50/50 > Jonathan Levine

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50/50

Jonathan Levine
USA / 2011 / colore / inglese / 99′ / 35mm
29. Torino Film Festival | Concorso Torino 29

Adam ha ventisette anni, una bella fidanzata, artista di talento, e un buon lavoro alla radio. Tutta la sua vita viene però sconvolta dalla diagnosi di una rara forma tumorale. Il ragazzo si trova così a dover far fronte alle contraddizioni generate dal suo stato e alle reazioni paradossali delle persone a lui vicine: Kyle, che usa la malattia dell’amico per attirare le ragazze, la madre, che perde di vista le esigenze del figlio sommersa dalle proprie paure, Rachael, che cerca di non pensare alle condizioni del fidanzato coltivando una vita sociale frenetica, e Katherine, la psicoterapeuta alle prime armi.

Una commedia statunitense su un quasi trentenne che si scopre malato di cancro? Il mio pregiudizio mi aveva suggerito di inorridire sin dalla lettura della trama, prefigurando già la discesa agli inferi del melodramma. E invece “50/50” è una commedia riuscita, rara nel suo riuscire a mantenere l’equilibrio tra sentimento, dramma e frequenti momenti di grande comicità.
Enorme parte del suo merito risiede nella sceneggiatura, opera prima (ad eccezione di un cortometraggio scritto nel 2007) di Will Reiser, che racconta fondamentalmente la sua stessa storia.
È la sua amicizia con Seth Rogen (nome sicuro presso i produttori cinematografici), che gli è stato al fianco per tutta il percorso nella malattia, a fare sì che la sceneggiatura si trasformi in film e grazie a Joseph Gordon-Levitt se la sceneggiatura trova un protagonista ideale.
Non si tratta della prima commedia su questo tema ma è certo una tra le prime a mettere la malattia in primo piano, ponendola come catalizzatore di un cambiamento radicale per lui e per coloro che lo circondano, senza fare risparmio di umorismo sul tema.

Ma andiamo per ordine: Adam è un ragazzo come tanti, uno di quelli che non spiccano. È molto attento alla sua salute e all’ambiente, ha un lavoro potenzialmente interessante ma nei fatti scarsamente soddisfacente, una bella casa, una madre amorevole che tiene a distanza e un padre malato di Alzheimer, un’odiosetta fidanzata aspirante artista ben introdotta nell’ambiente, un amico rumoroso e invadente, un atteggiamento positivo nei confronti della vita.
E una malattia che scopre quasi per caso: un cancro spinale che gli lascia solo il 50% di probabilità di sopravvivenza, da qui il titolo.
La sua esistenza confortevole e protetta da qualsiasi insicurezza e ingerenza esterna viene profondamente intaccata a ogni seduta di chemioterapia, preludio a un intervento chirurgico da cui potrebbe non risvegliarsi.
Costantemente al suo fianco, l’amico di sempre Kyle, che inizialmente apprende la notizia con minore indifferenza rispetto al diretto interessato (“Sto per vomitare”, è la sua prima reazione) che si trova in piena fase di rimozione, e poi pensa bene di spingere Adam ad usarla per rimorchiare ragazze nei bar e condividere con lui la marijuana che viene prescritta a quest’ultimo per contrastare gli effetti delle cure.
Kyle è rumoroso, goffo e esplicito, il ruolo usuale per Seth Rogen che qui però ha modo di mostrare di avere altre fecce al suo arco. E grazie al suo personaggio, il film ha l’occasione di mostrare un esempio di amicizia maschile realistico come se ne sono visti pochi di recente.
Anna Kendrick ha un ruolo chiave nel film come consulente psicologica dell’ospedale in cui Adam si sottopone alle terapie: nel ruolo della terapista alle prime armi, stenta a fare uscire Adam dal suo guscio e nel contempo sconta la sua inesperienza: Ogni suo tentativo di rendere esplicita la sua empatia nei confronti del paziente, suona falsa, frutto di istruzioni ricevute nel corso dei suoi studi. Perché il suo aiuto diventi prezioso, dovrà forzatamente abbandonare il rigore del suo ruolo.


Il film non è esente da difetti, e forse proprio la storia tra Adam e la sua terapista prende più spazio di quanto ne meriterebbe, ma il film presenta una serie di personaggi di contorno da fare balzare sulla sedia e battere le mani: dai due compagni di terapia, fondamentali nel fare accettare a Adam la sua condizione, interpretati da Philip Baker Hall e Matt Frewer (il primo lo abbiamo visto in “Magnolia” di Paul Thomas Anderson e in “Dogville” di Lars von Trier, il secondo in “Rampage” di Uwe Boll e in “Watchmen” di Zack Snyder), alla madre Anjelica Huston, perfetta nel mostrare la sua debolezza di fronte alla malattia e il suo coraggio di leonessa quando Adam finalmente decide di accogliere le sue attenzioni, fino a Bryce Dallas Howard, l’antipatica fidanzata che di fronte alla consapevolezza non riesce a fare altro che mostrare la sua inadeguatezza intrecciando una relazione clandestina con un artista. Non manca, tra i punti di forza del film, il verismo con cui viene ritratto il disagio che coloro che stanno intorno ad Adam provano in relazione alla sua malattia.
Mentre Adam impara a confrontarsi con la vita che fino a quel momento ha solo sfiorato, noi abbiamo l’occasione di assistere a una storia trattata con cuore e anima grazie anche al realismo dei suoi dialoghi (“Nobody wants to fuck me; I look like Voldemort.” – Adam a Kyle che gli rimprovera di non avere approfittato delle attenzioni di una ragazza. “Whore! Look at it! That’s Rachael! And that’s a fuckin’ filthy, Jesus-looking motherfucker, and they’re kissing! I did it! I fuckin’ nailed you! I’ve hated you for months, and now I have fuckin’ evidence that you suck as a person! Holy shit! Holy shit!” – Kyle a Adam e Rachael, la sua ragazza, mostrandole la fotografia che testimonia il suo tradimento).

Infine, “50/50” non perde un colpo: riesce mirabilmente nell’equilibrio tra commedia e dramma che contribuisce all’autenticità del film, offre interpretazioni di grande livello sia da parte dei protagonisti che da coloro che sono attivi in ruoli di secondo piano, presenta personaggi sempre credibili nel bene e nel male. Tralasciando melensaggini e favorendo un umorismo caustico, è soprattutto dannatamente divertente e triste allo stesso tempo, e alla fine lascia una sensazione di benessere che non ci si aspetterebbe mai da un film che tratta di cancro, tema che si presta a manipolazioni di ogni genere.
Gli ultimi minuti, esaminati intellettualmente, possono rappresentare una caduta nella sdolcinatezza ma emotivamente il risultato che si percepisce grazie a quanto vissuto fino a quel momento è diverso.

Vancouver offre i suoi paesaggi fingendo di essere Seattle.

Roberto Rippa

50/50
(USA, 2011)
Regia: Jonathan Levine
Sceneggiatura: Will Reiser
Fotografia: Terry Stacey
Montaggio: Zene Baker
Scenografia: Annie Spitz
Costumi: Carla Hetland
Musica: Michael Giacchino
Interpreti principali: Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Anna Kendrick, Bryce Dallas Howard, Anjelica Huston, Serge Houde, Andrew Airlie, Matt Frewer, Philip Baker Hall
100′

«Sono gli attori a guidare tutta la vicenda. Ho la tendenza a voler fare qualche cosa di personale con la macchina da presa ma qui ho dovuto tenere a freno il mio estro visuale. Il che non vuol dire che non ci siano delle cose interessanti dal punto di vista visivo, ma che il film è piuttosto incentrato sulla performance e alla libertà lasciata agli attori di trovare la loro verità nella situazione. Il fatto che Will abbia scritto una storia sorprendente, divertente e sincera, sulla malattia è stato per me di grande aiuto».
(Jonathan Levine)

Jonathan Levine (New York, USA, 1976), dopo essersi laureato in semiotica dell’arte alla Brown University ha lavorato come assistente personale di Paul Schrader. Nel 2002 si è trasferito a Los Angeles per frequentare il corso di regia all’American Film Institute Conservatory dove si è diplomato con Shards (2004), presentato in numerosi festival e vincitore del premio come miglior cortometraggio all’American Black Film Festival. Il suo primo lungometraggio, All the Boys Love Mandy Lane (2006), ha partecipato al Toronto Film Festival mentre il secondo, Fa’ la cosa sbagliata – The Wackness (2008), ha vinto il premio del pubblico al Sundance Film Festival e al LA Film Festival, ed è stato nominato all’Independent Spirit Award per la miglior sceneggiatura.

FILMOGRAFIA
“Shards” (cm, 2004), “Love Bytes” (cm, doc., 2005), “All the Boys Love Mandy Lane” (2005), “Fa’ la cosa sbagliata – The Wackness” (2008), “How to Make It in America” (ep. Good Vintage, cm, tv, 2010), “50/50″ (2011).

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