Meth > Todd Ahlberg

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero33 (giugno 2011), p.72-73

METH
LIVE THE DREAM

Todd Ahlberg | 2006 – colore – 79′
di Scott Telek

Vivo la costante impressione di non leggere o vedere abbastanza materiale a riguardo della metanfetamina. È uno di quegli argomenti, come il surriscaldamento globale o un’operazione di chirurgia plastica finita male, che una volta tirati fuori mi procurano il piacere malato di andare ad approfondirli (a proposito: il mio nuovo argomento preferito è il cyberbullismo). Quindi quando ho visto che questo documentario era disponibile per il noleggio a soli 99 centesimi di dollaro su itunes, mi ci sono tuffato.

Immaginate la mia piacevole sorpresa quando ho visto che nei primi 30 minuti veniva trattata un’enorme quantità di temi scottanti sulla cultura gay! Quindi immaginate ancora la mia delusione quando negli ultimi 60 minuti del documentario vengono abbandonate tutte le tematiche trattate in precedenza per costruire un’atmosfera di stampo familiare dove tutti dicono: “Sì, ho toccato il fondo però ho smesso e ora sto bene”.
Mi succede quasi sempre così con i documentari: vorrei che andassero molto più in profondità di quanto in realtà facciano.
Iniziamo dalla parte interessante, poi passeremo anche all’altra. Ci sono più o meno sei protagonisti che propongono diversi punti di vista, anche se le loro storie risultano sorprendentemente simili: quando hanno scoperto le metanfetamine, hanno compreso che facendone uso si sentivano incredibilmente sexy e fiduciosi in loro stessi. Tutte le insicurezze che li avevano afflitti sino a lì venivano come spazzate via. La loro scoperta della droga è spesso coincisa con l’ascesa dei “circuit party” (Grandi eventi dance che si estendono dalla notte al giorno succcessivo), dove si ballava tutta la notte e si faceva sesso con qualsiasi tipo di persona. Alcuni di loro hanno presto iniziato a disprezzare le persone che usavano altri farmaci che non producevano lo stesso effetto rinvigorente della metanfetamina, alzando gli occhi al cielo come per dire: «Oh, sono solo sotto ecstasy» oppure «Solo alcol? Non sia mai!». Molti si sentono parte di una comunità, quella composta da persone che si fanno di metanfetamina e che fanno sesso tutta notte (anche se in realtà non conoscono quasi niente dei loro nuovi “amici” con cui stanno uscendo/facendo sesso, eccetto il loro nome di battesimo), e molti descrivono come in quei momenti si siano ritrovati improvvisamente a vivere i loro sogni facendo sesso con muscolose divinità. Molti di loro descrivono anche come si siano ritrovati a fare sesso con persone che da sobri non avrebbero nemmeno sfiorato con un bastone.
A questo punto c’è un bel momento in cui un ragazzo, ormai non più consumatore, descrive quanto la sua vita fosse difficile prima, quanto tutto fosse complicato e ricorda che si chiedeva: “Perché devo avere una tale sfortuna? Perché tutto deve andarmi storto?”. Questo è immediatamente seguito dalla voce di un uomo che invece consuma ancora che ripete più o meno gli stessi concetti.

SPOILER

In seguito gli aspetti negativi cominciano ad affiorare: I ragazzi rivedono con stupore le persone conosciute alle feste andare in overdose ed essere portate via in barella. Alcuni “circuit party” sono addirittura dotati di mezzi per il primo soccorso in caso di overdose, cosa di cui nessuno si era prima realmente reso conto. A un certo punto, uno dei membri del circuito chiede se qualcuno ricordi di quando quei party fungevano da mezzi per raccogliere fondi contro l’AIDS. Parlando di quel periodo, i ragazzi raccontano che la disponibilità dei primi medicinali contro l’HIV aveva cambiato la percezione dell’AIDS, come se si trattasse ormai di poco più di un fastidio. Uno tra loro racconta di come, dopo essersi fatto un cristallo di metanfetamina in una sauna o un sex party, l’ultima sua preoccupazione fosse quella di usare il preservativo. Un altro racconta che se in una simile situazione fosse stato tirato fuori un preservativo o fosse stato anche solo menzionato, la cosa sarebbe risultata imbarazzante e bacchettona.
Segue una teoria interessante: la metanfetamina sarebbe una droga malvagia e il sesso compiuto sotto il suo effetto da considerasi altrettanto malvagio e quindi ancora più attrattivo. Se già ti senti cattivo, se ti senti già abbandonato, se senti di avere già toccato il fondo, perché preoccuparsi? Un altro racconta di come usasse la diagnosi della malattia come una licenza per l’autodistruzione. Un altro ancora racconta di come fosse convinto di essere Hitler e di essere quindi responsabile della morte di sei milioni di Ebrei.
Infine tutti (ad eccezione di uno) raccontano della loro disintossicazione e di come hanno rimesso insieme i pezzi delle loro vite, sebbene molti tra loro fossero titubanti all’idea di unirsi a un gruppo di sostegno: “Se esiste qualcosa di peggio che non ballare su un cubo,allora deve essere frequentare quegli sfigati agli incontri dei gruppi di auto-aiuto”.
In molti casi le loro vite sono andate a pezzi, ma a loro non importava, perché tanto i cristalli rimettevano tutto a posto. I protagonisti riescono a descrivere sensazioni che non erano stati in grado di raccontare a nessuno, molti dicono di essere stati sfrattati, uno racconta di come ha perso il lavoro, la casa e di come ha rotto con il suo fidanzato perché non si drogava.

FINE SPOILER

Precedentemente, riguardo a questo tema, era stato fatto un lungo discorso sulla cultura gay e quel tipo di pressioni e di mancanza di sostegno che si traducono nelle sensazioni che questi ragazzi hanno cercato di mitigare attraverso l’uso della metanfetamina. Ma il discorso stava diventando sfuocato, amaro e omofobo (anche se uno dei suoi temi è proprio quello che riguarda come ogni critica alla cultura gay venga irrimediabilmente bollata come segno di omofobia). Cerchiamo dunque di focalizzare la nostra attenzione su cosa lega tra loro le varie storie presentate dal film.
Un elemento che accomuna tutte le storie è quell’importanza vitale di sentirsi “hot”. I protagonisti vedono la cultura gay cui appartengono come una in cui l’attrazione sessuale svetti su qualsiasi altra considerazione (come l’importanza di essere intelligenti o almeno psicologicamente sagaci) e che tiene la perdita di inibizione e la capacità di praticare sesso animalesco (tralasciando qualsiasi tipo di protezione) in altissima considerazione.
In questo modo i ragazzi sembrano denunciare implicitamente la loro profonda insicurezza, derivante sicuramente dal crescere omosessuali in America. Ma i loro discorsi denunciano nel contempo lo scarso supporto che possono ricevere dalla cultura gay che li accoglie, con i suoi valori che riguardano, appunto, l’essere “hot” e sessualmente attivi.
In considerazione di questo aspetto, è importante vivere una certa fiducia in sé, soprattutto in un ambiente dove il giudizio feroce la fa da padrone come i party che questi ragazzi frequentano, o Fire Island (isola adiacente Long Island, New York, tradizionale meta della comunità gay a partire dai tempi di Christopher Isherwood e W. H. Auden. N.d.t. Fonte: Wikipedia) dove sei circondato da centinaia di ragazzi più muscolosi di te e che sembrano in grado di proiettare un’immagine di fiducia in sé superiore alla tua (magari proprio in quanto drogati di metanfetamina).
Il comune denominatore di tutte queste storie è che la metanfetamina consente a questi ragazzi di far tacere le voci della loro insicurezza e sentirsi “super hot” e pieni di fiducia in sé stessi, cosa che consente loro di vivere l’illusione di poter praticare sesso selvaggio (e non protetto) ed essere una sorta di superstalloni.
Ciò che sto dicendo è che le pressioni che questi ragazzi stanno cercando di controllare tramite l’uso di una droga distruttiva possono essere ricondotte ai valori tradizionali della comunità gay. Il messaggio implicito è che se non si aderisce a questi ideali, si risulta essere noiosi e poco cool.
Una delle citazioni più potenti del film è quando uno dei ragazzi dice: “Mostratemi un omosessuale felice, misurato, di mezza età e io vi mostrerò una persona che non finirà mai sulle pagine di Out o The Advocate”. La realtà, essenzialmente, è che se vuoi essere una persona equilibrata e in salute, devi assolutamente essere in grado di resistere a tutti i messaggi lanciati dalla comunità gay. E in questa lotta ti troverai solo. Sarai il tipo noioso che non vuole lasciarsi andare ed essere sfrenato, sarai quello che si limita a guardare tutti gli altri che si divertono e si accompagnano a ragazzi muscolosi e attraenti.
Una volta ho preso una rivista gay che stava cercando di offrire il suo sostegno al problema della depressione che affligge la comunità (un problema definito statisticamente come il secondo più grande della comunità gay dopo l’HIV/AIDS. Fonte: www.tinyurl.com/6xqdtjh). Ciò che mi ha colpito dell’articolo è stata l’illustrazione scelta: la foto di un uomo muscoloso super-abbronzato, sicuro di sé, con occhiali da sole su una spiaggia stile Fire Island con un mini costume addosso che puntava il dito verso il lettore come per dire: “Eduardo vuole che tu non sia depresso!”. Ho pensato: “Bene, e se fosse proprio Eduardo la causa della mia depressione?”.
Naturalmente, dobbiamo ammettere che la glorificazione di tendenze e stili di vita non salutari non siano propri solo della comunità gay. Tutti sono costantemente bisognosi di condurre una vita appagante al di fuori del lavoro, però alla fine le uniche persone esaltate dai media come “geni” sono quelle che hanno sacrificato la loro intera esistenza al lavoro. Una responsabilità, questa, che va ricondotta allo stile di vita imposto dal capitalismo americano. Devi spesso renderti conto del fatto che se vuoi essere equilibrato e in salute, sarai definito noioso. É triste vedere come queste persone vengano spinte a comportamenti tanto autodistruttivi per raggiungere i cosiddetti valori della comunità cui appartengono, che li incoraggia continuamente a prender parte a giochi devastanti dove non è possibile vincere.

DOVETE VEDERLO?

Sì, i primi 30 minuti mettono a fuoco un sacco di argomenti interessanti che riguardano i valori della comunità gay.

– Scott Telek
traduzione: Marta Mischiatti, supervisione: RR

* * *

METH
regia, fotografia, montaggio, produzione: TODD AHLBERG; musiche: CHRIS ZIPPEL; fotografia: ULF SODERQVIST; produzione: BABALU PICTURES; paese: USA; anno: 2006; durata: 79’

DVD
“Meth” è disponibile in DVD solo negli Stati Uniti su etichetta Cinema Libre. Regione 0, solo lingua inglese e nessun sottotitolo.

 

* * *

 

Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero33 (giugno 2011), p.72-73

 

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+