Metamorfosi del Mediterraneo

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Pubblichiamo il testo scritto da Roberto Silvestri (critico cinematografico e Direttore Artistico del SulmonaCinema Film Festival) a corredo della sezione "Metamorfosi del Mediterrano" del 29esimo SulmonaCinema FF. Un ringraziamento a RS e Elfi Reiter per l’amichevole concessione.

 

 

Metamorfosi del Mediterraneo”

Sei gradi di approssimazione:

Tahrir, videogame, L’Aquila, black bloc, Asinara, Afghanistan
 

1. I soldati siriani, proprio in questi giorni, mimano quelli israeliani e sparano contro popolazioni inermi ma indocili che vivono lì da 5000 anni. Sparano cioè, ma laicamente non religiosamente, contro se stessi, come hanno fatto Mubarack e Gheddafi. Non vogliono rifondare un ‘mondo nuovo’ perché non era loro richiesto e perché temevano che fosse più ‘antico’ del loro (come dichiarò, preoccupata, la diva laica Yousra). I dittatori infatti non odiano mai il loro popolo, anzi si può dire che lo amano fin troppo, ma non hanno fiducia nella loro capacità di autodeterminazione.

Il ‘mondo nuovo’ che è appena nato a Tunisi e in Egitto e in Libia rischia però di mostrarsi, sotto la maschera, pesantemente truccato. Un bel rischio da correre. La battaglia di piazza Tahrir, che vedremo dall’interno, grazie al tempismo e al coraggio di un filmaker di prima linea, Stefano Savona, come se fossimo dentro il videogame ‘Tutti contro Mubarack’, attraverso frasi-immagini di inusuale potenza, è stata vinta dalla moltitudine mascherata da eroe e capace, in un attimo, come nei vecchi film di Youssef Chahine, di trasformarsi, con gesto glam rock, in saggia e egemonica, ordinata e disciplinata forza costituente comunarda. Non sarà facile per ‘l’antico’ venire a capo del rebus. E se il nuovo nel Maghreb e nel Mashreq fosse l’antichissimo? Il pre-arabo? Il videogame sarebbe affascinante…

 

2. ‘La frase non è il dicibile, l’immagine non è il visibile’, scrive Jacques Ranciere occupandosi di destino delle immagini che vivono una fase ibrida e metamorfica diventando altro da sé. Diventando ‘frasi-immagine’, che sono di costituzione più tattile, direbbe Carmelo Bene, musica e ritmo, dunque, proprio come nei videogiochi, dove è il dito a accendere la luce, per cui vale il famoso ossimoro di Godard, “Oh dolce miracolo dei nostri occhi ciechi!”. Ai videogiochi, terreno di combattimento teorico da anni di Federico Ercole (che qui con Alberto Momo presenta il suo ultimo lucido contributo ludico, Game Over) la più prestigiosa istituzione museale nordamericana, la Smithsonian, dedicherà il primo sontuoso omaggio nel gennaio prossimo con una gigantesca mostra storico-critica dedicata al ‘movimento tellurico’ che ha cancellato d’un tratto la centralità della visione e della buona visione. E non c’è nulla di opposto della ‘buona visione’ di una panoramica su L’Aquila.

 

3. L’Aquila sempre città fantasma, senza anima, senza centro, senza vita, senza piazza, senza comunicazione d’amore…anche se tutt’attorno ai ruderi della zona rossa, ogni cosa sembra tornata alla normalità. Lo vedremo nel cortometraggio coordinato da una vecchia conoscenza di Sulmona, il documentarista Gianfranco Pannone. “Per l’Italia ci sarebbe bisogno di un New Deal, rooseveltiano, un rinnovamento delle logiche partitiche italiane, meglio ancora se nascessero nell’area dei Verdi,perché l’ecologia è importante”. Sono le parole di Edgar Morin, sociologo e filosofo francese ospite giorni fa a Firenze della 52esima edizione del Festival dei Popoli. “Sono contento che sia finita un’epoca berlusconiana – ha spiegato Morin – l’Italia deve pensare di ritornare alla normalità”. Secondo Morin “l’economia non è l’unica via di uscita” alla recessione che affligge l’Italia e il mondo. “La crisi economica è solo una parte saliente di tutte le crisi, umane e sociali, che la globalizzazione ha aperto: il vero punto è la crisi di un’umanità che non sa uscire da una mentalità organizzata per rifondare un mondo nuovo”. Si vedranno presto sui muri della ghost town più triste del mondo I segni di una umanità nova? Quanta illegalità ‘costruttiva’, con carriole o senza, dovrà ancora essere dispiegata dal bloc nero e verde?

 

4. Black bloc. “Politicizzare l’arte, non estetizzare la politica…” Walter Benjamin rimarrebbe perplesso, come molti, di fronte alle magnifiche foto di questi fantasmi dark, ragazzi e ragazze in lutto e con ‘lo chador’ di guerra scintillante, ‘totally in noir’. Ragazzi e ragazze che, novelli Neroni senza potere, mettono a ferro e fuoco la segnaletica del potere nella città eterna, prendendosela anche per sbaglio con se stessi. Fabrizio Ferrero, cineasta amatoriale non riconciliato, segue per le vie del centro, li guarda bene negli occhi e li ‘ferma’ (nel suo Ethos): sono ventenni abbandonati, con sindrome suicida perché la loro sensibilità è a mille: avere vent’anni resta la maledizione di cui scriveva Paul Nizan, altro che la più bella epoca della nostra vita. A loro il compito di mettere in scena le nostre zone dark. L’indignazione per la civilizzazione al tramonto ha la sua icona, da Atene a Roma, da Londra a Berkeley, da Wall Street a Istanbul, da Genova a Madrid… Ma il viaggio verso la rigenerazione ha bisogno di un traghetto verso l’Asinara.

 

5. e 6. Fiorella Infascelli, in Pugni chiusi, va in un’ altra’isola dei famosi, quella dei cassintegrati della Vinyls che si sono rinchiusi nell’ex carcere di massima sicurezza. Perplessa di fronte a un paradosso. Che la guerra contro la disoccupazione, la sotto occupazione, il precariato, il lavoro nero la debbano fare i lavoratori cognitivi di oggi, inventandosene di tutti i colori è ovvio. Ma. Che questa lunga lotta operaia, creativa, condotta su mille piani, durissima e ancora non finita per salvare – facendo le veci di un governo distratto – un polo produttivo nazionale all’avanguardia nel settore chimico ‘pulito’ è davvero paradossale. Una lotta per perpetuare il lavoro sfruttato di fabbrica? Un inno all’ideologia del lavoro? No. Qui si tratta di rianimare un intero paese, di far funzionare di nuovo la società civile. Prenderla per il bavero e rimetterla a fare politica e a controllare i politici. Grazie lavoratori dell’Asinara. La scossa c’è stata. Ora bisogna farla finita con la guerra in Afghanistan. Avvicinarsi sempre più a Kabul, come facevano i nostri hippies negli anni 60, a Kabul, appunto pacificamente, disarmati, danzando. Solo la danza ferma i talebani, è come l’aglio con Dracula. Il ballo di Romano Martinis


Roberto Silvestri

 

 

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I film della sezione:


Tahrir, Liberation square di Stefano Savona

leggi la recensione di RC | leggi e guarda l’intervista a Stefano Savona by RC

 

Pugni chiusi di Fiorella Infascelli

 

Milano 55,1. Cronaca di una settimana di passioni di Aa.Vv. coordinati da Luca Mosso e Bruno Oliviero

leggi la recensione di RC | leggi e guarda l’intervista a Luca Mosso by RC

 

Territorio di Alessandro Ciotti, Stefano Ianni e Cosimo Gabriele Scarano (con l’aiuto di Peter Ranalli, e supervisionato da Gianfranco Pannone)

 

Ethos di Fabrizio Ferrero

 

Game over di Federico Ercole e Alberto Momo

 

Il ballo di Romano Martinis (7’)

 

 

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