Liu mang de sheng yan > PAN Jianlin

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Liu mang de sheng yan (Feast of Villains, Cina/2008)
regia: PAN Jianlin; sceneggiatura: PAN Jianlin, ZHAO Xu, ZHOU Bin, ZHAO Jinge, SUN Peng; fotografia: ZHANG Yongqian, XIE Peng; montaggio: ZHANG Yifan; interpreti: ZHOU Cheng, LI Geng, ZHAO Jinge, ZHOU Bin, SUN Peng, HAN Shiqiang; formato: DCP/HD; durata: 85’
Menzione speciale al 61° Festival del Film di Locarno.

Nella coltre di smog della nuova Pechino di questo secolo cinese si muove silente il giovane Fu-gui. Lavora tutto il giorno facendo consegne a bordo d’un modesto furgoncino sulla cui fiancata vi è appiccicato un beffardo adesivo con la scritta “Happiness Express”. Suo padre è ricoverato in ospedale, costretto da un grave problema di salute la cui cura è subordinata ad un enorme esborso di denaro che il giovane non ha alcun modo di poter versare al cinico medico che lo ha in cura. Quando le sue condizioni si aggravano Fu-gui è costretto a riportarselo a casa, sempre che una baracca dalle pareti di legno e cartone possa considerarsi tale. La disperazione della situazione porta il ragazzo a cercare una soluzione al problema economico che lo affligge, dapprima intende rubare il materiale informatico che di lavoro consegna, poi però lascia da parte la strada del furto – forse consapevole del fatto che in fondo quel lavoro è l’unica cosa che gli rimane davvero. Capita però che durante un controllo di polizia Fu-gui venga trovato sprovvisto delle necessarie autorizzazioni per poter utilizzare il proprio furgone a fini commerciali e che per questo il furgone venga posto sotto sequestro. A questo punto al ragazzo non rimane più nulla. Senza soldi e senza lavoro la condizione del padre è segnata, fra l’indifferenza di tutte le persone che si muovono attorno a lui. Tutti appaiono spaventati delle conseguenze che una loro azione contraria alle leggi dello Stato possa essere fonte di problemi con le autorità, nessuno dimostra un barlume di comprensione e solidarietà per una persona in difficoltà.
Non trovando soluzione alcuna all’impellente necessità economica Fu-gui si rivolgerà ad un’organizzazione illegale dedita al traffico d’organi. La vendita di un rene è la sola soluzione che gli viene offerta per salvare la vita del padre. Lasciato in mani amiche il moribondo padre, si recherà dai trafficanti che dopo qualche giorno procederanno all’operazione. Al risveglio Fu-gui scoprirà che coloro con i quali si era accordato non hanno per niente rispettato i patti, gli hanno tolto un rene senza versargli sul conto nemmeno un centesimo della cifra pattuita.
Ritornato a casa apprenderà che il padre è morto. L’ultima parte del film è lo straziante racconto delle difficoltà incontrate nell’ottenimento delle necessarie autorizzazioni per la formalizzazione dell’avvenuto decesso e della successiva cremazione del corpo.

PAN Jianlin mette in scena un dramma senza scampo e senza speranza alcuna, ci racconta per piani sequenza una disperata vicenda che non stentiamo ad immaginare come possibile pur nel suo incomprensibile svolgimento. La sceneggiatura si accanisce sul protagonista con risvolti quasi comici, senz’altro grottescamente kafkiani, che precipitano la narrazione in una specie di percorso a tappe della sfortuna, o se preferite ‘del fato’, o meglio ancora ‘della sfiga’. Ciò che emerge è una Cina cinica e spietata, disumanizzata e disumanizzante in cui nessun individuo si assume la responsabilità di contravvenire al proprio ruolo impostogli dallo Stato. E’ come se tutti i personaggi avessero paura ad agire, terrorizzati  dalle ripercussioni che le loro azioni potrebbero avere per le loro stesse vite. Gli unici personaggi che escono dal recinto del lecito, i trafficanti d’organi, non paiono avere altro fine che il proprio tornaconto economico, reso visivamente da una squallida festa a base di alcol e prostitute. PAN Jianlin ci racconta d’una realtà in cui la vita ha perso ogni valore altro rispetto al denaro, quasi a volerci dire che il super capitalismo comunista del gigante asiatico è una specie di mostro che alla velocità delle transazioni economiche del giorno d’oggi tutto inghiotte e fagocita senza sosta.
E’ interessante notare la similitudine fra la situazione messa in scena da questa pellicola ed il celebre primo elemento della trilogia della vendetta (“Sympathy for Mr. Vengeance”, 2002) del coreano Park Chang-woo. In entrambi i casi abbiamo due protagonisti che in maniera differente, ma simile negli esiti comunicazionali, sono in qualche modo dei disadattati sociali, dei non integrati (un ragazzo sordomuto nel film coreano, un taciturno e solitario nel cinese) e soprattutto in entrambi i casi il protagonista vende una parte di sé, il proprio rene, ad organizzazioni truffaldine per salvare la vita d’un proprio caro (la sorella in Park Chan-woo, il padre in PAN Jianlin). Entrambi rimarrano “fregati”, senza il rene e senza i soldi, ed entrambi vedranno morire il proprio affetto più caro. Lo scarto fra i due film risiede nella reazione dei protagonisti, se nel film coreano egli scatena una vendetta nei confronti dell’organizzazione che lo ha truffato e che di fatto ha concorso all’uccisione della sorella, nel film cinese in questione Fu-gui non fa nulla: accetta passivo tutto quello che gli piove addosso, incapace di reagire, forse anche di sentire.
Un film che è un pugno nello stomaco, un racconto in presa diretta sulla Cina contemporanea dove non è nemmeno possibile vedere le contraddizioni poste in essere dalla crescita esponenziale della sua economia tanto siamo collocati in prossimità del protagonista, ci viene offerto solo d’osservare da distanza ravvicinata una storia esemplare sugli effetti nefasti di questo sistema. I grandi sistemi sono sullo sfondo, l’architettura di Pechino in via di trasformazione, come nella sequenza d’apertura durante la quale Fu-gui muto si muove con sullo sfondo l’incredibile stadio olimpico in via di ultimazione.
(Alessio Galbiati)

L’articolo è pubblicato su: Rapporto Confidenziale. Speciale 61° Festival del Film di Locarno.
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