La Furia Umana / 9

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LA FURIA UMANA/9
Rivista di storia e teoria del cinema, (in)visioni, derive vampate fantasticherie e filosofia, fondata da Toni D’Angela.
Direzione (mise en page, editorship): Toni D’Angela
Board (Wild Bunch): Jacques Aumont, Nicole Brenez, Chris Fujiwara & Adrian Martin
Rédaction: Bruno Andrade, Alessandro Cappabianca, Adrien Clerc, Patrizia Fantozzi, Simona Frasca, Marco Grosoli, Gabrielle Lucantonio, Gloria Morano, Mónica Muňoz Marinero, Daniela Pastor, Doris Peternel, Sigismondo Sciortino, Stéphanie Serre
ISSN: 2037-0431

www.lafuriaumana.it

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Nota editoriale
di Toni D’Angela

Nel cinema di Max Ophuls, dilacerato fra centrifugalità del desiderio e rappel à l’ordre dell’uniforme e del cerimoniale, non c’è mai rigor mortis, mai un quadro rigorosamente chiuso, conchiuso, delimitato. E questa assenza di impalcatura è rinvenibile anche nell’avanguardia di Rousseau, Grandrieux e Ossang. Vita, movimento, materia sono i valori del divenire, delle forme del divenire di questi cineasti underground che amano avvolgere le cose in un velo nebuloso o in un tessuto di linee intricate, difficilmente districabile, intrecciato. Groviglio di vibrazioni, masse di carne, danza di elementi. Forme aperte di una visione che non è mai assoluta, chiara, oggettiva, ma fascinosa e intensa, un’esperienza. Cinema sperimentale, la cui libertà rinvia alla grandiosità del gesto e del modo di figurazione di un Ford. In John Ford, è vero, il disegno perviene all’equilibrio classico e le proporzioni muovono verso il suo modello come gli enti verso il primo motore immobile aristotelico, ma è altresì vero che quel suo plastico linearismo classico non ha mai rinunciato a tocchi di assoluta libertà. Straub dixit: Ford è il più grande cineasta sperimentale.

Grandrieux, Ossang, Rousseau rappresentano tre stazioni, tre figure di questa fenomenologia della libertà e del gesto.

Immersione radicale nell’estremità dell’oscuro, esplorazione dell’ambiguità, con rimando a Salò, avanguardia della libertà e composizione del male indagato nelle sue strutture sociali e antropologiche. La vie nouvelle di Philippe Grandrieux è l’abbandono alla carne, una forma d’oblio sputato contro il troppo pieno di una Storia immonda, impura, un mondo che è un lezzo di macello che l’autore ricompone con le membra che disegnano nell’incertezza di una visione indistinta, confusa, vaga, indeterminata, ancora informe, che ha rinunciato all’identità e al nome, sventrati dal trauma, l’olocausto della guerra nel cuore dell’Europa. I corpi, faticosamente, si annodano e snodano l’uno sull’altro e l’uno nell’altro in un contatto ambiguo che è esplorazione e violenza, scoperta e dominio. Questi corpi, resti fra le rovine, non sono che embrioni, forme disordinate, esposte alla pulsione, esibite alla mostra delle atrocità, immagini balbettanti di un’esperienza che, incarnandosi nella carne, è intensa, intensificazione, in un testo che non vuole chiarire, né mostrare, ma abbandonarsi all’indifferenziazione della materia, quella che non conosce Storia, né Violenza. Proliferazione del selvaggio lungo le selve delle superfici corporee e dentro lo scafandro del volto: autentico ed estremo scavo dei fondali umani.

Il cinema è una meravigliosa arma pericolosa in mano ai poeti, scriveva Jean Cocteau sognando F.J. Ossang. Sogno e incubo, a ritroso verso il cuore di se stessi, oltre la vita solo lasciata vivere, la morte differita, la morte morale, sgomitando nelle reti brumose del complotto di quelle forze che brulicano nell’animo umano e che lo assediano appena piovuto nel corpo e gettato nel mondo, attraverso l’incubo dei labirinti della mercificazione, e dentro quei corridoi del tempo che anche Ophuls ha saputo, come pochi, scandagliare: è Dharma Guns. La poesia di Cocteau e Debord è la rivoluzione contro la morte del potere. Il meccanico Ossang (è il suo piccolo ruolo nel film) è un complice del mistero che sa rendere, con un bianco e nero d’eccezione e abbacinante, reale l’accesso al meraviglioso, bucando rumorosamente il quotidiano con la chiave inglese dell’altrove.

Rousseau: la fonte meravigliosa dell’eterogeneità, geografia cosmica di relitti e rocce, brume e masse, infinito distributivo. La vallée close è una Physis lucreziana irriducibile all’Uno. Questo capolavoro aorgico e friedrichiano molto amato dagli Straub, è un gioco di coordinazioni e disgiunzioni audio-visive, lex atomi e mantello di Arlecchino. Suoni e visioni sono emissioni di un profondo, la profondità del diverso. Forme e colori sono emanazioni di uno sfondo magmatico e primigenio tagliato dalla prevaricazione dell’umano che solo interpretando già violenta la natura, la interpella per appellarla e qualificarla. Ma Rousseau con la sua visione disturbata e slabbrata, esposta al mondo e alle sue infinità, si sottrae a questa imposizione destinale, liberando la poesia di un’alterità sovrabbondante che, se ben ascoltata, non ci può mai chiudere in una cabina telefonica alla ricerca di messaggi solipsistici e informazioni entropiche che fanno chinare le teste. La vallée close è il corpo della creazione, invenzione della vita e vita dell’invenzione che ancora una volta vince la morte di una cultura funerea che sa solo addomesticare. È la fonte che resiste alla caduta, alla decomposizione. Avaler: la fonte che scende verso la valle, resistendo alla dissoluzione. Resistenza e atto d’amore per la vita, le cose preziose, le fonti, le foglie, i corsi d’acqua, il movimento della materia, il suo brusio, ma anche il suo silenzio che fa il vuoto del troppo pieno di informazioni di gazzette e chiacchiere diffuse.

La fatica del venire al mondo, la sofferenza di staccarsi dalla placenta soffocante della violenza primordiale e del cappuccio “istituzionale”, braccati dalla possente maestosità indifferente della natura che posa il suo sguardo implacabile sui monelli leopardiani che – guerreggiando, navigando, ammazzandosi, facendo contro la propria natura – hanno abbandonato l’humus nativo, tendendo così all’estinzione. È il golgota percorso da Skolimowki in Essential Killing.

Ophuls, Rousseau, Grandrieux, Ossang, Ford, Skolimowski, una costellazione di senso, un senso dell’avventura dell’umano che resiste alla bestialità di una storia ancora non redenta, prigioniera del suo inconscio, ma che non ha fine. Come diceva Guy Debord: la saggezza non verrà mai. È il cinema che ci piace, è il mondo che vogliamo creare, una nuova frontiera.

La Furia Umana, che compie due anni, è questa libertà. Classicismo e avanguardia raccordati in una pratica severa e appassionata, che fa esultare i (nostri) corpi.

t.d.


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LA FURIA UMANA/9
SOMMARIO

• éditorial/nota editoriale

• rapporto confidenziale
Toni D’Angela / Tempo, movimento e immagini. Alcuni valzer intorno a Max Ophüls
Leland Monk / Taking Care in Ophüls
Alessandro Cappabianca / Max Ophüls, artisti sotto la tenda del circo
Gaylyn Studlar / Max Op(h)uls Fashions Femininity
Susan M. White / Ophüls and Mourning
Sudarshan Ramani / Liebelei (1933)
Ross Wilbanks / Sans lendemain (1940)
Raymond Bellour, Gabrielle Lucantonio / Letter from an Unknown Woman (1948)
Corey Creekmur / The Reckless Moment (1949)
Sisgismondo Sciortino / La ronde (1950)
Alain Masson, Marco Grosoli / Le plaisir (1952)
Gino Frezza / Madame de… (1953)
Chris Fujiwara / Lola Montes (1955)

• prima linea
David Cairns, Susan Doll, Steven Elworth and Therese Grisham / Open discussion about Meek’s Cutoff (Kelly Reichardt)
Toni D’Angela / Essential Killing (Jerzy Skolimowski)
Marco Grosoli / The Turin Horse (Béla Tarr)

• histoire(s) du cinéma
Steve Mayhew / John Ford and the Mother-Love Genre

• bersaglio di notte
Carlos Losilla / Exigencias del misterio: merodeando por La vallée close de Jean-Claude Rousseau
Stéphanie Serre / Nous sommes bien trop forts. Exquise esquisse après la révolution, un film de Vincent Dieutre

• l’occhio che uccide
Jean-Michel Durafour / « Éventrail » du visage. Visage/figure/montage à partir de quelques plans japonais (I)
Giovanni Invitto / Il ruolo della donna, la possibile uscita dall’angoscia e la ragionevolezza degli affetti. A proposito di Ingmar Bergman
Marco Grosoli / Abitare la soglia (Recensione al libro di Massimo Donà su cinema e filosofia)

• flaming creatures
Adrien Clerc / Sur les écrans du Penny Arcade: images mouvantes chez William Burroughs
Vincent Deville / F.J. Ossang : le cinéma est une énigme qui me
Cloe Masotta / El deseo de una imagen (Sobre Philippe Grandrieux)
Chloé Belloc / Matière de Frontière – Frontière de la Matière. Analyse comparative des films de Laura Waddington et Sylvain George (Episode I)
“Exploitation is Never Cool to Me”: The Anti-Feudal Cinema.
Interview with Lav Diaz / Edited by Michael Guarneri

• notre musique
Visions and sounds. Interview with Gary Lucas / Edited by Toni D’Angela

• western fragmenta
Mónica Muňoz Marinero / The Gunfighter (Henry King)
Juan Gorostidi Munguia / Vengador viudo, villano exuberante
(7 Men from Now, de Budd Boetticher)

La furia umana ISSN: 2037-0431

 

 

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