YellowBrickRoad > Jesse Holland, Andy Mitton

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Friar, New Hampshire. E’ una mattina di una fredda giornata dell’anno 1940 quando i cinquecentosettantadue abitanti del luogo si avventurano su un sentiero di montagna lasciando dietro di sé ogni bene di primaria necessità. Saranno ritrovati tutti morti lungo il sentiero, chi ucciso dal freddo, chi orrendamente trucidato. Nel 2008 un gruppo di ricercatori si reca a Friar per capire quello che è successo in quei giorni del 1940.
Ci sono due modi per raccontare una storia piena di domande: la prima è dare delle risposte (possibilmente soddisfacenti) e la seconda è non darne nemmeno una. Per la prima soluzione basta essere bravi, per la seconda bisogna essere dei geni. Il problema è stato Lost, grande contenitore di domande ed enorme scatolone di cartone ammuffito con all’interno qualche rispostina banale. Adesso tutti vogliono mettersi lì a fare quelli che pongono domande e non danno risposte, quelli che tanto allo spettatore post-moderno non interessano mica, a lui interessa il percorso, la psicologia dei personaggi. Col cazzo. Se sei un J.J. Abrams voglio delle risposte, se sei David Lynch fammi delle domande.
Questo era uno sfogo per far capire quanto ancora mi provochino dolore i sette anni di fidanzamento con Lost (sette anni finiti male, malissimo) e per portare a galla la più grande malattia che dovrà affrontare il nostro cinema nei prossimi anni a venire: i film che non danno risposte per essere originali. Lo ripeto, col cazzo che siete originali. Prendete l’horror “YellowBrickRoad” e buttatelo via subito. Cinquanta minuti da manuale: oscuro, interessante, regia convincente e interpreti misurati, gran belle premesse in un genere sempre meno originale (anche se i riferimenti illustri non mancano, in primis il “Picnic a Hanging Rock” di Peter Weir). Quello che convince di tutto il lotto è sicuramente la regia degli esordienti Jesse Holland e Andy Mitton che, rifuggendo dallo spettro di “The Blair witch project” (nonostante la presenza delle videocamere), propongono un racconto solido e a volte originale (tutte le belle sequenze fotografiche), attento e furbissimo nello sfruttare ai massimi livelli l’uso terrificante del sonoro, qui palesato in una colonna sonora interna al racconto, mesmerica e squilibrante (e a volte sottilmente ironica), vera protagonista del film e grande interprete della sequenza più convincente e paurosa dellla pellicola.
Peccato che dopo questo primo tempo che è riuscito non solo a convincerci, ma anche ad interessarci, il film diventi improvvisamente noioso: i personaggi cominciano a vagare senza senso per la foresta e ognuno fa delle cose di cui ci importa ben poco. La sensazione è quella che nemmeno i registi-sceneggiatori sapessero come far finire la loro storia e allora si buttano sulla solita questione dei sopravvissuti (psicologicamente poco convincente). Sensazione questa che viene riconfermata da un finale stupido e ricattatorio che, senza problemi, possiamo ammettere che suona più come una presa in giro piuttosto che come una degna spiegazione del mistero che aleggia sul film (e che quindi rimane sostanzialmente inspiegato). In dirittura d’arrivo, “YellowBrickRoad” disturba per la palese citazione a “Shining” e fa incazzare per la nonchalanche con cui fotte a “Il seme della follia” il suo bellissimo e terrificante finale, qui naturalmente banalizzato e fuori-contesto.

Matteo Contin

YellowBrickRoad
(USA/2010)
Regia, sceneggiatura: Jesse Holland, Andy Mitton
Interpreti principali: Cassidy Freeman, Anessa Ramsey, Laura Heisler


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