Ultracorpo > Michele Pastrello

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Il diavolo in corpo
Un “Ultracorpo” tra orrore e identità
di Roberto Rippa

“Ultracorpo | Michele Pastrello | Italia – 2011 – HD – colore – 29’

Ma i nostri corpi che fine faranno, Miles?”
Non lo so. Forse, quando il processo sarà completato, l’originale verrà distrutto, disintegrato.

La citazione riportata sopra (tratta da “Invasion of the Body Snatchers” di Don Siegel), che appare sullo sfondo di un muro su cui appare la scritta “We are everywhere”, apre il nuovo cortometraggio di Michele Pastrello, lasciando poco dopo spazio alla scena in cui un uomo (il bravo Diego Pagotto, visto in “Volevo solo dormirle addosso” di Cappuccio, “Fuga dal call center” di Rizzo, “L’uomo che verrà” di Diritti) si intrattiene in automobile con una prostituta che – con licenza narrativa – contesta non senza bonomia la consuetudine del suo cliente nella richiesta di prestazioni: una semplice fellatio.
Ancora pochi istanti e il protagonista si trova nell’azienda di un conoscente che gli offre un lavoro di idraulica presso l’appartamento di “un frocio” (sic) in un caseggiato popolare.
Prende le mosse da qui il racconto di Michele Pastrello, un racconto inquietante per forma e sostanza, in cui ad essere protagonista non è tanto la sessualità quanto la sua stortura culturale, in questo caso l’omofobia.
La visita all’appartamento e l’incontro con il suo proprietario, visto come una sorta di minaccioso alieno in grado di contagiarlo e trasformarlo in suo simile, rappresenteranno il primo passo di una discesa agli inferi dall’esito tanto drammatico quanto inatteso.
Michele Pastrello, come nel precedente “32” (vedi RC numero14 – maggio 2009), che usava uno stupro per simboleggiare la violenza perpetrata ai danni della campagna di Mestre per fare spazio alla messa in opera del famigerato passante (32 chilometri d’asfalto destinati ad assorbire il caotico traffico dell’ormai insufficiente tangenziale), indaga, pur sfuggendo volutamente alla definizione stretta, l’horror contemporaneo e quotidiano, quello che ha per protagonisti non altri che noi stessi. Utilizzando un tema purtroppo di stretta attualità in Italia, immagina un uomo che proietta su un altro uomo una pulsione che sente con orrore nascere in sé.
Il racconto narrato attraverso il protagonista costringe lo spettatore al confronto diretto con la vicenda che si svolge sullo schermo, peraltro immersa in un luogo impersonale che però lascia intuire sempre lo spazio reale, quella provincia veneta in cui il regista ambienta sempre le sue storie.
Suggerendo più che esplicitando, Pastrello non ha timore di confrontarsi con il cinema di Friedkin (un’ispirazione dichiarata in questo caso) così come con quello del passato delle invasioni aliene, piegandolo alle sue esigenze e restituendo una visione profondamente personale e quindi originale.
Se a tratti sembra che il regista si faccia prendere dalla paura di essere frainteso, evitando di spingersi oltre, ciò che rimane dalla visione del film è la certezza di un autore originale, coraggioso, capace di percorrere strade non troppo battute, dotato di un forte gusto per la provocazione mai fine a sé stessa.
Racconto sull’identità non solo sessuale come catalizzatore di orrore, “Ultracorpo” è un’opera che lascia il desiderio di vedere presto il suo autore alle prese con il suo primo lungometraggio.
Nota di merito alla fotografia di Mirco Sgarzi, già con Pastrello nella sua prova precedente.

Roberto Rippa


Michele Pastrello ha 35 anni e vive nella provincia di Venezia. Nel 2006 ha realizzato il suo primo cortometraggio autoprodotto “Nella mia mente”, seguito due anni dopo da “32”. “Ultracorpo” è la sua ultima fatica.
www.michelepastrello.it

Ultracorpo (Body Snatcher)
Regia, sceneggiatura, montaggio, post produzione: Michele Pastrello; Fotografia: Mirco Sgarzi; Fotografia seconda unità: Fabio Martignago; Grafica 3D: Alberto Vazzola; Sound Design: Michele Pastrello, Daniele Serio; Suono in presa diretta: Daniele Serio; Assistente alla regia: Giovanna Ortica; Interpreti principali: Diego Pagotto, Felice C. Ferrara, Guido Laurjni, Elisa Straforini, Dimitri Da Dalt, Stefania Piovesan; Paese: Italia; Durata: 29′

Intervista al regista Michele Pastrello
a cura di Roberto Rippa

Roberto Rippa: Sono trascorsi quasi due anni dal tuo cortometraggio precedente, “32”. Cos’è successo nel frattempo?

Michele Pastrello: Nulla, cinematograficamente parlando. Avevo bisogno di tempo. Ho aspettato.

Roberto Rippa: Non è vero, dai. So che la preparazione di “Ultracorpo” ti ha richiesto parecchio tempo…

Michele Pastrello: Si, è vero, ma devi tenere presente che l’idea per il film l’ho avuta a luglio 2009 e l’ho girato a dicembre 2009. Quindi è passato un anno e mezzo da “32”. Poi, essendo un film più complesso e rischioso e girato in più tranches, ha richiesto una post produzione più complessa. Prima, però, ho faticato a ritrovare un’ispirazione vera. Quelle che mi venivano in mente mi sembravano tutte storielle ovvie o poco interessanti.

Roberto Rippa: Allora partiamo da qui: l’idea per il soggetto come ti è venuta?

Michele Pastrello: L’idea viene da un raccontino di due pagine scarne, senza dialoghi, di stampo ambiguo, quasi omofobo. Il racconto non mi piaceva, però un suo aspetto – che forse all’autore era sfuggito – mi aveva colpito. Alla fine il mio film non c’entra nulla con il racconto, ma l’idea è nata lì.

Roberto Rippa: Cosa, di quel tema, ti aveva colpito al punto di iniziare a lavorarci?

Michele Pastrello: Non lo so, sinceramente. Credo si sia trattato della repulsione che quel personaggio aveva nei confronti di una transessuale e il fatto che, nonostante questa repulsione, si fosse eccitato una volta che questa lo aveva molestato. Quindi mi sono interrogato sulla possibilità che dietro l’omofobia ci fosse paura, forse paura di un “contagio”…

Roberto Rippa: A questo punto hai scritto la prima stesura della sceneggiatura?

Michele Pastrello: Ho cominciato buttare giù le idee. Poi mi è venuto in mente un parallelo con “L’invasione degli ultracorpi”, il capolavoro di Don Siegel.

Roberto Rippa: Quante sono state le stesure prima di giungere alla definitiva?

Michele Pastrello: Due.

Roberto Rippa: Soltanto due?

Michele Pastrello: La prima era già buona, secondo me. La seconda è stata levigata. Poi Giovanni Bufalini mi ha dato una mano ad impostarla definitivamente.

Roberto Rippa: Veniamo al parallelo con il film di Siegel, che si vede sullo schermo del televisore. Che collegamento hai trovato tra le due storie, le due situazioni?

Michele Pastrello: “L’invasione degli ultracorpi”, in parte, parla di un’entità che si sostituisce nel sonno all’originale facendogli fare cose che non avrebbe mai pensato di fare. Non è solo questo, capiamoci, quella era un’altra epoca e Don Siegel aveva altre mire. Però, riferendomi al discorso di prima, in effetti certi “maschi” provano paura/repulsione nei confronti dell’omosessualità. E’ brutta questa cosa, ma esiste. Il mio personaggio è uno di loro: preferisce pensare che un’entità aliena lo stia contagiando e trasformando, proprio perché comincia a sentire cose che non avrebbe mai pensato di poter sentire, piuttosto che accettare che quello che succede sia una parte di sé.

Roberto Rippa: Un’impressione che ho avuto guardando il film è che il personaggio “Ultracorpo” che vediamo sullo schermo sia a grandi linee in realtà una proiezione delle paure dell’altro uomo. Sbaglio?

Michele Pastrello: No, non sbagli. È come lo racconterebbe il protagonista della storia nel momento in cui, ad esempio, la polizia gli chiedesse spiegazioni.

Roberto Rippa: Effettivamente hai scelto per il personaggio un attore dall’aspetto efebico e molto caratterizzato. E’ stata questa tua scelta a farmelo pensare sin dall’inizio…

Michele Pastrello: Si, l’ho cercato subito così.

Roberto Rippa: Per il film sei tornato a lavorare con Mirco Sgarzi, già con te per “32”. Come gli hai spiegato le atmosfere che volevi per il film?

Michele Pastrello: Ridendo e dicendo cazzate, perché io e lui ci capiamo così. In ogni caso gli ho detto che volevo un’atmosfera opprimente fatta di sprazzi di luce e angoli bui. Questo tenendo conto del fatto che il budget era ridicolo. E anche in virtù di questo Mirco ha fatto un gran bel lavoro.

Roberto Rippa: Che sia molto bravo e che tra voi ci sia un’ottima intesa si capiva già da “32”, dove il budget non era certo superiore e il risultato altrettanto notevole. Passiamo agli interpreti, altro punto forte del film. Come li hai cercati?

Michele Pastrello: Diego Pagotto non è certo all’inizio della carriera, ha già partecipato a lavori ben più importanti del mio come “L’uomo che verrà”, “Fuga dal Call Center”, “Volevo solo dormirle adosso”. È un attore molto duttile e molto dedito. Riesce a modellare il personaggio in più modi e, secondo me, meriterebbe molto più spazio in Italia di quello che ha. Lui vive per recitare, non è una cosa scontata. L’ho conosciuto perché vive a Conegliano Veneto, vicino a me quindi, e siamo anche diventati sinceramente amici.
Per trovare l’attore per il ruolo che ha poi avuto Felice C.Ferrara, ho avviato un casting online e l’ho scelto subito dalle foto. L’ho convocato al provino e ho disdetto tutti quelli successivi. Andava benissimo lui. Bastava solo “dipingere” sul set il suo personaggio con toni dark.

Roberto Rippa: Come hai spiegato il personaggio, soprattutto quello di Diego Pagotto? Avevi già un’idea precisa di come l’avresti voluto?

Michele Pastrello: Beh sì, certo. Volevo un personaggio che si manifestasse per quello che non è e che non riuscisse mai ad opporsi veramente. Volevo un uomo sotto pressione, schiacciato, che anche quando prova a opporsi non fosse mai convincente. Un uomo a rischio esplosione, e quando l’esplosione arriva, la medesima ha il sopravvento su di lui.

Roberto Rippa: Lui ha capito subito cosa volevi? In fondo quella di “Ultracorpo” è una storia molto personale, almeno dal punto di vista del concetto.

Michele Pastrello: Abbiamo parlato insieme del personaggio. Diciamo che ho dovuto invitarlo più di qualche volta a fidarsi di me quando lui pensava a qualcosa di diverso da quello che avevo in mente io. E lui si è fidato. Anche questa è una sua grande qualità. Comunque sì, il film lui l’ha capito fin dall’inizio.

Roberto Rippa: Quello della ricerca degli attori non è un problema da poco, considerando che tu giri sempre nella tua regione – il Veneto – che, si sa, non pullula di scuole di cinema.

Michele Pastrello: No, infatti, è molto duro trovare buoni attori, credimi. Il titolo attore in Veneto lo si da a cani e porci, ma poi quando li testi capisci che sono pochi quelli che reggono il rapporto con la macchinada presa.

Roberto Rippa: Il problema per gli attori dilettanti spesso è che se vengono dal teatro amatoriale: davanti alla videocamera o alla cinepresa strafanno. Se invece non hanno esperienza pensano comunque sia un lavoro facile. Troppa televisione forse…

Michele Pastrello: Già. Troppa Maria De Filippi…

Roberto Rippa: Quando hai girato e in quanti giorni?

Michele Pastrello: Ho girato ai primi di dicembre, e il film è stato inaugurato con un temporale. Mi sono detto: “Cominciamo bene”. Comunque la lavorazione è durata 5 giorni e mezzo.

Roberto Rippa: E la troupe com’era composta?

Michele Pastrello: La troupe era scarna: direttore della fotografia e suo assistente, fonico presa diretta, due donne assistenti e addette al trucco più qualche aiuto sporadico. Ma (quasi) tutti facevano tutto, purtroppo, senza separazione dei ruoli.

Roberto Rippa: Nel film hai inserito un effetto speciale in computer grafica, per la prima volta. A quel punto della storia aveva lo scopo di riportare a una dimensione meno reale, a rafforzare la visione personale del protagonista?

Michele Pastrello: Avevo bisogno della penetrazione, che la paura del protagonista di mescolarsi con l’omosessuale, di condividere persino una lattina di birra si distorcesse a tal punto da diventare un’ossessione incontrollata. E che, come nel film di Don Siegel, tutto ciò avvenisse nel sonno.

Roberto Rippa: Chi ha realizzato gli effetti speciali?

Michele Pastrello: Alberto Vazzola, l’ho scoperto perchè realizzatore della CG di questo progetto www.mgs-philanthropy.net. E’ un ragazzo molto in gamba, farà strada. Questo è il suo sito personale: http://www.wolf3drs.altervista.org/

Roberto Rippa: Tu, come regista, chiedi a chi lavora con te di suggerire le soluzioni migliori o hai già chiaro cosa vuoi?

Michele Pastrello: Tendenzialmente ho già ben chiaro quello che voglio, non sono così aperto come faccio finta di essere. Per questo, finora, sono totalmente responsabile dei miei lavori o quasi. Certo, poi riconosco le abilità altrui e chiedo consigli e suggerimenti. E, naturalmente, bisogna sempre fare i conti col basso budget e quindi e soprattutto con la fretta che ciò comporta.

Roberto Rippa: Passiamo a qualche nota dolente: “32” ha avuto una certa circolazione e si è fatto molto apprezzare. Hai cercato un produttore che ti sostenesse in questo progetto?

Michele Pastrello: No.

Roberto Rippa: Una scelta?

Michele Pastrello: Una condizione, credo. Obiettivamente, chi avrebbe mai voluto produrre un lavoro così?

Roberto Rippa: Nel senso che avere due corti apprezzati e vincitori di premi alle spalle non aiuta a trovare un produttore?

Michele Pastrello: Sinceramente non ho mai cercato. Se poi non si sta a Roma, figurati chi si può trovare. Diciamo però che non ho cercato un po’ anche perché sentivo che per un’ultima volta – almeno lo spero – avrei dovuto fare tutto da me.

Roberto Rippa: Seconda nota dolente: parliamo del budget.

Michele Pastrello: Ecco, sul budget voglio dire una cosa. Avevamo 2000 euro e potrebbe fare “figo” dire: “Cazzo, con così poco?”. Ok, ma calma. 2000 euro per le spese vive più qualche altro soldino per i rimborsi. Ma nessuno è stato pagato, per cui, in qualche modo, il film è di tutti quelli che vi hanno partecipato. E’ stata una esperienza no-profit, ma se andasse quantificata nel giusto
riconoscimento economico per ognuno di quelli che ci hanno lavorato, la cifra salirebbe. Infatti è per questo che mi fa rabbia chi si vanta di realizzare il film con 10 o 50 o 200 euro, perché è mancanza di rispetto per tutti quelli che vi hanno partecipato, oltre ad essere una balla mostruosa.

Roberto Rippa: Il tuo film non è certamente politicamente corretto. Hai paura che possa essere frainteso?

Michele Pastrello: No, non credo. Solo se lo si legge ideologicamente, ma io penso che la gente sia più pensante di quel che si creda generalmente. O forse è un auspicio.

Roberto Rippa: C’è stato un momento questo taglio narrativo ti ha preoccupato?

Michele Pastrello: No, a dire il vero no. Forse ho avuto qualche tentennamento, poi però ho continuato per la mia strada. Sapevo cosa volevo dire e so cosa ho detto.

Roberto Rippa: Ora che il film è pronto, come pensi di muoverti?

Michele Pastrello: Ho progetti per un lungometraggio, chi non ce li ha tra chi è nella mia stessa condizione? Per cui ora proverò a bussare a qualche porta ben chiusa. Prima cercherò di dare visibilità a “Ultracorpo” con le forze che ho, poche, ma comunque insistenti, sempre consapevole che in Italia non c’è abbastanza spazio per tutti quelli che vogliono fare film.
Solo un’ultima cosa, ci tengo. Voglio qui ringraziare davvero Mirco, Diego, Fabio (a lui va un grazie multiplo), Daniele, Alberto, Giovanna, Nadia, Guido, Elisa, Felice e Michele, senza i quali “Ultracorpo” sarebbe stata solo una storia scritta in un file di un computer.

Questo articolo è stato pubblicato in Rapporto Confidenziale, numero30 (dicembre-gennaio 2011),
pagg. 44-49

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