Les bien-aimés > Christophe Honoré

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Les bien-aimés

Christophe Honoré
“The Beloved” / Francia / 2011 / colore / francese / 135′ / 35mm
29. Torino Film Festival | Festa mobile: Figure nel paesaggio

1963-2008, da Parigi a Londra passando per Praga e Montréal, Madeleine e sua figlia Vera vanno, vengono, ritornano, ruotando sempre intorno a un’unica questione: gli uomini che amano. Eppure non tutti i tempi e non tutte le fasi dell’esistenza consentono di vivere l’amore con leggerezza. Come sopravvivere al tempo che passa e che si lega indissolubilmente ai nostri sentimenti più profondi?

Chissà quanto può avere pesato il relativo insuccesso commerciale delle ultime opere di Honoré, l’intenso e interessante “Non, ma fille tu n’ira pas danser” e la parentesi di “Homme au bain” (con cui sceglieva di sperimentare un linguaggio per lui diverso condannandosi consapevolmente alla distribuzione limitata), dopo i successi internazionali di “Dans Paris” e “Les chansons d’amour” (esplicito omaggio formale al cinema di Jacques Demy), nel fargli decidere di tornare alle atmosfere di quest’ultimo per il suo primo film ad alto budget.
Fatto sta che questa volta il gioco non regge e l’intelligente leggerezza che era riuscito a infondere al suo film del 2007, malgrado trattasse temi tutt’altro che lievi, qui è del tutto assente.

“Les bien-aimés” ha un avvio folgorante: accompagnata dalle note di “Ces bottes sont faites pour marcher” (la versione francese cantata nel 1966 da Eileen di “These Boots Are Made for Walking”, il più grande successo di Nancy Sinatra) Ludivine Sagnier è Madeleine, giovane commessa che scopre in modo del tutto fortuito la possibilità di arrotondare un magro stipendio e concedersi i lussi che ritiene le spettino (scarpe dal tacco alto – che ruba dal negozio in cui lavora – e abiti, soprattutto) vendendo occasionalmente il suo corpo. È così, in questo inizio che omaggia nel contempo Truffaut e Demy (e, già che ci siamo, il Resnais di “On connaît la chanson”), che incontra Jaromil, giovane dottore ceco con cui scoppia un amore che la porterà nel Paese di lui e a diventare madre di Véra. Dopo una fuga da una Praga invasa dai carroarmati sovietici (un momento che riecheggia Kundera), ritroviamo Madeleine a Parigi, risposata con un poliziotto. La storia con Jaromil non finirà però mai, come vedremo quando il ruolo verrà ripreso da Catherine Deneuve e quello dell’uomo dal regista Milos Forman (il cui personaggio nel film porta non casualmente lo stesso cognome dello sceneggiatore e in seguito anche regista Ivan Passer, co-responsabile della scrittura dei suoi primi film “Kdyby ty muziky nebyly”, 1964, “Lásky jedné plavovlásky” – “Gli amori di una bionda”, 1965, e “Horí, má panenko” – “Fuoco, ragazza mia”, 1967).
Nel frattempo assistiamo ai tormenti amorosi di Véra adulta, Chiara Mastroianni ne indossa i panni, e di coloro che la circondano. Fino a un finale tragico.

Christophe Honoré sceglie di modificare di continuo il punto di vista attraversando un lungo spazio temporale (la storia ha inizio nel 1963 e si conclude nel 2008 e sì, c’è anche un’eco degli avvenimenti dell’11 settembre 2001) e si circonda di coloro che costituiscono ormai da tempo la sua famiglia cinematografica (Mastroianni, Garrel, Sagnier). Ritornano anche Alex Beaupain, cantautore e compositore delle colonne sonore di tutti i film di Honoré a partire da “Tout contre Léo” del 2002, che ha l’onere di scrivere tutte le canzoni cantate dagli attori per sottolineare gli stati d’animo più intimi dei loro personaggi nel corso della lunga storia, e la montatrice di sempre Chantal Hymans.
Ma il film non funziona. La storia, pur potenzialmente appassionante, riecheggia troppo spesso qualcosa di già visto e le canzoni suonano non di rado ridondanti. L’eccesso di melodramma non aiuta. Se i temi della perdita e della morte, ricorrenti nel suo cinema sin dal primo film, sono materia che il regista sa gestire con grande cura e rispetto, è proprio il tono scelto a non funzionare: la sua costante mancanza di ironia, l’assenza di quella leggerezza che avevano caratterizzato le drammatiche storie che reggevano i suoi film precedenti, qui si fanno sentire e concorrono a rendere il risultato incompiuto e a distanziarlo dalla vita reale che invece vorrebbe rappresentare.

Honoré è un regista e sceneggiatore ambizioso ma qui mette troppa carne al fuoco senza riuscire a maneggiarla e il risultato è un film a tratti indigesto non solo per la sua eccessiva lunghezza ma anche per la scarsa coesione che regna tra i suoi singoli elementi. Autoreferenza cinematografica inclusa. È anche un regista e sceneggiatore capace e nemmeno qui mancano momenti riusciti e di grande intensità ma la somma dei singoli elementi del film, compresi quelli riusciti, non riesce a risultare in un film il cui intreccio di storie possa appassionare o suscitare empatia.

Ottima come sempre la direzione degli attori, con un cast strepitoso (felice la scelta di utilizzare Ludivine Sagnier come Deneuve giovane, come doveva avere intuito François Ozon nel 2002 quando le diede il ruolo di sua figlia in “8 femmes” – “8 donne e un mistero”, mentre Louis Garrel perfeziona qui ulteriormente il ruolo di Louis Garrel), che a tratti sembra portare completamente sulle sue spalle il peso di una sceneggiatura ambiziosa, complessa e non riuscita.

Roberto Rippa

Les bien-aimés
(Francia-Repubblica Ceca, Gran Bretagna, 2011)
Regia, sceneggiatura: Christophe Honoré
Fotografia: Rémy Chevrin
Montaggio: Chantal Hymans
Scenografia: Samuel Deshors
Costumi: Pascaline Chavanne
Musica: Alex Beaupain
Interpreti principali: Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Ludivine Sagnier, Louis Garrel, Milos Forman, Paul Schneider, Rasha Bukvic, Michel Delpech, Omar Ben Sellen, Dustin Segera Suarez
139′

«Il mio progetto consisteva nel parlare, attraverso i sentimenti e in maniera, spero, non troppo simbolica, di due generazioni – quella dei miei genitori e la mia – alle prese con la strana idea che la vulnerabilità sia una caratteristica sostanzialmente giovanile. Quello che volevo raccontare era che i giovani possono crollare e – cosa ancora più dolorosa – che le generazioni più anziane sono impossibilitate a proteggerli. […] Nell’epilogo Madeleine dice: “Non credo nella felicità ma questo non mi impedisce di essere felice!”. È forse questo ciò a cui tutti aspiriamo: non credere alla felicità ma essere ugualmente felici».
Christophe Honoré

Christophe Honoré (Carhaix, Francia, 1970) si è trasferito a Parigi nel 1995 e ha iniziato a collaborare con numerose riviste, tra cui i «Cahiers du cinéma». Nel 1996 ha pubblicato il romanzo “Tout contre Léo“, adattato per la televisione nel 2002. Nello stesso anno ha anche girato il primo lungometraggio, “17 fois Cécile Cassard“; dopo aver realizzato “Ma mère“, tratto da un romanzo di Bataille, ha scritto e diretto “Dans Paris” (presentato a Cannes, alla Quinzaine des réalisateurs) e “Les chansons d’amour” (in concorso, sempre a Cannes, e vincitore di un César per la colonna sonora). Nel 2008 “La belle personne” ha partecipato in concorso al Festival di San Sebastian ed è stato nominato per due premi César. Ha poi realizzato “Non ma fille, tu n’iras pas danser” (2009) e “Homme au bain” (2010), entrambi presentati in numerosi festival tra cui Locarno e Torino.

FILMOGRAFIA
“Nous deux” (cm, 2001), “17 fois Cécile Cassard” (2002), “Tout contre Léo” (tv, 2002), “Ma mère” (id., 2004), “Dans Paris” (2006), “Les chansons d’amour” (2007), “Hôtel Kuntz” (cm, 2007), “La belle personne” (2008), “Non ma fille, tu n’iras pas danser” (2009), “Homme au bain” (2010), “Les bien-aimés” (2011).

Leggi lo SPECIALE dedicato a Christophe Honoré e alla sua filmografia da Rapporto Confidenziale.

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