Venezia 68 // “We Can’t Go Home Again” di Nicholas Ray

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Susan e Nicholas Ray al terminal dei bus Greyhound di Binghamton, NY (circa 1971).
Foto dalla collezione Mark Goldstein/IRC’s SUNY Binghamton 1971-72 da Flickr.

In prima mondiale alla Mostra la copia restaurata/ricostruita di “We Can’t Go Home Again”, il capolavoro postumo di Nicholas Ray nel Centenario della nascita

domenica 4 settembre, 14.30, Sala Grande
alla presenza dalla vedova del regista Susan Ray e di James Franco

In occasione del Centenario della nascita del grande cineasta statunitense (e leggenda sia di Hollywood che del nuovo Cinema Americano) Nicholas Ray (Galesville, 7 agosto 1911 – New York, 16 giugno 1979), la Mostra di Venezia presenta in prima mondiale – domenica 4 settembre – la copia restaurata/ricostruita, definitiva e fedele all’idea originale, del suo capolavoro postumo “We Can’t Go Home Again”.

“We Can’t Go Home Again” è un film sperimentale e multi-narrativo al confine tra cinema e arti visive, girato da Ray assieme ai giovani cineasti dell’Harpur College (New York) dove lui insegnava, e a cui Ray ha continuato a lavorare fino alla morte (1979).
Il restauro di “We Can’t Go Home Again” è stato realizzato da The Nicholas Ray Foundation (New York) in collaborazione con l’EYE Film Institute Netherlands (Amsterdam) e l’Academy Film Archive dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (Los Angeles), col sostegno di Gucci, The Film Foundation di Martin Scorsese, The Gulbenkian Foundation, Cinématheque Française, Rai Cinema, e Museo Nazionale del Cinema.
La proiezione domenica 4 settembre (ore 14.30) nella Sala Grande del Palazzo del Cinema della copia restaurata/ricostruita di “We Can’t Go Home Again” (Fuori Concorso, Usa, 93’) sarà presentata dalla vedova del regista, Susan Ray, e dal regista e attore statunitense James Franco.

Di Susan Ray sarà proiettato domenica 4 settembre – alle ore 11 in Sala Perla – il documentario “Don’t Expect Too Much” (Fuori Concorso, Usa, 70’) con Nicholas Ray, Jim Jarmusch, Victor Erice, Tom Farrel, che ripercorre le avventurose vicende della realizzazione di “We Can’t Go Home Again”.

La proiezione in Sala Grande di “We Can’t Go Home Again” verrà seguita da una tavola rotonda sul cinema di Nicholas Ray (alle 17 in Sala Conferenze Stampa al Casinò), a cui parteciperanno il regista, attore e scrittore statunitense James Franco, il regista spagnolo Victor Erice, sodale di Ray e profondo studioso della sua opera (autore, tra l’altro, del libro “Nicholas Ray y su tiempo”; Madrid, 1986), e a cui sono stati invitati a partecipare il grande artista visivo e regista britannico Douglas Gordon (premiato come miglior artista giovane alla Biennale Arte 1997, ha esposto alla Biennale Arte 1999, in Giuria alla Mostra del Cinema 2008, ha presentato a quella 2010 in Orizzonti il film “k. 364 a journey by train”), e Henry Hopper (figlio di Dennis Hopper, l’interprete di “Rebel Without a Cause”, 1955, “Gioventù bruciata”, che ha accompagnato Nicholas Ray in molte delle successive avventure artistiche), che hanno collaborato, con il segmento dedicato alla recitazione, all’installazione Rebel di James Franco.

Dal 5 settembre, dopo le proiezioni in prima mondiale alla 68. Mostra, “We Can’t Go Home Again” e “Sal” saranno proiettati all’Isola della Certosa (rispettivamente al Castello delle Polveri e alla Casa dell’Ortolano), come parte di un sistema di proiezioni e installazioni che ha al centro Rebel, l’installazione di arti visive ideata da James Franco, omaggio al capolavoro di Ray Rebel Without a Cause (Gioventù bruciata). Nell’installazione di James Franco e degli altri artisti, il film originale diventa un prisma che ne destruttura i temi e gli eventi, e li riflette in un irrisolto amalgama concettuale.
Rebel, un Evento collaterale della 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, è realizzato da James Franco in collaborazione con Douglas Gordon, Harmony Korine, Damon McCarthy, Paul McCarthy, Ed Ruscha e Aaron Young. Curato da Dominic Sidhu, sarà esposto all’Isola della Certosa dal 4 settembre al 27 novembre 2011 (preview sabato 3 settembre). Rebel è realizzato col sostegno di Gucci; il Museo d’Arte Contemporanea di Los Angeles (MOCA) è partner organizzativo dell’Evento.

Scrive Susan Ray: “L’ultimo film di Nicholas Ray, We Can’t Go Home Again, è il risultato di tre esperimenti condotti simultaneamente dal regista: 1) insegnare a degli studenti universitari come si realizza un film contemporaneo; 2) utilizzare immagini multiple, che si vanno a integrare a narrazioni multiple, all’interno di una storia più ampia; 3) sperimentare una nuova forma di film giornalistico, che documenti la cultura e gli eventi politici del proprio tempo attraverso il loro impatto sulla vita quotidiana, sulle emozioni, sull’umore degli individui e sulle loro comunità.
L’intento principale del restauro del film, realizzato dalla Nicholas Ray Foundation in collaborazione con l’EYE Film Institute Netherlands, l’Academy of Motion Pictures Film Archive, con il sostegno della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Gucci, The Film Foundation, la Cinematheque Francaise e Rai Cinema, era quello di riparare i danni del tempo alle immagini e al suono, ripulendo la colonna sonora, riportandola alla registrazione originale e incrementandola con il racconto di Ray, cercando di manomettere il meno possibile il carattere ‘home-made’ e l’espressività spontanea delle immagini multiple.
Il restauro è stato condotto a partire dalla versione di We Can’t Go Home Again approntata per una proiezione work-in-progress al Festival di Cannes 1973: la versione più completa che sia stata presentata pubblicamente. Abbiamo integrato le immagini del 1973 con un racconto creato da Ray e registrato con la sua stessa voce negli anni dopo la proiezione cannense del ’73, mentre continuava a lavorare al film, fino alla sua morte nel 1979”.

A proposito di “We Can’t Go Home Again” il regista Victor Erice ha dichiarato: “Il passare del tempo non ha fatto altro che confermare il valore di “We Can’t Go Home Again”, nonostante il fatto che nessuno pare ricordarsene e a dispetto della sua condizione di ‘non finito’. Il Tempo ha confermato il carattere eccezionale di questa esperienza cinematografica, una di quelle che prescindono da ogni regola e che rischiano fino al limite estremo. Un film che si erge a testimonianza del conflitto sociale che ha afflitto l’America nei primi anni Settanta. È contemporaneamente il ritratto di un periodo particolare e – com’è riuscito a pochi altri film – dell’anima del regista.
È un film d’avanguardia, in anticipo sul proprio tempo? Molto verisimilmente sì. Ma, dopotutto, non ha importanza. Come si sa, le etichette dicono ben poco sulla vera natura di un’opera. “We Can’t Go Home Again” è un film fallito, ma questo suo fallimento l’ha tramutato in qualcosa di esemplare. È vivo. Ci aiuta a riconoscere e toccare il volto sofferente di una comunità, così profondamente commovente e così diverso dall’immagine ufficiale dell’epoca.
La ‘casa’ a cui si fa riferimento nel titolo del film altro non è che la casa perduta delle nostre Origini, le Origini dell’Arte in generale e del cinema in particolare, quello a cui ora è impossibile fare ritorno.
Questo film cattura il respiro effimero di un’esperienza Utopica che aspirava a unire la vita, come comunità promessa, e il cinema, come creazione collettiva. Non è a caso che il titolo di questo film, We Can’t Go Home Again, evoca quello dell’ultimo racconto di Thomas Wolfe, “You Can’t Go Home Again”, il cui finale suona così:
«Non puoi far ritorno alla casa della tua famiglia, alla casa della tua infanzia, […] alla casa dei sogni di gloria e fama di ragazzo, […] alla casa dei luoghi in campagna, alla casa dei vecchi sistemi e dei vecchi metodi che una volta parevano eterni, ma che cambiano costantemente – far ritorno alla casa della fuga dal Tempo e dalla Memoria»”.

68. Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

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