Martin Witz

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Martin Witz (foto: Giulio Tonincelli)

Martin Witz, 1956, lavora dapprima come sceneggiatore di lungometraggi di finzione diretti da Christoph Schaub quali “Wendel” (1987), “Dreissig Jahre” (1989), presentato a Locarno, e “Am Ende der Nacht” (1992), selezionato al Festival di Cannes. Scrive inoltre “Filou”, diretto da Samir, e “Ludwig 1881”, realizzato da Fosco e Donatello Dubini, entrambi selezionati a Locarno. Successivamente si dedica al documentario firmando “Noel Field” (1997) e “Von Werra” (2000) di Werner Schweizer. Attivo anche come montatore e fonico, debutta nella regia con due documentari prodotti da Arte: “Malaria” (2002) e “Indische Regen-Ernte” (2005), mentre con “Dutti der Riese” (2007) realizza la sua prima pellicola per il grande schermo. Il film, campione di incassi in Svizzera, è stato presentato in anteprima al Festival del film di Locarno.

articolo pubblicato in Rapporto Confidenziale numero35 – Speciale Locarno 64. Pagg. 118-123

Intervista a Martin Witz su
The Substance – Albert Hofmann’s LSD

di Roberto Rippa

Roberto Rippa: Cosa l’ha portata a interessarsi alla vita di Albert Hofmann e alla scoperta da parte sua dell’LSD?

Martin Witz: L’LSD è un articolo da esportazione svizzero, un articolo bizzarro. È una sostanza famosa ma quasi nessuno sa che in origine si tratta di un prodotto svizzero, scoperto un po’ per caso nel pieno della guerra, a Basilea. C’è un chimico che fa una scoperta che inizialmente non capisce. Poi questa sostanza segue un percorso che la porta in tutto il pianeta scatenando seria confusione. Poi ci sono altri aspetti scientifici. Il suo impatto è stato talmente forte nel corso dei decenni, dagli anni ’50 e ’60, da farmi pensare, in quanto cineasta svizzero, che avrei dovuto raccontarne la storia. Si tratta di un fenomeno internazionale che noi Svizzeri possiamo e forse dobbiamo raccontare.

RR: C’è un altro aspetto che ho notato guardando il film: si tratta di una storia molto vecchia e nel contempo molto attuale. Come ha iniziato a documentarsi su Hofmann? Nel film c’è una lunga intervista, l’ha realizzata lei?

MW: È una storia triste questa perché quando ho contattato Hofmann per la prima volta mi ha risposto: “Senta, sono vecchio” – aveva 102 anni – “non mi sento bene, sono stanco. Dov’era 10 anni fa?” Mi sono risposto che aveva ragione. Mi sono pentito di non averlo incontrato prima. Poi ha aggiunto: “Sono spiacente ma mi lasci tranquillo”. Ho rispettato la sua richiesta ma poi, qualche settimana dopo, mi sono detto che avrei insistito. L’ho fatto, l’ho chiamato al telefono, è stato molto cortese. Ho iniziato a spiegargli cosa intendevo fare e quando ha capito che non si sarebbe trattato di giornalismo classico, quello a cui era abituato, bensì di 90 minuti di cinema con tutti i crismi, un’opera sulla sua vita con fondamenti di base come la materia e la coscienza – frontiere bizzarre, con una molecola che cambia la nostra personalità, una questione enigmatica ancora oggi – allora ha capito che avremmo potuto fare un’intervista su questioni di base come la morte, la vita, la creazione, e mi ha risposto: “Va bene, venga”.
Abbiamo fissato un appuntamento per il venerdì successivo. Mi ha chiesto di andare da lui direttamente con la mia troupe perché non avrebbe avuto tempo di intrattenere conversazioni prima, come avrei voluto io per prepararmi un po’. Ero felice perché finalmente, dopo mesi di rifiuti da parte sua e tentennamenti da parte mia, avevo ottenuto il mio appuntamento. Ho preparato tutto e riservato la troupe, ma il lunedì precedente vengo a sapere che Hofmann è morto. Quel venerdì è diventato il giorno del suo funerale.
Quindi sono stato alla chiesa di Bottingen, a Basilea, anziché a casa sua per il nostro appuntamento.
A quel punto non sapevamo bene cosa fare ma dopo qualche settimana io e il produttore abbiamo riflettuto e deciso di andare avanti. Ho iniziato a cercare interviste vecchie con lui e ne ho trovate alcune.
Soprattutto quella che ho usato nel film, che è di un cineasta tedesco che aveva incontrato per interesse profondo Hofmann una volta all’anno circa. Fortunatamente ci ha ceduto il materiale. Abbiamo potuto acquistare l’intervista, che rappresenta un filo conduttore lungo il film e che include anche aspetti critici, dubbi, eccetera. Quella di avere avuto questa intervista è una stata una fortuna per noi, altrimenti ci avrebbe spezzato le gambe a livello cinematografico.

RR: Documentandosi su Hofmann, si può trovare di tutto…

MW: Si, un’immensità di materiale.

RR: …ma credo che questa sia la prima opera in cui si trova Hofmann che parla di sé mescolato con immagini d’archivio e film d’epoca. Un’opera monografica che non esalta il mito – molto diffuso – ma tratta della persona.

MW: Ecco, è importante, grazie!
Intorno ad Albert Hofmann c’è molta gente che lo ama, è un mito, un padre per molti, soprattutto nella comunità allucinogena, di cui non faccio parte pur avendo grande interesse per questa sostanza e conoscendola comunque – ho fatto i miei trip meravigliosi. Però non mi sento un membro di questa comunità, diciamo così, esoterica. La rispetto, ma non fa per me. Io sono una persona che opera nella tradizione classica della ricognizione, sono un cineasta piuttosto narrativo che esplora le contraddizioni, non ho la tendenza alla mistificazione. Quindi ho molta simpatia per queste persone ma io mi sento diverso, un po’ distante.

RR: L’aspetto legato al mito è comunque presente attraverso le immagini d’archivio, dove si vedono gli effetti di questa scoperta a livello mistico e mitico.

MW: Per me Albert Hofmann è uno scienziato con un’attitudine enormemente aperta nei confronti della spiritualità e dell’ignoto. Per me non è per nulla un guru o un santone. E lui aveva questa stessa opinione di sé. Lo ha dichiarato pubblicamente descrivendosi come uno scienziato svizzero corretto ma, e qui trovo che stia la classe di Hofmann, era uno scienziato alle prese con cifre e molecole ma, dopo questa esperienza curiosa, era aperto verso questo altro mondo che gli era sconosciuto e che anche oggi rimane un enigma. Forse questa è la ragione principale per cui ho realizzato questo film.

RR: È un punto di partenza interessante.

MW: Si, è necessario avere grande rispetto per Albert Hofmann da questo punto di vista. Uno scienziato che scopre qualcosa che sfugge alle sue categorie senza però rifiutarla, bensì osservandola. Aprirsi, porsi delle domande e accettare il mistero. Per me è stato un grande uomo.

RR: È uno degli aspetti che ho molto apprezzato del film. Molte persone scopriranno Albert Hofmann sotto un’altra luce.
Nel film ci sono molte testimonianze, come le ha cercate?

MW: La scelta delle persone che portano la loro testimonianza nel film viene da un processo lungo perché avevo un elenco che comprendeva 40-45 nomi, che ho incontrato in gran parte, quelli che ho pensato che avrebbero potuto apparire perché tutte avevano qualcosa da dire sul tema. Quindi ho iniziato
a viaggiare e incontrare le persone. Alla fine ho deciso di scegliere le nove persone che appaiono nel film, con Albert Hofmann sempre al centro. Questo perché ho avuto l’impressione che si trattasse di gente che aveva davvero qualcosa da dire sui temi che avevo posto al centro del film: la psichiatria, il complesso militare, i servizi segreti, la controcultura californiana, gli eccessi e la catastrofe. Poi mi sono detto che a livello drammaturgico sarebbe stato interessante riprendere la sostanza dopo la demonizzazione, con la sua rinascita nel campo della psichiatria o della cura dei malati di cancro. Questo perché avrebbe creato un effetto catartico verso una riflessione finale di Hofmann che ci dice di pensare che non bisognerebbe attraversare questo paradiso ad occhi chiusi.

RR: Che opinione ha sull’aspetto psichiatrico, che ha grande spazio nel film ed è uno tra i molti punti di vista sull’argomento?

MW: Quello tra medicina e LSD è un rapporto complesso. Gli esperimenti effettuati negli anni ’50 erano vittime delle stigmatizzazioni che avevano avuto luogo a metà degli anni ’60. Sono stati completamente rimosse per ricominciare oggi. Io penso che nella medicina, nella psichiatria, gli specialisti dovrebbero avere la possibilità di lavorare con questa sostanza, ovviamente in modo controllato e certificato, esattamente come lavorano con altre sostanze pericolose e radioattive. Non sono uno specialista, ma molti medicinali sono complessi e possono essere utilizzati unicamente da mani di specialisti. In un contesto così potrei immaginarmi – da profano – una liberalizzazione nel campo della ricerca. È quello che mi dicono alcuni esperti. Non dico che vada legalizzata semplicemente, ma nel campo della ricerca,
con regole e attenzione, perché no?

RR: Pensa che questa impossibilità di utilizzare l’LSD nel campo della medicina sia una conseguenza diretta delle demonizzazioni del passato? Pensa che il mito sulla sostanza possa avere interferito con il suo potenziale di utilizzo?

MW: Si, soprattutto negli Stati Uniti l’LSD scatena accora isterismo. Si può capire come all’epoca lo Stato avesse iniziato a reagire, visto che era diventato un problema serio, ma ciò che mi ha davvero colpito attraversando gli Stati Uniti e incontrando le persone, è che ancora oggi l’argomento LSD provoca reazioni forti. In Europa va meglio, soprattutto in Svizzera, dove abbiamo delle leggi sulle sostanze stupefacenti che sono piuttosto liberali. Per queste ragioni non può essere un caso che il primo dottore ad avere ottenuto il diritto di utilizzare nuovamente l’LSD nelle sue terapie con pazienti malati di cancro sia uno Svizzero. È grazie alle nostre leggi. Abbiamo leggi idiote, come quelle sull’immigrazione, ma quelle sulle droghe sono a mio parere molto interessanti.

RR: Per quanto tempo ha lavorato al progetto del film? Immagino molto.

MW: Ho lavorato per quattro anni. Ma non posso davvero dire che siano stati quattro. Io lavoro da trent’anni come sceneggiatore e montatore, e per questo progetto ho iniziato nel 2007. Ho letto e studiato molto, ho fatto molte ricerche, ho trovato un produttore che mi ha pagato perché potessi portare avanti
il lavoro di ricerca, viaggiare, scrivere una sceneggiatura e cercare il denaro necessario per girare il film.
Questa fase è durata complessivamente un anno e mezzo o due ma è difficile dirlo con precisione. È stato necessario comprendere questo paesaggio piuttosto complesso e operare delle scelte.

RR: Immagino che si sia trattata di una fase difficile quella della selezione del materiale. Il risultato delle scelte autorizza a pensare che si tratti di un film personale?

MW: Non lo trovo particolarmente personale. Per me è piuttosto una storia dell’LSD vista attraverso i miei occhi ma non si tratta di una mia versione personale. Trovo che si tratti di una tra le maniere possibili per mostrare ciò che è accaduto con questa sostanza attraverso le sette decadi che sono seguite alla sua scoperta. La mia ambizione era quella di raccontare tutti i cambiamenti nella società occidentale in cui
questa sostanza ha circolato e mostrare quale strano fiore ha fatto crescere. Immaginiamo: la psichiatria, i militari, e poi la ribellione…tutte queste strane anime differenti tra loro hanno fatto riferimento alla stessa sostanza. Hanno legato delle speranze, talvolta folli, su questa sostanza. È stato questo a colpirmi.

RR: Nel corso della preparazione del film, c’è stato qualcosa che l’ha colta di sorpresa, qualcosa che non si sarebbe aspettato sull’argomento?

MW: Ciò che più mi ha sorpreso è stato il fatto che l’LSD negli Stati Uniti, dove si svolge la gran parte del film, è percepito ancora come una sostanza molto pericolosa per la società. Una reazione anche infantile.

RR: C’è una frase di Hofmann che mi colpito. Recita più o meno così: “Un uomo di scienza deve essere anche un po’ mistico, altrimenti non può essere un vero scienziato”. Una posizione illuminata per uno scienziato che ci si aspetta sia piuttosto attento ala concretezza delle dimostrazioni materiali.

MW: La classe di Hofmann consisteva proprio nell’esistenza di questi due lati e nella capacità di farli convivere. È proprio l’essenza della sua personalità.

RR: Quali sono state le reazioni al film qui al Festival di Locarno?

MW: Le sale sono state piene per le proiezioni del film. Anche oggi hanno dovuto lasciare fuori parte del pubblico perché la sala era piena. Questo mi rende molto felice. È già un onore per me essere qui.
Il fatto che così tanta gente abbia voglia di vederlo mi conferma che l’argomento che ho scelto di trattare è di grande interesse. Non per merito mio, per via dell’argomento. Non voglio essere troppo modesto ma film come questo funzionano grazie al loro soggetto forte. Se poi se ne fa una buona costruzione a livello cinematografico, allora tanto meglio. E io spero di esserci riuscito. La reazione di alcuni giornalisti mi ha lasciato stupefatto: mi è stato chiesto se non sono stato troppo positivo nei riguardi dell’LSD. Mi è stato chiesto se sono un militante pro LSD. Ho risposto di no, io volevo solo raccontare una storia rimettendo in prospettiva le polemiche che ci sono state qualche decennio fa.

RR: Personalmente non ho avuto affatto l’impressione di un’opera militante. Al contrario, ho notato che è riuscito a mantenere una distanza tra le varie parti. Anche attraverso la scelta delle differenti testimonianze.

MW: È una questione di equilibrio. Poi c’è una sottotraccia che può essere letta da chi lo desidera. È complessa come l’ho voluta io.

RR: È vero ciò che diceva prima, ossia che l’argomento del film è forte e gli permetterà di trovare un pubblico, ma è anche vero che lei è reduce dal grande successo di pubblico di “Dutti der Riese”, il suo documentario biografico del 2007, e questo sicuramente avrà un peso nel suo successo, non pensa?

MW: Si, è possibile che io abbia approfittato un po’ del mio ultimo film, forse anche un poco di più di quanto avessi pensato.

RR: Cosa accadrà ora del film? C’è già una distribuzione svizzera?

MW: Si, in Svizzera uscirà nelle sale a metà novembre. Prima nella Svizzera tedesca e più tardi nel resto del Paese. Poi ci sono le vendite internazionali. Non so cosa succederà, il distributore attendeva il Festival.

RR: Immagino che sia molto il materiale che non ha potuto entrare a fare parte del montaggio finale del film. Pensa che ce ne sia di interessante da utilizzare nella pubblicazione in DVD?

MW: Certo, è molto il materiale che non è stato montato nel film. Penso proprio che occorrerà organizzarlo per inserirlo nella versione in DVD come bonus. Da una parte il materiale d’archivio, per il quale ci sono problemi di diritti ancora da regolare; dall’altra, senza problemi di diritti, il materiale
relativo agli intervistati, che hanno parlato molto. Ho fatto interviste di un’ora, un’ora e mezza, e queste persone mi hanno offerto molti spunti di riflessione, molte memorie. Penso di dover tornare in sala di montaggio e dare una struttura a tutto questo. Ne varrebbe la pena perché queste persone sono state testimoni di spicco.
Soprattutto Stanislav Grof è stato un protagonista importante, forse il più importante con Hofmann. Lui ha parlato per due ore, abbiamo fatto tutto il giro dell’orizzonte partendo dalla Praga degli anni ‘50. La sua forza è consistita nell’insistere sul tema della ricerca sull’alterazione della coscienza, un tema su cui ha scritto libri. È un grande conoscitore dell’argomento.

RR: Curiosità personale: ha visto nella sua ricerca film sulla cultura dell’LSD? Come quelli di Roger Corman, “The Trip” per esempio?

MW: Avrei voluto integrare proprio “The Trip”, all’inizio anche “Easy Rider” per quella bella scena nel cimitero di New Orleans, che mi sarebbe piaciuta nel contesto. Ho anche parlato con Peter Fonda che inizialmente era d’accordo ma poi ha cambiato idea. Alla fine però ho preferito usare i film di propaganda
che avevano realizzato nello stesso periodo negli Stati Uniti. Integrare scene di finzione mi sarebbe costato troppo tempo perché ci vogliono sequenze di almeno due o tre minuti perché si capiscano e questo avrebbe spezzato il ritmo del film. Questo per non parlare dei diritti. Ho telefonato all’ufficio di Corman per iniziare a farmi un’idea ma alla fine sono stato contento di avere scelto diversamente.

Locarno, 8 agosto 2011


Leggi l’articolo su “The Substance – Albert Hofmann’s LSD” da RC

Video
Intervista: RR / Rapporto Confidenziale
Realizzazione: Emanuele Dainotti
con Stefano Scagliarini e Giulio Tonincelli
Post-produzione: Alessandro G. Capuzzi e Emanuele Dainotti
Produzione: Sette Secondi Circa (www.settesecondicirca.com)

Musica: Digital Primitives (Brano: “Bones”. Album: “Digital Primitives”)
CC BY-NC-ND 3.0

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+