This Must Be the Place > Paolo Sorrentino

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Il bambino golosone

Quante volte vi sarà capitato? A cena dalla nonna, o a pranzo, che è più consono con la tavola nonnesca ripiena e stracolma di cose a noi ormai note, data la parentela che ci unisce alla cuoca, sul legno coperto dalla solita tovaglia si stagliano polli arrosto, coniglio, patate arrosto, una teglia di lasagne, mentre un profumo soave fuoriesce dal forno all’assalto delle nostre narici…la nonna non perdona!!!
E allora via, ci si siede pronti per l’arrembaggio, si allunga una mano per rubare una patata da sogno quando, ahi-ahi, un pizzicotto ci risveglia: la nonna ha regole ferree alla sua tavola, prima la preghierina!!!
Ed eccoci a bofonchiare tutti insieme questo biascichio unanime in odor di patate, pronti a ricevere un’ostia assai più gustosa, sicuri che il corpo di Cristo debba, data la persona, essere anche assai succulento, ben oliato, sugoso, leccornia per corpo e spirito…in fondo si segue una religione in maniera direttamente proporzionale ai balocchi che questa assicura!
Il pranzo comincia, c’è chi si abbuffa con le mani, accecato dalla golosità, come il bimbo che infila il dito galeotto nella torta, istinto primordiale talvolta insopprimibile spesso tacciato da zie bacchettone e mamme guerriereducande come uno dei peccatuzzi che ci farà precipitare, il più tardi possibile, nelle grinfie del satanasso o alla peggio della dietista: gola!!!
Tutti ci siamo ritrovati preda di questo peccato ergo tutti siamo golosi: pranzi finiti col pantalone sbottonato per evitare il lancio in orbita di bottoni con l’ambizione di essere piccoli sputnik, grandi sbafate coronate da rutti o ruttini, perdita di ogni controllo! Il bimbo invece è sempre goloso, perché oltre a non capire il perché del trattenersi (il gioco è bello quando è bello!), ha il candore dalla sua parte, che pian piano si perde e poi si riacquista nella famigerata terza (ed ormai quarta!) età! Sorrentino si è scoperto come grande goloso: il primo film americano del talentuoso napoletano lo porta a fare una vera e propria abbuffata.


Cheyenne è una rockstar o meglio ciò che ne resta! Un Sean Penn istrionico più che mai diventa maschera della commedia dell’arte, un Pierrot in salsa rock con un tocco di Robert Smith a cui manca soltanto la lacrima nera sul volto…siamo già quindi nella macchietta!!!
Questo depresso riccone spende la propria vita soggiogato dai ricordi, schiavo della propria giacchetta che indossa ormai da troppo tempo (ognuno di noi ne ha una, a noi la difficoltà di scoprirla e di farla a brandelli), mortammazzato di noia e di rimpianti assopiti.
Nella propria giornata tenta di mettere una luce tentando di unire una giovane amica ad un ragazzo di cui lei non vuol sapere…lei, grande fan del nostro indiano rockettaro e forse innamorata di lui come se fosse un padre o al massimo uno zio premuroso!!! Insieme a Cheyenne si reca a portare fiori sopra una tomba di due ragazzi, morti suicidi dopo l’assiduo ascolto dei testi maniaco-depressivi del nostro: questo masso pesa sull’anima di Penn, cosa che però non spiega quella vocina e quell’andatura sghemba.
A casa una premurosa e ultraironica Frances McDormand coccola il nostro come se fosse pagata dall’USL, misto di buona volontà e pietà! Tutto procede così fino a quando il padre del nostro, che non vede più da 30 anni, muore: via che si parte per l’America! Se fino a qui il film non esaltava dopo è comunque forse peggio…il nostro depressone vede per la prima volta (ma dai!?) un numero sul braccio del padre (ah si, sono ebrei) e quindi parte alla ricerca del nazista che umiliò il defunto! Sorrentino trova così la scusa, anche banale, di far intraprendere a Cheyenne un viaggio per gli U.S.A., cosa che scatena in lui il proprio io golosone.
Da qui in poi il film non sarà niente più che una summa di tutti i segni visivi e simbolici che formano l’immaginario dell’America! Non si è fatto sfuggire nulla, si è sporcato le mani nel barattolone di marmellata gusto america fino alle ascelle, sorta di Winnie Pooh bulimico della terra dei sogni: motel, pompe di benzina, uomini che ce l’hanno fatta contando solo su se stessi, strade fino a perdita d’occhio in campi sterminati di mais e granturco!
L’America porta forse a questo, un paese che meraviglia il turista medio coi suoi pistacchi giganti, gli hamburger, la natura incontrastata…
Ma Sorrentino è napoletano!
Nelle pellicole precedenti il nostro si scontrava con tutt’altro immaginario, più intricato, giocato tutto su interni, talvolta angusti, che deformavano quindi le storie in labirintici ghirigori esistenziali e situazionali, supportati da un attore grandissimo, Toni Servillo, che ha dato sempre uno spessore umanissimo ai personaggi del regista…qui invece tutto si riduce a un road movie, a un viaggio di formazione preconfezionato ma la cui data di scadenza è forse passata!
Con l’aprirsi a questi orizzonti interminabili è come se anche le storie si fossero fatte più ariose, perdendo così però il fascino che l’intrico dava agli altri film.
Certo il nostro golosone è sempre bravissimo nell’uso delle riprese, con la macchina da presa che compie evoluzioni senza però essere micidiale come, per esempio, ne ‘Il Divo’, film superbo in cui la regia potente e iperbolica di Sorrentino sosteneva un ritmo forsennato e incalzante!
A tutti i bambini si perdona una ditata nella torta, una mangiata di troppo…ora che però hai fatto scorpacciata di hamburger ti prego Paolo, torna agli struffoli!!!

Francesco Selvi


This Must Be the Place
(Italia-Francia-Irlanda, 2011)
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Musiche: David Byrne, Will Oldham
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Scenografia: Roya Parivar
Interpreti principali: Sean Penn, Frances McDormand, Judd Hirsch, Eve Hewson, Kerry Condon, Harry Dean Stanton, Robert Plath, Joyce Van Patten, David Byrne
118′

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