Anca Damian

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articolo pubblicato in Rapporto Confidenziale numero35 – Speciale Locarno 64. Pagg. 24-29

Anca Damian Studia all’Accademia di teatro e cinema dove si diploma come direttore della fotografia e si laurea in cinema, arti e media. Il suo lavoro in qualità di direttore della fotografia per lungometraggi – “Ramînerea” (“Forgotten by God”, 1991, di Laurentiu Damian), “The Way of Gods” (1992) – e numerosi documentari e cortometraggi, le vale alcuni premi nazionali. Lavora anche come regista, sceneggiatrice e produttrice per diversi documentari. Nel 2008, produce, dirige e sceneggia il suo primo lungometraggio – “Intalniri incrucisate” (“Crossing Dates”) – produzione rumena-finlandese che viene selezionata da numerosi festival, compreso il Rome Independent Film Festival.

Intervista a Anca Damian, regista di “Crulic – drumul spre dincolo
(“Crulic – The Path to Beyond”)

Roberto Rippa: Innanzitutto, cosa l’ha spinta a raccontare la storia di Claudiu Crulic?

Anca Damian: Ho scoperto il suo caso e sono rimasta colpita dalla questione dello sciopero della fame durato quattro mesi. In un caso così è possibile contemplare il cambiamento nel corpo, muori prima di morire davvero. Di solito le persone muoiono nello spazio di pochi secondi, o muoiono di malattia, ma quando affronti uno sciopero della fame, ti vedi morire per un lungo periodo di tempo se hai il potere di andare avanti nel tuo intento e riesci a non interrompere, visto che c’è un fortissimo istinto di sopravvivenza che suggerirebbe di dire: “Smettiamo e mangiamo, forse lo farò la prossima volta. Posso sempre morire domani”. Non credo ci siano eroi nella nostra società oggi. Non voglio dire che Crulic fosse un eroe, nel senso di una persona che ha combattuto per una grande causa, ma ha comunque immolato la sua vita per qualcosa in cui credeva, e se ci si chiede chi sia disposto a morire oggi per una causa in cui crede non si troveranno molte persone. Per me Crulic è una persona cui nel corso della sua vita nessuno ha prestato attenzione. Nessuno avrebbe scritto una parola su di lui. Era una persona piccola, comune, ma con la sua morte ha dimostrato di essere molto più grande di tante altre. È una storia che mi ha subito attratta e ho iniziato a lavorarci scavando senza sapere dove sarei arrivata. Tutti mi dicevano che era un tema pericoloso, si chiedevano come avrei fronteggiato questo percorso investigativo. Io sapevo che avrei dovuto conoscere tutto della sua storia per raccontarla. Quindi sono partita con una mia investigazione, mi sono documentata per più di un anno, ho letto molti documenti e incontrato molte persone.

RR: Ha appena detto che non lo considererebbe un eroe…

AD: Non lo definirei così per come ha vissuto. È stato un eroe per come è morto.

RR: …ma secondo lei lo si può considerare come un simbolo degli immigrati di oggi, per nulla considerati tanto che potrebbero affrontare uno sciopero della fame senza suscitare alcun interesse intorno a loro? Può Crulic essere considerato un simbolo dell’immigrato della nostra epoca?

AD: Si, si può dire che è un simbolo dell’immigrato moderno ma è ancora più di questo. Perché un immigrato non è una persona come noi. È sempre comunque diverso, non è della tua città. Potresti chiederti: “Perché dovrei interessarmi a lui?”. Ha a che fare con il nostro modo di pensare: se non sono io, perché mai dovrei preoccuparmi? Ovviamente l’immigrato è una persona che non sei tu, ma ci si può spingere più lontano e identificarsi in lui e sentirsi come lui.

RR: Un aspetto che mi ha molto colpito del film è che ha scelto di raccontare una storia tanto tragica infondendovi molto humour e ironia. Pensa che il senso dell’umorismo contribuisca a dare più forza alla tragedia?

AD: Credo che la vita sia complessa. Noi Rumeni abbiamo questo senso peculiare dell’umorismo, ridiamo dei nostri problemi. Questo rende la vita più articolata. Una storia tragica può essere raccontata piangendo, ma non ha senso perché acquista molta più potenza se mescoli le emozioni. Questo non smorza il pianto. Credo nella complessità, non puoi definire una cosa come triste e basta, ci sarà comunque sempre un lato divertente. Devi mescolare differenti emozioni per creare un universo. Poi, ovviamente, quando alla fine piangerai, piangerai davvero.

RR: Ha detto che ha lavorato per un anno per raccogliere materiale per il film ma com’è avvenuto il lavoro di documentazione in Polonia?

AD: Non è stato difficile, all’inizio è stato proprio impossibile avere accesso a qualsivoglia documento.
Credo che per un anno dopo la sua morte fossero spaventati dalla possibilità che si raccontassero cose negative sul caso. Addirittura, c’era una sola giornalista polacca che era riuscita a leggere gli incarti.
Si trattava della giornalista che aveva scoperto il caso di Crulic ma dopo che lei aveva avuto modo di leggere i documenti hanno chiuso l’accesso a chiunque, anche ai giornalisti polacchi. C’è stato anche un giornalista rumeno che si trovava in Polonia per indagare ma è stato impossibile anche per lui accedere alla documentazione. È stato lì per 3 o 4 mesi ma è stato impossibile vedere alcunché. Per quanto mi riguarda, non mi hanno lasciata nemmeno pensare di potermi avvicinare alla documentazione. Così ho incontrato la giornalista che aveva avuto possibilità di leggerla e lei mi ha trasmesso un po’ di informazioni. Alla fine, però, in ciò che aveva letto e di cui si ricordava mancava sempre qualcosa e io volevo leggere i documenti.
Dopo un anno e dopo la conclusione della loro investigazione, che non aveva evidenziato alcuna colpa se non quella, peraltro solo ipotizzata, da parte del medico, erano molto più rilassati. A quel punto il fatto di essere accompagnata dal coproduttore polacco – non una produzione qualsiasi ma il Polish Film Institute – ha reso tutto molto più semplice perché non si trattava di un semplice straniero che ai loro occhi avrebbe potuto mettere in cattiva luce la Polonia.

RR: Quindi la paura riguardava il rischio che il Paese potesse essere descritto in modo negativo nel film?

AD: Si, difendono il loro Paese. Ciò che ho sentito è che lo difendevano più di quanto avrebbero fatto i Rumeni. I Polacchi non permetterebbero mai che si possa parlare male del loro Paese. In un certo senso è una cosa che apprezzo: amano il loro Paese e lo difendono, ne sono fieri. Non sentirai mai un Rumeno dire che il suo Paese è straordinario, anche se talvolta ci sentiamo un po’ speciali. Il problema con i Polacchi era che si chiedevano: “Perché mai dovremmo perdere tempo e denaro per un film così, per un film che parla male di noi?”. Non era la mia intenzione, non avrei nemmeno immaginato di fare una cosa del genere. I Rumeni erano sulla stessa barca perché c’era anche da parte loro il timore che io potessi dire cose negative sul Ministro degli esteri, per esempio. La Romania ha avuto un ruolo in questa tragedia.
Naturalmente il console rumeno in Polonia potrebbe dire: “Non ho fatto nulla, non sapevo nulla, non avrei potuto immaginare”. Anche quando pensi sin dall’inizio che qualcuno sia colpevole – ed è provato che lui lo è stato – è necessario investigare.

RR: Lei è una documentarista, da dove nasce la scelta di trasformare questa storia in un film di animazione?

AD: Non direi di essere una documentarista.

RR: No?

AD: No. Sento di esprimere me stessa e i miei progetti attraverso forme d’arte che sono diverse. Realizzo documentari quando il tema è reale, realizzo opere di finzione quando il tema riguarda la finzione.
Se guardi i miei documentari, contengono tutti una mia visione del tema che tratto. Non mi piace realizzare documentari nel senso letterale del termine, frutto di investigazioni, ecc… sullo stile “National Geographic”, per intendersi. Mi sento molto lontana da quello stile, non saprei come lavorarci nemmeno se qualcuno mi pagasse per farli. All’inizio volevo fare della storia di Crulic un docu-drama, pensavo che un giornalista avrebbe dovuto recarsi sul posto e incontrare le persone coinvolte nella storia senza che queste sapessero che stavamo girando. Quando ho affrontato il mio lavoro di investigazione, però, ho realizzato che le persone non dicevano cose interessanti, che si nascondevano dietro le loro stesse parole e ciò che mi interessava non erano le loro parole ma ciò che vi si nascondeva dietro. Le cose più importanti della storia si trovavano ormai nella bara di Crulic e da lì le ho prese. Ho quindi scelto di raccontare la storia attraverso il suo punto di vista. Ho sentito l’esigenza di conoscerlo, ho preso un pezzo di lui da ogni familiare, amico, vicino di casa, da ogni persona che lo aveva incontrato. Ho preso piccole parti di lui da ognuno di loro e questo mi ha permesso di ricostruirlo nella mia testa.

RR: Quanto tempo le è stato necessario per ricostruire, per lei personalmente, la sua figura per il film?

AD: Un anno. È stata una ricostruzione lenta, non avevo fretta. Quando lavori di fretta, non hai tempo per costruire qualcosa dentro di te. Poi, dopo che ho avuto una visione complessiva del progetto, ho dovuto trasmetterla alle persone che avrebbero lavorato con me. Quando abbiamo formato questa squadra di animatori, nessuno tra loro aveva mai collaborato prima, è stata la prima volta per ognuno di loro. Si sono incontrati proprio in questa occasione. Non era il loro film, non nasceva da una loro idea, e quindi c’è voluto del tempo perché il film diventasse anche loro. Dopodiché è giunto per me il momento in cui ho solo dovuto mantenere la giusta rotta. Però ci sono voluti tre o quattro mesi di lotta, perché sono artisti, ognuno con la sua propria visione, e io ho dovuto eliminare alcune tra le idee che avevano. All’inizio erano proprio scocciati. Dopo questi tre mesi, però, mi hanno capita e hanno formato un gruppo vero e proprio.

RR: Li ha scelti lei personalmente?

AD: Si. In Romania non esiste per nulla una tradizione di cinema di animazione, ci sono solo pochi cortometraggi. Erano 20 anni che non veniva prodotto un lungometraggio di animazione. In Polonia sì, c’è una tradizione nel cinema di animazione. Quindi per me non sarebbe stato possibile dire: “Mi rivolgerò a quel dato studio perché lavora in un certo modo”. Questo però è stato un bene perché credo che le persone diano il loro meglio la prima volta che fanno una data cosa perché non restituiscono ciò che è stato insegnato loro, bensì esplorano e inventano perché hanno una modalità di pensiero più fresca. All’inizio ho incontrato diverse persone tra coloro che lavorano nel campo dell’animazione, le persone che avevano lavorato ai crediti dei miei film precedenti, persone che si occupano di piccoli effetti speciali e crediti in stop motion. Si è trattata questa della loro prima esperienza con un lungometraggio di animazione.

RR: Immagino che mantenerli sulla sua stessa direzione abbia costituito un lavoro non semplice…

AD: Si, ma ora lavoreranno ancora insieme perché si sono piaciuti in questo progetto. Sono felice di poter dire che è stata una buona scelta dettata dal mio istinto. C’erano piccoli studi cui mi sarei potuta rivolgere, ma questa è stata la scelta migliore che potessi fare e non avrei potuto saperlo all’inizio. È stato un rischio.

RR: È per questa scelta che nel film ci sono differenti tecniche di animazione o si è trattata di una sua scelta sin dall’inizio?

AD: Non è stata una scelta dal primissimo inizio. Avevo già pensato di mescolare animazione e immagini reali, mai l’idea di usare così tante tecniche diverse. Però l’idea di usarne diverse sì, c’era già. Il fatto che tutte le animazioni siano state realizzate da cinque persone fa capire quanto lavoro ci sia stato. Ci sono molte cose fatte a mano: disegni realizzati frame per frame. È stato molto il lavoro per una squadra così piccola. Mi è stato detto che se non avessimo mescolato le tecniche sarebbe stato impossibile finire il film in due o tre anni. Quindi abbiamo scelto le tecniche da usare per raccontare la storia in modo efficace, non per uno scopo fine a sé stesso.

RR: C’è un’altra persona molto importante per il film, ossia Vlad Ivanov, l’attore che ha dato la voce a Crulic. Lo conosceva già?

AD: Si, certo. È un attore famoso. È noto per “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”, è stato a Cannes più volte, in Romania è una star. È nato in un luogo vicino alla città di origine di Crulic, viene dalla regione a nord della Moldavia e quindi conosce lo spirito del luogo. È un attore straordinario. Se ho dovuto lottare con tutti perché si avvicinassero alla mia idea, con lui la cosa è stata facilissima: ci siamo incontrati alcune volte ed è stata una benedizione. Abbiamo fatto solo due registrazioni e sarebbe stato possibile usarne una sola dall’inizio alla fine. Ho infine usato la seconda, dall’inizio alla fine. È semplicemente meraviglioso, non posso trovare le giuste parole per definirlo e spiegare come sia stato facile lavorare con lui. È stato perfetto. L’unica persona in Romania che avrebbe potuto fare un lavoro così.

RR: Una domanda sul cinema rumeno in generale. Mi è capitato di intervistare diversi registi rumeni e mi sono ritrovato spesso a porre loro la stessa domanda: secondo me, il cinema rumeno ha qualcosa che lo distingue. Loro negano, forse anche per scrollarsi di dosso l’etichetta di registi legati alla new wave del cinema rumeno, ma io una differenza la trovo. Cosa ne pensa?

AD: Personalmente sono molto felice di girare film in Romania perché è un buon momento dal punto di vista creativo. Dal punto di vista della produzione è sempre un’avventura perché non funziona nulla, nessuno vuole che si girino film. il sistema produttivo è molto imprevedibile. Non si sa mai se si riuscirà a ottenere soldi, né quanto né quando. Però c’è un momento creativo in corso che non si sa quanto durerà, ma che riguarda diversi autori, non solo uno o due o tre. Ora c’è una nuova generazione di registi e, fortunatamente, stili diversi. Non mi piace realizzare opere sulla scia dello stile proprio della New wave rumena. Cristi Puiu, uno degli iniziatori dello stile, è stato un estimatore di Eric Rohmer, ha studiato cinema a Ginevra, è stato lui a fare partire questa etichetta. È ottimo quando qualcuno cambia lo stile perché bisogna essere liberi e non seguire la stessa scia. Ci sono altri registi che lavorano ispirandosi al suo stile ma ora ce ne sono molti altri che se ne distaccano. Si può andare avanti solo non ripetendo sé stessi. Mi è stato chiesto se il mio prossimo film sarà di animazione e ho risposto: “Grazie a Dio no!”, perché altrimenti mi ripeterei. Non voglio ripetermi, sono alla ricerca di nuovi modi per raccontare storie perché il rischio di avere successo e per questo ripetersi esiste. Non è divertente. Se non sento l’esigenza di raccontare una storia, allora non posso girare film. Si potrebbe obiettare che non sono una professionista in quanto non sono in grado di girare qualsiasi film bensì solo quello che sento di dover realizzare.

RR: Le ho posto questa domanda perché all’inizio di questa conversazione lei ha parlato di un’ironia tipica del popolo rumeno che aiuta a raccontare le storie da un punto di vista più realistico e personale. Secondo me la differenza è proprio questa ma nessuno ha voluto confermarmelo sino ad oggi.

AD: Ciò che mi ha sorpreso di Crulic è proprio questo: lui era originario del nord della Moldavia, una regione in cui questa ironia raggiunge il suo picco. In Romania l’ironia ha a che fare con la lingua stessa: parliamo molto e ridiamo di qualsiasi cosa. Il mio prossimo progetto è scritto da un Irlandese che vive a Bucarest. È stato scritto in inglese e ho dovuto tradurlo in rumeno per chiedere i finanziamenti. E mi sono resa conto che è impossibile. Tradotto in rumeno, non è più il film che è in inglese. Ho tentato quindi di usare l’inglese, visto che è un film a carattere autobiografico, e sento una forte pressione perché non uso la lingua inglese solo per facilitare un ingresso nel mercato angolofono ma solo perché in rumeno sarebbe un altro film. L’ho tradotto per i finanziamenti ma mi è apparso immediatamente chiaro che un rumeno
non parlerebbe mai in quel modo.

RR: Per tornare a “Crulic”, cosa ne sarà del film ora? Diceva che uscirà in Romania in settembre.

AD: Si, c’è molto interesse intorno a questo film. Quando l’ho iniziato, tutto avrebbe potuto succedere.
Quindi, per motivi legati alla ricerca di sostegno finanziario, abbiamo caricato su Vimeo i primi 5 minuti del film, per il primo mese solo con password. Poi una giornalista mi ha chiesto di aprire l’accesso a tutti e questo ci ha fatto notare un grande riscontro dal pubblico giovane. Ho trovato la migliore distribuzione che potessi sognare. Il film ha anche un distributore per l’estero, WIDE Management, e in Polonia uscirà nei cinema e quindi passerà in televisione. Quando giri un film sei felice che la gente lo vada a vedere, di poter raccontare storie a pubblici numerosi. Non giro film affinché vengano visti dalla mia famiglia e dai miei amici perché mi dicano: “Oh, ma che brava regista sei!”. Quindi sono felice per il fatto che avrà un pubblico più numeroso di quanto avessi immaginato. Poi il film è stato invitato a molti festival e dovremo scegliere dove portarlo. È sempre bello poter scegliere anziché chiedere di partecipare in questi casi.
È come avere un figlio che se ne va di casa: sono in attesa di vedere quale vita avrà.

Locarno, 8 agosto 2011

Leggi l’articolo su “Crulic – drumul spre dincolo” da RC

Video
Intervista: RR / Rapporto Confidenziale
Realizzazione: Emanuele Dainotti
con Stefano Scagliarini e Giulio Tonincelli
Post-produzione: Alessandro G. Capuzzi e Emanuele Dainotti
Produzione: Sette Secondi Circa (www.settesecondicirca.com)
Musica: Digital Primitives (Brano: “Bones”. Album: “Digital Primitives”)
CC BY-NC-ND 3.0

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