Le Havre > Aki Kaurismäki

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Le Havre di Aki Kaurismäki
Restiamo umani

fonte: cinemafrica.org

Ed eccoci al film vincitore morale della 64a edizione del Festival di Cannes. Le Havre di Aki Kaurismäki è stato incontestabilmente il film in concorso più apprezzato dalla critica internazionale. Prova ne sia il premio Fipresci ricevuto. Le oscure alchimie che spesso orientano le decisioni dei giurati hanno fatto sì che restasse inspiegabilmente fuori dal palmarès ufficiale. Tant’è. C’è da star certi che il film troverà certamente un suo pubblico, in Europa e in Italia, dove verrà distribuito in autunno da Bim. Sì, perché Le Havre ci regala un Kaurismäki non solo in gran forma, essenziale, elegante, ironico, ma anche in grado di dirci qualcosa di significativo e non retorico sul trattamento subumano che l’Europa riserva ai migranti, senza che questa incursione indiretta nel politico alteri l’equilibrio fantastico del suo apologo d’altri tempi.

Siamo a Le Havre, appunto. L’eroe per caso della nostra storia si chiama Marcel Marx (André Wilms) ed è un attempato ex-scrittore che si guadagna da (soprav)vivere facendo il lustrascarpe alla stazione. Arletty (Kati Outinen, attrice feticcio di Kaurismäki) è l’affettuosa e devota moglie di Marcel. La città portuale è meta di spedizioni da tutto il mondo. Un giorno, alla presenza dell’ispettore Monet (Jean-Pierre Darroussin, attore di riferimento della factory Guédiguian), come altre volte è successo, viene aperto un grande container che rivela la presenza di numerosi migranti africani, ma basta un attimo di esitazione degli agenti e un ragazzino sguscia fuori, si infila tra i container e scompare nel nulla. Idrissa (Blondin Miguel), questo è il suo nome, incontra per caso Marcel, impara a fidarsi di lui e trova nella sua casa un rifugio dalla polizia che lo bracca, con l’aiuto della stampa che riporta la sua foto segnaletica.

Con la sola complicità di una panettiera e del venditore di ortofrutta del quartiere, Marcel si fa in quattro per ritrovare Mahamat Saleh, l’unico parente prossimo del ragazzino nei dintorni, il quale glielo affida, perché lo aiuti a raggiungere la madre, che lavora in nero a Londra. Nonostante un vicino occhiuto (Jean-Pierre Léaud, in un cameo pregevole) sia sempre pronto a denunciare alla polizia la presenza di Idrissa, e nonostante Marcel debba affrontare l’improvvisa ospedalizzazione di Arletty per un male oscuro, l’energia e il coraggio non difettano al lustrascarpe, che arriva a organizzare un concerto-rentrée di una vecchia gloria del rock locale, Little Bob (Roberto Piazza, nel ruolo di se stesso) per raccogliere i fondi necessari a pagare il passeur di Idrissa. L’ombra cupa dell’ispettore intanto si allunga sempre più lunga su di lui e sul ragazzino, ma il futuro è foriero di sorprese per l’indomito Marcel.

«La sorte riservata agli extracomunitari che tentano di entrare in Unione Europea è varia e spesso indegna. Non ho risposte a questo problema, ma mi è sembrato importante affrontare questo soggetto in un film che, con tutta evidenza, è irrealista». Delle note d’intenzione di Kaurismäki è utile sottolineare due elementi, che in qualche modo aiutano a cogliere l’atmosfera e le scelte di fondo del film: il primo è l’indignazione del regista davanti alla fobia securitaria e razzista che mina la fortezza Europa e davanti alla riduzione dello status dei migranti a non-persone, fattore che sembrerebbe esigere un’estetica naturalista, di prossimità evenemenziale con il reale; il secondo è l’intenzione di conferire al racconto una matrice irrealista, che rovescia le premesse, in linea con la poetica ellittica di Kaurismäki, tutta giocata tra sospensione ironica e realismo magico. Questa chiave di volta del film innesca una fertile direttrice dialettica, che ne preserva la leggerezza ed evita cadute di tono.

Se la confezione scenografico-costumistica riporta indietro il calendario di una sessantina d’anni e forse più, lo stesso taglio austero dell’inquadratura e l’uso spesso contrastato delle luci rende omaggio alla stagione del realismo poetico francese – Carné/Prévert in testa con la loro poesia di certa periferia urbana e portuale – ma anche a maestri del noir come Becker e Melville, mentre la messa in quadro e la direzione d’attori, marcatamente antinaturalista e straniata, si assesta su una misurata maniera premoderna, che può ricordare il tableau vivant. È proprio questa asciuttezza di tono, e lo scarto ironico insito in certe soluzioni registiche, a evitare scivolamenti in un bozzettismo populista ed edificante. Kaurismäki infatti ha anche il merito di non farci sentire tutti più buoni e fiduciosi nell’avvenire dell’Europa, nonostante un happy ending che rovescia virtualmente di segno tutte le curve di evoluzione della diegesi. Il legame che si stabilisce tra Marcel e Idrissa viene trasposto come il frutto di uno spirito di solidarietà (ma il regista ha parlato nelle interviste di fraternità) del tutto spontaneo ma proprio per questo fortissimamente politico, nel suo saldare storia personale e destino proprio a una soggettività sociale schiacciata dalla crisi globale, che sempre più spinge da sud.

Restiamo umani. Ecco, viene da pensare a questo semplice invito che in qualche modo sintetizza l’eredità spirituale di Vittorio Arrigoni, trasponendolo a un altro contesto. C’è un’Europa degli individui e delle microcomunità che, proprio nelle terre di frontiera, nelle sue Lampedusa lambite dal mare, riesce, nonostante il terrorismo mediatico globale con cui vengono reificati i migranti, a restare umana. Ci voleva lo sguardo di uno straniero, venuto dalla lontana Finlandia, per ricordarlo al “paese dei diritti umani” e a noi tutti, con un cortocircuito tra passato (uno spazio-tempo non-presentizzato, ma abitato da presenze e oggetti vintage) e futuro (un’Europa glocal dei diritti e della fratellanza, tutta da riconquistare) che rimette in circolo emozioni preziose, su un crinale tra etica ed estetica che taglia fuori populismi ed ecumenismi.

Leonardo De Franceschi | 64. Festival de Cannes

 

 

 

 


Le Havre
Regia: Aki Kaurismaki; sceneggiatura: Aki Kaurismäki; fotografia: Timo Salminen; montaggio: Timo Linnasalo; sonoro: Tero Malmberg; interpreti: André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo, Evelyne Didi, Quoc-Dung Nguyen, Laika, François Monnié, Roberto Piazza, Pierre Etaix, Jean-Pierre Leaud; origine: Finlandia/Francia/Germania, 2011; formato: 35 mm, 1:1.85, Dolby srd; durata: 93’; produzione: Rémi Pradinas e Mark Lwoff per Sputnik, Pyramide Productions, Pandora Film; distribuzione: Bim Distribuzione.

fonte: cinemafrica.org

 

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