Terraferma > Emanuele Crialese

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Le cose devo essere andate in questo modo:

Rai Cinema: Crialese?
Crialese: Sono io, chi parla?
Rai Cinema: Rai Cinema…(immaginatelo detto con il tono dei brigatisti durante la telefonata fatta per far rinvenire il corpo di Aldo Moro)
Crialese: Ah…
Rai Cinema: Ha capito?
Crialese: Si…
Rai Cinema: Abbiamo qui dei soldi per fare un film su Lampedusa e i flussi migratori. Abbiamo pensato a lei
Crialese: Non so se ho nuove idee sull’argomento
Rai Cinema: “Once we were strangers” parla d’integrazione, no?
Crialese: Si
Rai Cinema: “Respiro” era ambiento a Lampedusa, no?
Crialese: Si
Rai Cinema: E “Nuovomondo” parlava di flussi migratori, no?
Crialese: Appunto
Rai Cinema: Appunto…
Crialese: Si ma anche volendo non ho una sceneggiatura pronta
Rai Cinema: Questo non è un problema, qui da noi abbiamo un distributore automatico di sceneggiature, con una moneta da un euro risolviamo il problema, la aspettiamo.
Crialese: Arrivo
Rai Cinema: Un’ultima cosa…Beppe Fiorello sarà nel film, non ci ringrazi…
Crialese: Non c’avevo minimamente pensato

Un film TeleVisionario. Parliamoci chiaro, “Terraferma” è un brutto film. La cinepresa di Crialese tocca il fondo, eppure questo resta l’aspetto più interessante e profondo del film. Come in “Respiro” ci vengono offerte bellissime immagini sotto il livello del mare, quel fondo che metaforicamente, toccano i migranti costretti a partire. Capita poi che quel fondo lo tocchino anche realmente, annegando sulla strada che collega l’inferno al purgatorio. Dal quel fondo Crialese riemerge raramente, arrestandosi in una dimensione del tutto superficiale. Il film finisce col galleggiare e il suo peso specifico gli permette solo di penetrare di qualche centimetro verso il cuore di un tema tanto attuale quanto lontano dall’attualità. Già guardando “Once we were strangers”, film italoamericano per definizione, che fu sua opera prima e primo film Italiano selezionato al Sundance, appare chiaro l’interesse del regista verso gli alieni. Dopo il quarto film pare chiaro che il suo esordio abbia rappresentato la prima tappa di un viaggio a ritroso che lo ha portato prima in Sicilia (sua terra d’origine) e poi a raccontare il viaggio di chi emigrava negli Stati Uniti, come lui stesso aveva fatto andando a studiare alla New York University.
A ben guardare, sia “Respiro” che “Nuovomondo” iniziano in maniera del tutto simile, con una prima inquadratura dedicata alla roccia arida, così come iniziano allo stesso modo “Once we were strangers” e “Terraferma”, dove vediamo uomini in barca. E’ così assurdo azzardare che Crialese abbia voluto riprendere lo stile narrativo del suo esordio rispetto al suo ultimo Cinema, più legato alla ricerca estetica e ad un stile più orientato alla creazione di una immagine narrativa piuttosto che di un immagine al servizio della narrazione? Se così fosse, il tentativo è andato miseramente fallito.
Intendiamoci, Crialese è un ottimo regista, di certo non uno di quelli che definirei naturalisti, il suo sguardo è sempre surreale, anche se indaga situazioni reali. Egli è da sempre sceneggiatore dei suoi film, nei quali spesso la sceneggiatura è quasi un pretesto per la creazione di quadri narrativi di ottima fattura. Ed è proprio questo aspetto che me lo ha fatto ritenere uno dei migliori talenti nel panorama asfittico del Cinema nostrano, con diversi punti di contatto col Maestro Visconti.
Tirando in ballo Deleuze, potremmo dire che, fino a “Terraferma”, ha sviluppato il suo Cinema creando un legame tra immagine e tempo piuttosto che tra immagine e movimento, mettendo lo spettatore in condizione di contemplare il quadro nel momento in cui appare, cercandone i punti d’interesse, piuttosto che chiedersi, compulsivamente, quale sarà il quadro successivo. Questo ha permesso a Crialese di ottenere successo anche all’estero, dove rispetto al nostro cinema ci sono aspettative precise e piuttosto datate e l’entusiasmo è quasi automatico quando un film, ancora una volta, elude il modello del cinema plastico Hollywoodiano. Terraferma, al contrario, prova a concretizzare lo stile del regista romano e lo intrappola in una sceneggiatura flaccida che dipinge personaggi al limite del caricaturale e mette loro in bocca dialoghi Agrodolci, degni di quelle fiction che seguono Blob. Il fatto che Rai Cinema abbia preso parte alla realizzazione di questo film mi aveva messo in allarme, a più riprese ho cercato con lo sguardo il logo dell’azienda televisiva di stato, non mi avrebbe sorpreso scorgerlo in un angolo dell’inquadratura. Le dinamiche che muovono la vicenda sono oscure, tutto sembra accadere per puro caso e gli stessi personaggi vengono mossi come pedine di un gioco che alternativamente si ricorda e dimentica di loro a seconda delle necessità. Si ha la netta sensazione che lo stile del regista insegua invano un realismo in grado di riprodurre fedelmente le dinamiche che s’instaurano tra emarginati di varia natura, accade così che una Donatella Finocchiaro, vestita come Valeria Marini in “Bambola” (e ugualmente espressiva), parli con una donna somala semplicemente elidendo gli articoli dalle frasi, risultando magicamente comprensibile. Gli eventi ci vengono raccontati e raramente mostrati, segno di un disagio narrativo. Il rimando alla tragedia classica e allo scontro tra le leggi umane e quelle dello Stato è tanto prevedibile quanto mal posto. Ma veniamo alle note dolenti.
Beppe Fiorello è un personaggio nel quale sicuramente Crialese non crede, un disturbatore emulo del peggior Paolini che appare di tanto in tanto portandosi per mano il film verso lo sprofondo. Ho sperato che apparisse Frajese e che gli assestasse un sontuoso calcione.
TeleVisioni.
Mimmo Cuticchio si segnala per essere uno dei pochi attori in parte, ma a mio avviso non offre una prova troppo oltre la sufficienza. Pucillo, pur giocando in casa, offre una prova stanca e si amalgama poco con gli altro componenti della sua famiglia cinematografica, risultato molto poco credibile a dispetto della buona prova offerta in Respiro, dove Valeria Golino era perfettamente in parte e in ottima forma, al contrario di questa Finocchiaro statica e goffa. Tutti gli altri restano intrappolati in personaggi-clichè risultando assolutamente poco credibili, compreso Claudio Santamaria che compare in poche scene che sembrano scritte per dare una svolta, improvvisa e del tutto pretestuosa, ad una storia che stancamente cercava di emergere. Ad onor del vero, in Terraferma si possono apprezzare sprazzi di Cinema, in alcune scene. Il ballo sulla barca piena di turisti capitanati da Beppe Fiorello e l’arrembaggio dei migranti storpiati a colpi di remi ne sono due esempi(nemmeno troppo riusciti), ma risultano così estranei al corpo del film da apparire come dei picchi improvvisi in un elettroencefalogramma piatto, finendo col risultare delle esagerazioni. Anche in Respiro e Nuovomondo erano presenti simili suggestioni ma queste scene, innestate su una struttura visivamente solida, facevano fare ai film il salto di qualità, arricchendo una visioni già preziose, così da far nascere, sullo schermo, un Cinema entusiasmante, antropomorfico, capace di parlare di uomini in luoghi, uomini e donne soli, soli ma vivi. Un Cinema che non racconta storie con una morale sottesa o una teoria da dimostrare, un Cinema morale ma mai moralistico. In “Terraferma” tutto questo non avviene e il moralismo semplicistico e semplificato risulta spesso irritante. Il finale è l’unica cosa di cui accennerò. Ciò che vediamo è il mare solcato da un peschereccio, ma questa volta la prospettiva è capovolta e ci viene mostrato dall’alto, così lo spettatore si troverà a cercare di scorgere, tra le onde, ortaggi, grossi ortaggi, carote alle quali aggrapparsi nella speranza di rivedere presto quello che fu il talentuoso cinema di Emanuele Crialese.

Per favore prossima volta fare film migliore, io molto deluso.
(Vi assicuro che è somalo)

Michele Salvezza

Terraferma
(Italia-Francia/2011)
Regia, soggetto: Emanuele Crialese
Sceneggiatura: Vittorio Moroni, Emanuele Crialese
Musiche originali: Franco Piersanti
Fotografia: Fabio Cianchetti
Montaggio: Simona Paggi
Scenografia: Paolo Bonfini
Costumi: Eva Coen
Interpreti principali: Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, Mimmo Cuticchio, Martina Codecasa, Tiziana Lodato, Claudio Santamaria, Filippo Scarafia
88′

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  • gil

    Io ho trovato Terraferma, non solo un film riuscito. Terraferma è “un film”, ovvero un un prodotto totale; impensabile dare tale definizione a tutti i prodotti dell’attuale cinema italiano.
    Vedere che così tante persone credano che Terraferma sia un film sull’immigrazione è abbastanza triste. E’ proprio per questo che Crialese vince: gli viene chiesto di fare un film sull’immigrazione e lui gira un film universale sui sogni. A volte infranti a volte ancora possibili da realizzare. Nel mare scuro del finale non ho visto gli ortaggi. Ma se ci fate caso vedete un mare immobile, una scultura, in cui le onde sembrano paralizzate, di marmo bianco, immote. E’ il mare che diventa terraferma. E’ il sogno.

  • Michele Salvezza

    Terraferma è un film sui sogni in vendita alla Coop. Noi siamo diventati bravissimi a scovare la poesia anche nella tazza del cesso. Indigna la parola? A me indigna la retorica imbellettata. Crialese non è stato Crialese. Mi aspettavo molto da lui. Questo è cinema da centro commerciale, dove sugli scaffali trovi in vendita scene precotte per ogni sentimento che devi comunicare. Siamo ad un livello base per un pubblico base, io resto basito.
    Viva le discussioni sul Cinema!
    Emme.

  • fabio

    …nessuno ne parla e viene mal interpretata…
    voglio sottolineare che la location del film “terraferma” è a Linosa (Ag), il film è stato girato interamente su questa piccolissima isola nel centro del Canale di Sicilia, sconosciuta alla maggior parte del pubblico italiano,

  • hai fatto benissimo a fare questa puntualizzazione. purtroppo non sempre si ha modo di raccontare tutto quello che un film meriterebbe. grazie.