Berg-Ejvind och hans hustru > Victor Sjöström

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articolo pubblicato in Rapporto Confidenziale numero34, estate 2011 – pagg. 20-24

Victor Sjöström
I proscritti
(Berg-Ejvind och hans hustru) | Svezia – 1918 – 35mm – B/N – 136′
di Fabrizio Fogliato

In Svezia nel 1912 si producono alcuni film particolarmente innovativi per quanto riguarda l’utilizzo del linguaggio cinematografico. Tre registi: Georg af Kiercker (1877-1951), Victor Sjöström (1879-1960) e Mauritz Stiller (1883-1928) sfondano, con le loro opere, le barriere del kammerspiel di matrice tedesca e trasportano il dramma nei grandi spazi paesaggistici della Scandinavia, in cui bellezza e vertigine si coniugano all’interno di una tensione narrativa senza precedenti. La tendenza è quella di una dimensione panteistica del dramma, in cui l’espressione lirica delle vicende si fonde con una dimensione assoluta degli uomini e del loro destino. Una visione cosmica dello spazio e dell’individuo che si muove in esso, finalizzata alla rappresentazione di episodi archetipici trattati come vere e proprie parabole morali.
L’asciuttezza e il rigore con cui vengono trattati i drammi individuali fanno prevalere l’aspetto psicologico (manifesto e latente) dei conflitti interpersonali. Le asperità, il gelo e la durezza del paesaggio nordico diventano sintesi metaforica e metonimica di un personaggio “terzo”, in grado di determinare impreviste e sorprendenti svolte narrative.

Questa visione (non-convenzionale) del cinema rende i film scandinavi del primo decennio del secolo XX° la principale alternativa allo strapotere artistico, commerciale e linguistico del cinema hollywoodiano.
Le sirene americane suonano ben presto anche per Stiller e Sjöström, ma i risultati che i due registi raggiungono sul suolo americano sono nettamente inferiori a quelli autoctoni. Spogliata dei suoi pilastri, “aggredita” dalle cinematografie emergenti delle vicine Danimarca e Germania, “l’età d’oro del cinema svedese” si esaurisce in poco meno di un decennio, e già nel 1921 la produzione crolla rovinosamente, ed i suoi autori sono consapevoli dell’impossibilità di una rinascita a breve termine.

Victor David Sjöström nasce il 20 settembre 1879 a Silbodal, nella regione svedese del Värmland. I suoi genitori non provengono da queste terre: il padre Olof Adolf Sjöström è nativo della provincia di Vesternorrland, mentre la madre Elisabeth Hartman è cittadina della capitale. Nel 1870 i futuri coniugi Sjöström si incontrano a Stoccolma durante un viaggio d’affari di Olof, poi, in seguito ad una improvvisa bancarotta – come molti connazionali – emigrano negli Stati Uniti in cerca di fortuna.

La permanenza del piccolo Victor in America dura appena un anno: nel 1886 la madre muore durante il parto del fratello. In seguito alle difficoltà del bambino a comprendere l’accaduto e all’ingresso in casa di una nuova compagna per il padre (non accettata da Victor), quest’ultimo, su consiglio della matrigna, decide di rimandare il figlio in Svezia e di affidarlo alle cure della sorella.

La zia paterna vive a Uppsala, una piccola cittadina universitaria in cui Victor Sjöström alimenta e coltiva la sua vena artistica, mettendosi sulle orme dei familiari che l’hanno preceduto: la madre, attrice di teatro, e lo zio, membro del teatro Reale di Stoccolma. A quattordici anni Sjöström recita per la prima volta in una rappresentazione ufficiale in Er brottslig betjänt (Un cameriere delinquente), cui segue un cospicuo numero di interpretazioni che non gli garantiscono alcun guadagno, ma che gli permettono di farsi conoscere, dapprima in periferia e poi via via verso l’interno. La fortuna che il padre si è costruito in America permette al giovane attore di vivere di rendita, grazie ai soldi che Olof spedisce periodicamente alla sorella.

Nel 1894 fallisce la compagnia di viaggi del padre, il quale torna in Svezia e impedisce al figlio di proseguire negli studi intrapresi. Scelta dettata anche dall’integralismo religioso acquisito dal padre negli Stati Uniti: un protestantesimo fanatico che lo porta a considerare il mestiere dell’attore come qualcosa di negletto e indegno e che induce Olof ad allontanare il figlio Victor sia dal teatro che dalla scuola.

Olof Adolf apre una latteria e impone al figlio di lavorare come suo garzone, ma l’attività non decolla e le difficoltà economiche si fanno sempre più stringenti, così che Victor viene mandato dal padre a lavorare nel cantiere di un amico. Dopo una lunga serie di vessazioni imposte al figlio, Olof Adolf Sjöström muore il 21 maggio 1896 e per Victor si riaprono le porte del teatro. Per il giovane attore inizia una lunga e proficua carriera che lo porta a recitare in Svezia ma anche a Helsinki, Berlino, Londra, Parigi, Amburgo, Vienna e Amsterdam; a sposare e a divorziare da Sascha (Alexandra Stjagoff) e ad intraprendere un viaggio negli Stati Uniti per andare a trovare la sorella.

Nel 1909 Victor Sjöström è attore alle dipendenze dell’impresario Albert Ranft, per cui recita sia a Göteborg che a Stoccolma, ma i continui dissidi tra i due portano ad una inevitabile rottura dopo appena due anni di collaborazione. Nel 1911 è un vecchio amico, Einar Fröberg, a chiamarlo a recitare nella sua nuova compagnia, di cui Sjöström diventa da subito il direttore. Con Fröberg arrivano i successi degli allestimenti shakespeariani prima (La dodicesima notte e Sogno di una notte di mezza estate), e di Ibsen poi (I pilastri della società), e quello inatteso dell’opera di uno sconosciuto giovane autore islandese, Johann Sigurjonsson, intitolata Berg-Ejvind och hans hustru (I proscritti).

Nell’estate dell’anno successivo a quello in cui il dramma va in scena (il 24 settembre 1932), il regista svedese firmerà un contratto con la Svenska Biografteatern di Magnusson, facendo così il suo ingresso nel mondo del cinema. Victor Sjöström ancora non sa che dopo pochi anni quel dramma diventerà uno dei film più importanti della cinematografia mondiale e che a dirigerlo sarà proprio lui.

Durante la visita agli studi cinematografici, Victor Sjöström incontra per la prima volta Mauritz Stiller.
Quest’ultimo, colpito dalla presenza scenica e dall’aspetto austero e slanciato del futuro collega, gli propone di interpretare un suo prossimo film, Vampyren (La Vampira, 1912), nella parte del tenente Roberts a fianco della giovane stella del cinema danese Lili Bech, che di lì ad un anno diventerà la sua seconda moglie.

Il primo film da regista di Victor Sjöström arriva nello stesso anno in cui esordisce come attore per Stiller: Trädgårdmästaren (Il Giardiniere, 1912) è tratto da un soggetto di Mauritz Stiller e racconta una storia di amore e violenza sullo sfondo del mondo contadino. Il film viene vietato dalla censura e non esce sugli schermi (viene proiettato solo a Oslo e a Copenaghen, mentre la prima assolta per la Svezia è del 14 ottobre 1980), non per i contenuti sessuali (il tema dello stupro è trattato con rigore poetico e rifiuto del sensazionalismo), ma per la “bellezza” con cui viene presentata la morte.

Il film è il primo esempio della “personificazione” del paesaggio, utilizzato in senso lirico e drammatico, che diventa contrappunto narrativo e attivo all’interno della messa in scena. Altrettanta poesia è espressa nella descrizione della storia d’amore tra Gösta Ekman e Lili Bech, mentre particolarmente innovativo è il ricorso all’effetto stereoscopico.

Il 15 agosto 1916 Victor Sjöström inizia le riprese del suo capolavoro universale Terje vigen (C’era un uomo, 1917), tratto dal poema omonimo di Ibsen, che diventa anche un grande successo commerciale, segno che arte e denaro possono convivere se messe al servizio di una qualità smisurata.

Nel 1917, dopo l’enorme successo del film, il direttore della Svenska Bio fa pubblicare sullo “Stockholms Dagblad” il seguente comunicato: L’attuale stagione cinematografica della Svenska Biografteatern è iniziata negli studi di Lidingö, con le riprese di ‘Berg-Ejvind och hans hustru’. Il signor Victor Sjöström, che sta curando la regia del film, e il signor Mauritz Stiller sono gli unici registi che lavoreranno per la Svenska Bio quest’anno.
In altre parole il consiglio direttivo della compagnia ha deciso di cambiare la lista dei film in produzione e produrre un numero di film decisamente più basso rispetto agli altri anni. In compenso, molti più capitali saranno investiti per proporre opere di qualità. Non sarà prestata più alcuna attenzione ai progetti puramente commerciali. Esperienze come ‘Terje Vigen’ ci hanno insegnato che solo le opere di ottima qualità riescono a ripagare anche in termini economici. E lo fanno meglio di molti film mediocri.
(in Vincenzo Esposito, La luce e il silenzio, Ancora del Mediterraneo, 2001, pag.184).

Magnusson mantiene la promessa, e nel 1917 produce solo sette film di cui tre di animazione del pioniere Victor Bergdhal, mentre Victor Sjöström convola a nozze per la terza volta con l’attrice Edith Erastoff conosciuta sul set di Terje Vigen.

Berg-Ejvind och hans hustru (I proscritti, 1918) è tratto dal dramma omonimo di Johan Sigurjonsson e presenta molti tratti e spunti cari alla poetica del regista, il quale dopo la trasposizione teatrale dirige quella cinematografica declinandola sul senso ineluttabile (e ineludibile) del destino, e ponendo l’accento sui suoi tòpoi come la cattiveria endemica e latente nell’essere umano, la sofferenza immeritata e ingiusta e la lettura psicologica dell’ambiente. Victor Sjöström costruisce un “naturefilm” carico di emotività, rigoroso e maestoso, incentrato sull’allegoria del precipizio come condizione ultima e terminale dei personaggi.

Le riprese cominciano nella tarda primavera del 1917 e si svolgono prevalentemente ad Abisko, nella parte norvegese della Lapponia, dove il regista utilizza autentici pastori locali come figuranti. Il periodo delle riprese è duro e irto di insidie: il freddo rigido della primavera scandinava, i luoghi impervi e scoscesi, l’assenza di luce, al punto che spesso la lavorazione viene interrotta ed il regista è costretto a terminare alcune riprese negli studi della Svenska Bio, all’interno dei quali vengono ricostruite intere porzioni di
paesaggi ed utilizzati fondali dipinti compresi di neve finta.

Il film esce nelle sale svedesi nel gennaio del 1918 divenendo subito un successo importante; successo che spinge molti paesi europei ad acquistare la pellicola e che in Francia porta il critico e regista Luis Delluc ad affermare: «È senza dubbio il film più bello del mondo».

Karl (Victor Sjöström) è un vagabondo in cammino sugli altopiani islandesi. Durante il suo errare incontra Arnes (John Ekman), un lavoratore occasionale che gli indica la casa di una ricca vedova come luogo per trovare lavoro. La fattoria è gestita da Halla (Edith Erastoff), la quale dopo aver respinto la proposta di matrimonio di Bjorn (Nils Arehn), il borgomastro suo cognato, si invaghisce di Karl e lo assume come suo dipendente. All’uscita della messa domenicale, Bjorn scopre attraverso le confidenze di un suo conoscente che Karl non è quello che dice di essere: il suo vero nome è Berg-Ejvind, condannato per furto ed evaso dal carcere, rifugiatosi sotto falsa identità sulle vette dell’altopiano. Insidiato dalle pressioni di Bjorn, Karl rivela ad Halla la sua vera identità, per poi fuggire nuovamente per evitare la cattura.
Halla, nonostante le proteste di Ejvind, decide di unirsi a lui, abbandona la fattoria e la vita agiata e sale con l’uomo sull’altopiano alla ricerca di un rifugio. Passano cinque anni durante i quali i due hanno condotto una vita difficile ma serena, dando alla luce una bambina. Un giorno incontrano nuovamente Arnes, il quale si unisce a loro, ma è profondamente turbato dalla presenza di Halla. La seduzione incarnata dal corpo della donna porta Arnes ad un comportamento scorretto nei confronti dell’amico e addirittura a cercare di provocarne la morte al fine di possedere la donna. Resosi conto della sua malignità, Arnes abbandona l’altopiano, ma scendendo dal dirupo si accorge che Bjorn, con altri uomini a cavallo, è diretto verso il rifugio di Ejvind e Halla per catturare l’uomo. In seguito alla colluttazione, la donna sacrifica inopinatamente la vita della figlia, ed Ejvind uccide Bjorn. Ejvind e Halla salgono verso la vetta della montagna dove trovano un nuovo rifugio e un clima più rigido: invecchiano insieme mentre la felicità svanisce con il trascorrere del tempo. Una sera durante una tempesta di neve, dopo un crudele alterco, la donna si allontana e va a morire nella tormenta. Quando l’uomo la ritrova è ormai troppo tardi e così decide di abbracciarla e di morirgli accanto. Con la fine della tempesta, insieme alla luce dell’alba arriva la redenzione per una vita vissuta nella colpa.

In Terje Vigen (1917), Victor Sjöström perfeziona quella che è la cifra stilistico-tecnica peculiare del suo cinema: “la lentezza dell’inquadratura”, che diventerà patrimonio comune di tutto il cinema svedese del periodo aureo. All’interno di ogni singola inquadratura si stratificano una sere di messaggi simbolici, che attraverso la “sospensione” della ripresa vengono veicolati attraverso l’indugiare sull’essere umano, al fine di penetrarne gli strati più oscuri della sua psiche e delle sue emozioni.

Le inquadrature dei film di Sjöström contengono quel “ritmo interno” di cui più tardi si approprierà Andrej Tarkovskij, e determinano attraverso il montaggio e la costruzione delle scene prima, e delle sequenze poi, una successione di strati narrativi, emotivi e psicologici. Testimonianza “plastica” della “lentezza dell’inquadratura” è l’immagine di Ejvind sull’altopiano, contenuta nel flashback del racconto che l’uomo fa ad Halla per spiegare il suo passato. A figura intera sulla destra è posizionato Ejvind intento a scaldare una vivanda nei vapori del geyser, mentre sullo sfondo, in profondità di campo, si staglia un paesaggio maestoso in cui si vedono altopiani, cascate e ghiacciai.

L’inquadratura è costruita, per tutta la sua durata statica, in modo che l’uomo appaia notevolmente più piccolo del paesaggio, schiacciato da un luogo “trascendente” di cui non conosce la forza e che, come si vedrà nel prosieguo del film, diventerà progressivamente una trappola mortale. L’uomo soccombe alla natura e alla sua forza, come testimonia la tormenta di neve del finale del film. Tormenta che è legata al senso di colpa per il peccato commesso nel passato, che non a caso è la stessa condizione atmosferica presente durante il furto della pecora per sfamare la sua famiglia quando egli era giovane (come si vede nel flashback). Racconto che Karl/Ejvind fa in terza persona, quasi a volere allontanare da lui il peso della colpa e a voler far credere ad Halla che quanto accaduto fosse inevitabile.

Non a caso Sjöström introduce l’atto comprendente il racconto dell’uomo con la seguente didascalia che anticipa, ricorrendo alla metafora, quanto accadrà successivamente: “Come un uomo in una fiaba, Karl cadde in un pozzo profondo e pensò che non avrebbe più rivisto il sole. Ma improvvisamente si trovò in un prato verde e vide un castello alto… e una principessa di fronte a lui”. L’innamoramento Tra Ejvind ed Halla è dunque già scritto nel destino dell’uomo e della donna, e anche se Karl cerca di allontanare questo sentimento dichiarando di non accettare la proposta di matrimonio offerta dalla donna, dalle sue parole traspare, quasi, la consapevolezza di un destino segnato a cui è impossibile sfuggire: “Karl vi ha amato… ma ora Karl non c’è più. Non è mai stato altro che un povero ed infelice uomo immaginario”.

L’innamoramento tra i due, dunque, pur mantenendo un aura di felicità possibile, è venato da qualcosa di indefinito pronto a spingere entrambi verso l’orlo del baratro. La vertigine e il precipizio auspicati, ed evocati, nella prima parte del film, si concretizzano nell’ultima mezz’ora in cui, anche visivamente, i due temi prendono consistenza concreta. Questa parte del film che comprende gli ultimi tre atti, dei sette di cui si compone, si apre con una lenta panoramica sul paesaggio a cui si alterna la seguente didascalia: “Quando il sole splende su un ghiacciaio assume le tinte più belle anche se in realtà sono solo spaccature senza colore e ghiaccio opaco”.

Dopo aver presentato la loro vita nel rifugio abbarbicato sul pendio della montagna e aver messo a conoscenza lo spettatore del passaggio di un lustro attraverso la presenza della bambina, Victor Sjöström introduce il tema del precipizio attraverso una pietra che Ejvind butta dalla rupe. La stessa inquadratura, in cui gli esseri umani appaiono infinitamente piccoli (e marginali all’interno della stessa) rispetto alla maestosità della montagna, ritorna più volte, come un leit-motiv che scandisce l’irreversibilità del destino dell’uomo. Dalla stessa rupe cade Ejvind prima di essere salvato da Arnes, e nello stesso luogo Halla getta la bambina per impedire che venga catturata da Bjorn, infine è nello stesso punto che Halla rifiuta le avances di Arnes e mostra l’amore per suo marito (intento a lavarsi nel ruscello sottostante).

Nell’ultima parte del film risultano centrali il tema del sesso e dell’erotismo, trattato con delicatezza e incisività da Sjöström. Quell’elemento che in una didascalia, declinato come Amore, viene così descritto: “L’amore rende buono un uomo e malvagio un altro”. L’amore e il sesso scatenano il conflitto tra Ejvind e Arnes che, invidioso della vita di coppia dell’amico e turbato dal decolletè della donna mentre è intenta a lavare i panni, insidia Halla e pretende le sue attenzioni. Accecato dall’invidia e dall’odio per Ejvind, Arnes si spinge fino a tentare di tagliare la corda a cui l’amico è legato durante la caduta dalla rupe (un breve fotogramma mostra nuovamente il decolletè della donna), salvo poi rinsavirsi all’ultimo istante e a sollevare il corpo di Ejvind portandolo in salvo.

Dopo lo scontro con Bjorn, il cui arrivo è segnalato da Arnes (mostrato attraverso una panoramica in cui, in basso corrono i cavalli di Bjorn e dei suo compagni, mentre in alto, e parallelamente, corre Arnes verso il rifugio della coppia), e il successivo accoltellamento del borgomastro, Halla e Ejvind salgono fino in vetta alla montagna: un campo lungo li mostra come due “puntini” al cospetto dell’imponenza del massiccio, mentre un iris incornicia l’immagine e si chiude in dissolvenza.

Ne I proscritti è emblematica la rappresentazione della montagna, descritta con chiari tratti simbolici: oltre a mutare funzione nel corso della narrazione a seconda del succedersi degli eventi (una volta rifugio, una minaccia, un’altra ancora trappola…), la montagna diventa con il procedere del film trasfigurazione dell’ “Io” del protagonista. Berg-Ejvind, sin dal nome (che vuol dire appunto montagna), assume i caratteri del personaggio-archetipo scisso tra la tendenza introspettiva dell’auto-analisi (rappresentata dall’ascesa progressiva della vetta/psiche fino alla cima/cervello) e la propensione al precipizio/baratro inteso come inconscio oscuro e perturbante. Il suo “Ego” è raffigurato anche attraverso le sue abilità venatorie: durante la permanenza sulla montagna egli caccia prede sempre più grosse che poi mostra ai familiari con rinnovato orgoglio.

Progressivamente Ejvind entra in simbiosi con la montagna, fondendo il suo “nome” con la vetta, come testimonia la scena del bagno sotto la cascata, raffigurazione istantanea dell’avvenuta sintesi tra uomo e paesaggio, tra “Io” e Natura. Nel corso del film, le due figure opposte della “vetta” e del “precipizio” assumono la valenza di due estremi in cui l’essere umano è intrappolato: solo il confronto con essi e la loro conoscenza potrà restituire all’uomo la pace perduta a causa della colpa commessa.

Ecco dunque che I proscritti, anche attraverso la verticalità della messa in scena, si trasforma in una vera e propria parabola morale che progressivamente sfocia nell’immanente e nel trascendente, come testimoniano molte didascalie ed il finale catartico. Victor Sjöström lavora per sottrazione, riduce all’indispensabile gli snodi narrativi, utilizza il paesaggio come elemento panteistico legato al destino e traduce la letterarietà del testo in una visionarietà pregna di tensioni mistiche. Lo svolgersi delle sequenze che costituiscono il film è incentrato sul tema della “vertigine”, mentre l’ultima mezz’ora si concentra sulla figura del “precipizio” per raccontare il dolore della sofferenza e della scelta.

Il film si chiude con il settimo atto, volutamente diverso da tutti gli altri sia per contenuti che per impostazione. Il segmento si apre con la didascalia: “Dopo una lunga vita trascorsa insieme, li colse una tremenda miseria”; il rapporto tra i due coniugi, ormai invecchiati, stanchi e intrappolati nel rifugio da una tormenta che dura da sette giorni, si fa improvvisamente teso, violento e crudele. La claustrofobia degli spazi chiusi, accentuata dalle inquadrature ravvicinate e strette sui volti, impedisce ai coniugi di ragionare. Il freddo che stritola le ossa e congela i sentimenti li spinge a rinfacciarsi colpe e rancori e a manifestare un odio represso, perfetto contraltare dell’amore che ha da sempre contraddistinto la loro vita di coppia (come ricorda la didascalia finale).

Victor Sjöström mostra (anche figurativamente) Ejvind e Halla prigionieri del loro destino e della loro scelta iniziale: la capanna, con i suoi interni scarni e poveristici, diventa perfetta metafora della vecchiaia e della morte imminente; la preghiera evocata da Ejvind sembra un tentativo fallimentare di appellarsi al trascendente per provare (umanamente) a sovvertire un destino già scritto; la morte li attende nella tormenta, sdraiati l’uno accanto all’altra e sepolti sotto la neve (quella stessa neve da cui nasce la “colpa” di Ejvind), mentre la didascalia che accompagna l’immagine sentenzia: “Con la morte arrivò la redenzione”. Dopo c’è solo più spazio per un’inquadratura del paesaggio, non più spazzato dalla tormenta ma illuminato da una tenue alba. Il trascendente ha “imposto” la sua legge inconoscibile e l’essere umano è dovuto soccombere al suo destino scritto sin dalla nascita.

– Fabrizio Fogliato

 


Berg-Ejvind och hans hustru
titolo italiano: I proscritti
titolo internazionale: The Outlaw and His Wife
regia: Victor Sjöström; sceneggiatura: Victor Sjöström, Sam Ask da un testo teatrale di Jóhann Sigurjónsson; fotografia: Julius Jaenzon; scenografia: Axel Esbensen; produttore: Charles Magnusson; interpreti: Victor Sjöström (Berg-Ejvind), Edith Erastoff (Halla), John Ekman (Arnes), Jenny Tschernichin-Larsson (Gudfinna), Artur Rolén (Farmhand), Nils Aréhn (Björn), William Larsson (Bjarni); casa di produzione: Svenska Biografteatern AB; lingua: muto; paese: Svezia; anno: 1918; durata: 136’ (73’-USA)

GUARDA IL FILM IN STREAMING

 

Ingmar Bergman (a sinistra) e Victor Sjöström parlano con la figlia di Bergman Lena durante la lavorazione di
“Smultronstället” (“Il posto delle fragole”) presso gli studi Filmstaden a Råsunda.
Immagine: Pressens Bild, 1957 (pubblico dominio).

 

 

 

articolo pubblicato in Rapporto Confidenziale numero34, estate 2011 – pagg. 20-24

 

 

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