Last Days > Gus Van Sant

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articolo pubblicato in Rapporto Confidenziale numero14 (maggio 2009)
all’interno dello speciale GUS VAN SANT. Genio ribelle

L’ultima tentazione di Cristo, raccontata dai vangeli apocrifi e rappresentata cinematograficamente da Martin Scorsese, narra della sollecitazione rifuggita dal Gesù ‘storico’ di divenire leader politico del proprio tempo e della propria gente, la sua morte come gesto di rifiuto al potere ed alla falsità in esso contenuto. Cobain lasciò un biglietto accanto al proprio corpo esanime: «Addio fan, basta con gli inganni, la mia musica non è più sincera».


Last Days

regia di Gus Van Sant (USA/2005)
recensione a cura di Alessio Galbiati

Blake è una star della musica che si è isolata dal mondo in una villa-castello nel cuore di una foresta, in quei luoghi vivrà le ultime ore della sua vita inseguito da amici, profittatori e da un investigatore privato ingaggiato per tenerlo sotto controllo. Mentre tutti lo cercano, ed i fan di mezzo mondo lo reclamano nelle proprie città, egli sceglierà di andare in una serra per mettere fine ad ogni ossessione.

Il cinema di GVS ha nella morte uno dei soggetti principali. Nel suo cinema, volendo essere sbrigativi e schematici, è sempre presente una strage: di cuori, di anime, di vite. Ciò che cade sotto i colpi della natura intrinseca dell’esistenza è l’Amore, coniugato ogni volta in corpi, modi e forme differenti. Ciò che rimane costante è la Sostanza, l’interesse per l’osservazione (alla maniera d’una introspezione) estatica d’una vita che svanisce. Last Days è un film d’impianto cristologico, anche se GVS dalla religione cattolica – o quant’altro – non trae la propria poetica, un Cristo (post)moderno idolo (anch’esso) delle folle pedinato-raccontato-messoinscena nel suo proprio getsemani, nelle ore che lo porteranno alla scelta ultima-ed-estrema dell’auto-annientamento, del suicidio. Gravato da un peso esistenziale devastante Blake sceglierà la via del sacrificio, della fuga da un mondo sentito distante-lontano, stritolato dalla responsabilità d’essere divenuto (super)uomo modello, mito vivente. Egli comprende il cambiamento della sua essenza, l’allontanarsi inesorabile della propria natura dalla propria natura. Scissione alienata o consapevolezza estrema? Gus osserva e non giudica: mette in scena.
GVS evoca la morte di Kurt Cobain utilizzando ancora una volta, per il suo cinema, il “meccanismo della vittima sacrificale” (1), una delle marche autoriali più frequenti in tutto il suo cinema. Roberto in Mala Noche (1985), Bob in Drugstore Cowboy (1989), Bob e Mike in My Own Private Idaho (1991), Bonanza in Even Cowgirls Get in Blues (1993), Jimmy in To Die For (1995), i protagonisti di Gerry (2002), i ragazzi della Columbine in Elephant (2003) e Harvey in Milk * (2008) sono, al pari di Blake, vittime sacrificali della sua narrazione, della sua poetica, del suo cinema, vite didatticamente interrotte che dovrebbero insegnarci qualcosa sugli anfratti più oscuri dell’animo umano, agnelli di Dio – di un Dio laico.

Questo suo allontanarsi dal dato reale, la sua propensione documentaristica all’illustrazione d’uno spaccato di vita plausibile ricorda da vicino il precedente Elephant, in entrambi i casi ci si confronta con fatti di cronaca giunti alla ribalta mediatica internazionale, eventi dei quali molto si è scritto-detto-raccontato-ipotizzato: la strage di Columbine (1999) e la morte di Kurt Cobain (1994) – due fatti distanti e distinti che in egual misura hanno avuto un incredibile impatto sulla cultura dell’ultimo decennio del secolo scorso e che oggi appaiono (forse, o quantomeno ai miei occhi) come assolutamente fondanti d’un immaginario condiviso, d’una cultura collettiva modellata dai media; se Columbine ha rappresentato la prima volta d’una strage di sangue in cui le vittime ed i carnefici sono gli adolescenti, il suicidio di Cobain è stato invece l’ultima volta in cui una rock star ha abdicato al peso del successo e della fama – due casi limite che davvero rappresentano meglio di molte parole lo spirito d’un epoca. A distanza di quindici anni mi pare si possa affermare che GVS ha voluto appropriarsi con il garbo, lo stile e la discrezione che gli sono propri di due eventi macroscopici e davvero importanti sciacallati dai media del tempo, una riappropriazione volta ad una ri-semantizzazione dei fatti o, più semplicemente, ad una differente messa in scena. GVS ha voluto tramandare ai posteri fatti che una volta entrati nella macchina rimodellante del sistema mediatico hanno perso quella base d’umanità e di vero che ne costituivano l’aspetto più fondamentale e (forse) laicamente sacro. I ragazzi della Columbine e Kurt Cobain sono vittime degli anni novanta, agnelli sacrificali della società dello spettacolo sul finire del secolo scorso. Fatti di sangue non sorretti da motivazioni razionali, che solo un cielo pieno di nubi sospinte dalla nuvole può provare a spiegare.

L’atmosfera, come ogni altro elemento del/nel film, è rarefatta: rarefatto come opposto di denso, ma anche raffinato e sottile. La morte di Kurt Cobain è raccontata in maniera distaccata, si è talmente vicini e dentro le ultime ore di vita della rock star da non capire più dove inizi e finisca la finzione; Michael Pitt si perde completamente nella personalità evocata, sfiorando la mimesi: è evidente nella sua recitazione un trasporto inaudito, il suo sguardo ricorda da vicino le ultime interviste del frontman dei Nirvana ed il gioco di specchi, il rimando fra realtà e fiction è davvero vertiginoso – per inciso la sua interpretazione è davvero rimarchevole, notevole: coraggiosa e vitale.

Dal punto di vista tecnico quel che è più innovativo e sorprendente – deflagrante – in Last Days è l’uso del suono – non è un caso che l’unico riconoscimento ottenuto dalla pellicola sia stato assegnato al lavoro sull’audio svolto da Leslie Shatz (2), accadde a Cannes 2005. Ciò che sentiamo non è solo la presa diretta, ma un indistinto extradiegetico che permea (quasi) ogni inquadratura: campane, squilli di tromba, vociare indistinto. Il suono riflette i pensieri che si affollano nella mente di Cobain raffigurando il reale sottoforma di squarci sonori improvvisi; questo uso libero ed anarchico della colonna audio racconta meglio di molte parole la dissociazione alienata che ha travolto Blake-Cobain e proprio ad esso, più che alla componente visiva, è delegato il compito di descrivere la sensibilità malata del protagonista.

Viviamo in una società talmente impazzita per cui è considerato incomprensibile il comportamento di un giovane uomo che non è in grado di affrontare un tour mondiale di 86 giorni con la propria band, eppure, se a quell’opportunità leviamo i dollari, cosa rimane?
La sequenza del dialogo fra Blake ed il venditore di spazi pubblicitari delle Pagine Gialle, se in superficie può apparire come un buffo siparietto degli equivoci, è in realtà un’interessante messa in scena d’una di quelle interviste che hanno contribuito a gettare nella depressione l’artista di Seattle: cambiando il soggetto del discorso la sequenza appare disvelata e chiara (forse proprio per questo non troverete alcun critico che la coglierà per la sua reale natura).

Last Days è uno dei film più complessi e difficili del regista americano, da ri-scoprire ed amare per il coraggio dimostrato nell’indagare un qualcosa di difficilmente rappresentabile senza cadere nell’agiografico e nel biografico di tanto cinema contemporaneo (3), il registro scelto rivela le qualità d GVS solo e unico ad essersi accostato a Cobain con una tale carica di rispetto e compassione da rendere il suo sacrificio davvero universale e per questo laicamente religioso. Gli ultimi giorni di Blake equivalgono agli ultimi giorni di Cristo, dolorose prese di coscienza della propria solitudine.

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

Alessio Galbiati

 


Note:

(1) Alberto Morsiani, Le nuvole di Portland. Il cinema meteorologico di Gus Van Sant in Gus Van Sant. Genio ribelle, Cineteca del Comune di Bologna, 2003.

(2) Quello di Leslie Shatz è senza ombra di dubbio uno tra i nomi di spicco del Sound Design cinematografico degli ultimi 35 anni. Oltre ad aver lavorato con GVS in ben 9 film (Good Will Hunting, Psycho, Finding Forrester, Gerry, Elephant, Last Days, Paranoid Park, Mansion On the Hill – episodio del film “collettivo” 8 – e Milk) ha collaborato con un elenco davvero incredibile di cineasti di spicco della cinematografia nordamericana – e non solo: dall’Apocalypse Now di Coppola (1979) fino al Gomorra di Matteo Garrone (2008), passando per Carpenter, Bogdanovich, Lynch, Schrader, Friedkin e molti altri ancora, fra cui il bellissimo e sottovalutato (forse perché velocemente dimenticato) Timecode (2000) di Mike Figgis.

(3) Per chi scrive, la tendenza biografica di tanto cinema contemporaneo è sostanzialmente ‘pornografica’. Film come The Queen, Il Divo e (ovviamente) molti altri, rappresentano i limiti di molto cinema attuale che fatica a trovare ispirazione genuina. Paolo Sorrentino ad esempio compie due passi indietro ed uno avanti scegliendo di raccontare quasi integralmente la storia del divo Giulio rispettandone le coordinate ricavate dalla cronaca (giudiziaria), ma nella sua pellicola sono proprio gli slanci più surreali ed evidentemente “inventati” a risultare convincenti e riusciti.
A Bologna dal 2006, sotto la direzione artistica di Andrea Romeo, ha preso forma un piccolo festival cinematografico tutto dedicato al dato biografico: Biografilm. Ogni anno gli organizzatori possono contare su di un’enorme possibilità di scelta, fra lunghi, corti e documentari. In epoca di edonismo imperante, il cinema biografico è specchio dei tempi che viviamo: con buona pace del concetto (probabilmente oramai anacronistico) di cinema come arte.



Last Days
Regia, sceneggiatura, montaggio: Gus Van Sant; Fotografia: Harris Savides; Musiche: Rodrigo Lopresti; Suono: Leslie Shatz; Scenografie: Tim Grimes; Costumi: Michelle Matland; Interpreti: Michael Pitt (Blake), Lukas Haas (Luke), Asia Argento (Asia), Scott Patrick Green (Scott), Nicole Vicius (Nicole), Ricky Jay (Detective), Ryan Orion(Donovan), Harmony Korine (ragazzo del club), Thadeus A. Thomas (uomo delle Pagine Gialle), Nicole Vicius, Rodrigo Lopresti, Kim Gordon, Adam Friberg, Andy Friberg, Thadeus A. Thomas, Chip Marks; Produttori: Jay Hernandez, Dany Wolf; Produzione: HBO Films, Meno Film Company, Picturehouse Entertainment, Pie Films Inc.; Distribuzione italiana: BIM; Paese: USA; Anno: 2005; Durata: 97′.

 

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