazioni diverse. Per “Città di no”, Emanuele mi ha detto: “Bella l’idea dell’ubriaco”. Non so ancora cosa intendesse.

ED: C’è un’artista che lavora proprio con gli errori che i critici commettono parlando delle sue opere. L’opera successiva riguarda gli errori commessi dai critici nei riguardi della precedente.
Noi ricerchiamo sempre, per cui ogni percezione che la persona ha di quello che fa, per noi è importante. Noi non lanciamo messaggi, né a livello morale, né a livello politico. Non che non condivida chi lo fa, però noi non lo facciamo. Noi abbiamo solo un sacco di domande. Ecco perché amo “Aspettando Godot” di Beckett: perché secondo me il senso della vita consiste nell’aspettare interrogandosi. Avessi tutte le risposte, farei il capo del mondo…

MAG: Come quello di Dragonball!

ED: Noi poniamo delle domande che sono quelle che poniamo a noi stessi.

RR: Torniamo a parlare del lungometraggio. Sappiamo che nasce da un corto incompiuto di Alessandro ma com’è cambiato, se è cambiato, rispetto a quel progetto? E stavolta come si è svolta la sua preparazione, con la stessa immediatezza che ha caratterizzato altri lavori?

AC: Non ho mai avuto la fantasia necessaria ad immaginare una storia legata a un personaggio, quindi mi sono sempre basato su immagini e sensazioni. Mi sono scritto dei sogni che in quel periodo mi ricordavo al risveglio. La trama riguarda un ragazzo che rimane chiuso in una casa per sua scelta e vive tra dormiveglia e realtà e gli avvenimenti sono contrassegnati dalla presenza di un’entità quasi umana. Io ho passato queste sensazioni a Emanuele e lui ci ha costruito una storia più strutturata.

RR: Quindi la sceneggiatura è tua, Emanuele.

ED: Si. Lui mi ha passato delle immagini e dei punti fissi della storia. Le immagini riguardano quattro sogni e quindi mi ha passato vere e proprie imposizioni su caratteristiche dei personaggi, veri e propri paletti e dettagli sulla presenza, che è la nemesi del protagonista, che inizialmente era un uomo e poi, in fase di scrittura, è diventato una donna. Io non ho fatto altro che scrivere la sceneggiatura che fa da contorno ai suoi sogni. Il personaggio viene perseguitato da un’altra persona per telefono e questo lo porta a confrontarsi con i temi che sono a noi cari, ossia le convenzioni che vengono create, il tema della morte. La trama riguarda quindi ora una ragazza che si rifugia in casa in fuga da un essere che intende farle cambiare l’approccio che ha nei confronti della vita. I personaggi poi appaiono dal nulla in questa casa completamente blindata.

RR: Questa è la prima volta che avete a che fare con un’attrice.

ED: Si, è la prima volta.

RR: Come avete lavorato con lei, è stato difficile fare passare un progetto tanto personale?

AC: Diciamo che è stata un’esperienza particolare. Anche perché l’unica persona con cui ho avuto a che fare a livello di recitazione è stato Emanuele, quindi una persona che conosco molto bene. E poi il lavoro sul set richiedeva imprese particolari, l’attrice ha dovuto affrontare mote prove difficili e ha collaborato molto bene.

ED: Abbiamo ricreato un ambiente familiare, come alla fine è il nostro. E poi abbiamo una grande riconoscenza nei riguardi delle persone che lavorano con noi.

RR: Come si lavora con un attore alla prima esperienza? Come si spiega ciò che si vuole ottenere?

AC: Con gentilezza, fermando la ripresa ogni volta che è necessario e cercando di fare capire cosa si intende ottenere. E poi molte cose non sono state davvero recitate. Lo sembrano grazie alle riprese e al montaggio.

ED: Come al solito, abbiamo avuto approcci diversi. Io mi sono ritrovato spesso a buttarmi in prima persona per spiegare le scene. Non ci siamo mai sentiti burattinai, ci siamo sempre sentiti parte del film anche dal punto di vista degli attori.

RR: Sul set eravate tutti e quattro?

ED: Si. Dario, che ancora non era parte dei Sette Secondi Circa, era sul set sempre e alla fine gli abbiamo chiesto di aggiungersi stabilmente a noi. Eravamo quindi sempre presenti sul set tutti e quattro.

MAG: Io per il film ho in mano più il lavoro di post-produzione, quindi sul set mi sono diviso tra vari ruoli. Il primo giorno di lavorazione Emanuele era ammalato, per cui l’ho sostituito io. Ho fatto quindi sia da aiuto regista che da fonico, mentre Dario faceva da boom operator. In fase di pre-produzione avevo preparato delle musiche che ora ho accantonato completamente perché dopo alcune scelte di post-produzione non vedo più il film dentro a quelle musiche. E quindi è tutto da rifare da capo.

AC: Una cosa di cui sono certo è che questo film ci ha insegnato di più di quanto avrebbero potuto anni e anni di scuola. Abbiamo fatto tutti gli errori ma anche tutte le scoperte di un’opera prima.

MAG: Anche perché allora lavoravamo ancora per terzi e quindi abbiamo girato solo nei weekend. In settimana facevamo tutta la pre-produzione e quindi il weekend eravamo sul set. Il film è stato girato in sette giorni complessivi.

RR: Adesso inizierà il consueto patema da primo lungometraggio, quello del “Dove lo faccio vedere?”

ED: Ci stiamo già interrogando su cosa fare. E dobbiamo anche capire come presentarlo, visto che la promozione è molto diversa da quella per un corto. Poi cercheremo di iscriverlo a tutti i festival diffondendolo nel frattempo autonomamente. Prima però organizzeremo una proiezione interna invitando alcuni addetti ai lavori per raccogliere le loro osservazioni, visto che è la nostra prima esperienza con un lungometraggio.

Milano, 24 maggio 2011

Città di no

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R2 – SETTE SECONDI CIRCA

FENOMENO DELLA PERSISTENZA

R2 – SETTE SECONDI CIRCA
Short Movie Version
di: Alessandro Capuzzi, Emanuele Dainotti
musiche: Marco Adamo Graziosi
con: Emanuele Dainotti, Dario Cristaldi
www.vimeo.com/13525958

FENOMENO DELLA PERSISTENZA
di: Alessandro Capuzzi & Emanuele Dainotti
cast: Dalila Gelsomino
www.vimeo.com/21397666

CITTÀ DI NO
di: Alessandro Capuzzi
con: Emanuele Dainotti, Raffaele Panfili
colonna sonora originale: Marco Adamo Graziosi
produttore esecutivo: Alberto Grossi
con la partecipazione di: Beatrice Barros Castro, Celeste Pezzali
montaggio: Alessandro Capuzzi
montaggio suono: Dario Cristaldi
www.vimeo.com/23402142

Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero33 (giugno 2011), pagg. 36-43

Relax My Beloved. Foto di Marco Adamo Graziosi

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