Moviement # 7 | Coen brothers

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I fratelli Coen, a destra, con Cormac McCarthy, autore di “No Country for Old Men”

MOVIEMENT
#7 – Coen Brothers

Autori: Paul Coughlin, Alessandro Baratti, Douglas McFarland, Gemma Lanzo, David Del Valle, Elena Dagrada, Gabriele Gimmelli, Alex Simon, Cole Haddon

Gemma Lanzo Editore, luglio 2011, 96 pagine, ISBN 9978.88.904002.7.8

Prezzo di copertina: 12€ (compera online)


È disponibile il numero 7 di Moviement, magazine in forma di libro monotematico, dedicato al cinema dei fratelli Coen.
Ottimo come i precedenti numeri (dedicati, rispettivamente, a: David Lynch, Terence Malick, Kira Muratova, Quentin Tarantino, Jan Svankmajer e ai Maetri del cinema horror italiano), Moviement #7 presenta saggi, due interviste (a cura di Alex Simon e Cole Haddon), la filmografia, una collezione di frasi memorabili dai film del duo e una bibliografia consigliata.

SOMMARIO

Joel e Ethan. Il cinema “decostruttivo” dei fratelli Coen
Insight
Paul COUGHLIN: Joel e Ethan Coen
Alessandro BARATTI: Bloody Coen, buon sangue (non) mente
Douglas McFARLAND: Non è un paese per vecchi e la filosofia morale
Gemma LANZO: Commedia alla Coen
David DEL VALLE: Drugo, dov’è il mio tappeto?
Film Analysis
Elena DAGRADA e Gabriele GIMMELLI: Il tempo ci sfugge. A proposito de Il Grinta
Conversazioni
Intervista a cura di Alex SIMON
Intervista a cura di Cole HADDON
Quotes
Filmografia
Consigli in Movimento

ANTEPRIMA

Joel e Ethan. Il cinema “decostruttivo” dei fratelli Coen
di Costanzo Antermite e Gemma Lanzo

Nel panorama del cinema americano contemporaneo i fratelli Coen hanno saputo ritagliarsi, specialmente negli ultimi anni, un posto di un certo rilievo. Sembrano molto lontani i tempi in cui i filmmaker di Minneapolis, come scrive Paul Coughlin nel saggio di apertura, erano relegati nel limbo della critica “che li considera né artisti seri né registi commerciali”. Dopo il successo di “Non è un paese per vecchi” (“No Country for Old Men”, 2007), suggellato dall’Oscar,
le quotazioni dei Coen hanno subito una notevole impennata.
E la conferma, qualora ce ne fosse stato bisogno, è avvenuta puntualmente con “Il Grinta” (“True Grit”, 2010) che non è un remake del film di Henry Hathaway con John Wayne del 1969 ma, stando all’ottimo Film Analysis di Elena Dagrada e Gabriele Gimmelli, “un’altra versione cinematografica del romanzo (“True Grit”, 1968) di Charles Portis”. Un film che potrebbe rappresentare benissimo il paradigma attuale del cinema hollywoodiano, soprattutto quello più autoriale che continua ad elaborarsi e a trasformarsi sulla base dei generi cinematografici. E proprio a proposito di un film esemplare come Il Grinta dei Coen che non vuole essere soltanto un “western” si può osservare, come è stato efficacemente detto “che ormai i film non si inscrivono più in un genere (fatto che ridurrebbe il loro pubblico potenziale) ma sono i generi che si inscrivono, a livelli diversi, in un film” (Chevalier, 2011). Premesso questo, dobbiamo dire che il cinema dei Coen, pur partendo da una non dissimulata passione cinefila per il noir (ci riferiamo al loro film d’esordio “Blood Simple – Sangue facile” del 1984) attraverso uno “stravolgimento beffardo del genere, con l’introduzione di atmosfere dark” (Arecco, 2005), ha allargato via via i propri orizzonti tematici operando nel corpus dei generi cinematografici tradizionali quella “decostruzione narrativa” che, senza imparentarla più di tanto alla moda filosofica del “postmoderno”, è stata il loro più evidente marchio di fabbrica. A voler convincersi del tasso di “genialità” cinematografica di questi speciali fratelli basterebbe leggere un tratto dell’intervista concessa ad Alex Simon nel 1998 (riprodotta in questo numero) dove ad un certo punto Joel dichiara che con Ethan da ragazzini (lui poteva avere 11 o 12 anni) avevano fatto il remake di “La preda nuda” (“The Naked Prey”, 1966, di Cornel Wilde) e, soprattutto, con un Super 8 a due bobine, il remake di “Tempesta su Washington” (“Advice and Consent”, 1962, di Otto Preminger), un thriller a sfondo politico che oltre ad essere un capolavoro di regia e di recitazione aveva avuto a suo tempo il merito di aver infranto uno dei ‘divieti’ del codice Hays. Ma parlare del cinema dei Coen significa anche parlare del loro film più famoso, “Il grande Lebowski” (“The Big Lebowski”, 1998) e del suo simpatico protagonista, Dude, un ex hippie anarchico e nullafacente, incarnazione perfetta di uno stile di vita ludico e disincantato. Il personaggio di Dude (interpretato da quel Jeff Bridges che secondo James Naremore è da collocare tra i dieci maggiori divi di Hollywood nel periodo 1945 – 1998) è stato al centro nell’ultimo decennio di una delle mitologie cinematografiche più singolari, diventata nel frattempo un sempre più coinvolgente fenomeno sociale di costume. Nel 2005 il giornalista Oliver Benjamin ha formato un movimento, la “Church of the Latter-Day Dude”, una religione laica che cerca di coniugare Jeffrey Lebowski col Taoismo, “la religione più filosofica del mondo”. A tutt’oggi il Dudeismo conta qualcosa come centomila adepti sparsi in tutto il mondo. Infine, a proposito di filosofia, è tutto da leggere il volume curato nel 2009 da Mark T. Conard, “The Philosophy of the Coen Brothers”, un tassello molto importante per comprendere la statura intellettuale dei Coen.
Arrivederci al prossimo numero.

Riferimenti:
Sergio Arecco, ‘scheda’ su Joel e Ethan Coen in Dizionario dei registi del cinema mondiale, vol. I, a cura di Gian Piero Brunetta, Einaudi, Torino, 2005, pp.373-75.
Loïc Chevalier, “De l’utopie du panorama générique. Mutations et mélanges des genres dans le cinéma américain contemporain”, in Cadrage.net, aprile 2011.
Laurent Jullier, Il cinema postmoderno, Edizioni Kaplan, Torino, 2006
Mark T. Conard (a cura di), The Philosophy of the Coen Brothers, The University Press of Kentucky, Lexington, 2009.

Potete acquistare Moviement sul sito della rivista, dove si trova anche un elenco delle librerie italiane in cui è reperibile.
Moviement Magazine

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