Bereavement > Stevan Mena

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Stevan Mena
“Lutto” / USA / 2010 / colore / inglese / 103′ / 35mm
29. Torino Film Festival | Festa Mobile: Figure nel paesaggio

Minersville, Pennsylvania, 1989. Martin, un bambino di sei anni che soffre di un disturbo genetico che lo rende insensibile al dolore, viene rapito mentre gioca nel giardino di casa. Il rapitore, uno psicopatico di nome Graham Sutter convinto di dover sacrificare vite umane per espiare la sua colpa, lo costringe ad assistere ad atroci crimini. Per cinque lunghi anni nessuno ha più notizie del bambino, fino a quando la giovane Allison si trasferisce in quella zona e inizia a esplorarne i dintorni, scoprendo l’orrore che si cela nella fattoria di Graham.

Secondo capitolo, in ordine cronologico, di una trilogia iniziata nel 2004 con “Malevolence” (che non ho avuto modo di vedere ma di cui si scrive un gran bene), di cui “Bereavement” rappresenta il prologo e che dovrebbe concludersi quest’anno, il film di Stevan Mena è un esplicito omaggio a quel sottogenere del cinema horror che è lo “slasher”, in particolare quello degli anni ’70, che vede nei vari “Black Christmas” di Bob Clark, “The Driller Killer“ di Abel Ferrara, “Friday the 13th” – “Venerdì 13” di Sean S. Cunnigham, “Halloween” di John Carpenter i suoi esempi moderni più classici e in “The Texas Chain Saw Massacre” – “Non aprite quella porta”di Tobe Hooper uno tra i più controversi e riusciti (ma qualche atmosfera sembra ispirata anche da “Eaten Alive” – “Quel motel vicino alla palude” sempre di Hooper).

Gli stilemi sono quelli del sottogenere: la giovane ragazza che si ritrova in un luogo ostile (in questo caso, causa morte dei genitori, si trasferisce da Chicago a un paesino rurale della Pennsylvania, Allentown, lo stesso in cui sono state girate alcune scene di “Hairspray” di John Waters), la primavera dei sensi osteggiata dagli adulti, una incontenibile aspirazione al guaio.

Da qui le consuete situazioni estreme e le incongruenze che del genere costituiscono i pilastri (il poco popolato paese e i suoi immediati dintorni sono teatro da anni di misteriose scomparse di giovani ragazze, e a nessuno viene in mente di andare a dare un’occhiata al macello ormai in disuso abitato dalla persona strana del paese – sintesi tra un novello Norman Bates e Leatherface – che prosegue la tradizione di famiglia non più con i bovini ma con giovani ragazze; la ragazza che non può fare a meno di addentrarsi nella costruzione anche e soprattutto dopo avere avuto evidenza delle pratiche che vi si svolgono) e che, in fondo, costituiscono parte fondamentale del piacere della visione.
La scelta di mettere al centro della sua storia un bambino che soffre di un disturbo che gli rende impossibile provare dolore fisico, è interessante ma rimane poco più che uno spunto (oltretutto usato apparentemente per mitigare l’effetto delle scene in cui viene maltrattato fisicamente dal macellaio), così come rimane in superficie l’ambizioso tema che Mena sembrerebbe voler porre al centro della sua storia, ossia quanto un uomo sia infine il risultato dell’ambiente in cui è immerso.

Mena maneggia con cura – pur con qualche lungaggine – la storia avendo l’accortezza di non infarcirla di soluzioni confortanti. Al contrario, scegliendo ogni qualvolta la sceneggiatura (scritta da lui stesso) glielo permette, una dose di sana cattiveria, procede lentamente verso un finale crudele che sembra preso di peso da un film di Mario Bava che non è possibile citare per non rovinare la sorpresa (ma chi volesse rovinarsela, potrebbe farlo cliccando qui).

“Bereavement” costituisce un sincero omaggio al cinema del passato e proprio per questo potrà essere apprezzato soprattutto dai nostalgici del genere.
Stevan Mena si dimostra un regista capace di lavorare con attenzione e precisione sulle atmosfere ma molto meno a suo agio nei panni dello sceneggiatore alle prese con il compito di sviluppare e mantenere la tensione. Alla fine il merito principale di “Bereavement” pare risiedere nella fotografia dell’italiano Marco Cappetta, che crea il contrasto tra i cieli azzurri e i colori vivi dei campi rigogliosi e le tetre ombre striate di sangue del macello, in cui non è detto che siano i primi a risultare più confortanti.

Nel film appare in un piccolo ruolo il sempre bravo John Savage, una tra le carriere più inspiegabilmente sfortunate del cinema.

Bereavement
(“Lutto”, USA, 2010)
Regia, sceneggiatura, montaggio, musica, produzione Stevan Mena
Fotografia: Marco Cappetta
Scenografia: Jack Ryan
Costumi: Charlotte Kruse
Interpreti principali: Michael Biehn, Alexandra Daddario, Brett Rickaby, Nolan Gerard Funk, Spencer List, John Savage, Peyton List, Valentina De Angelis
103’

«A essere precisi, “Bereavement” è un film dark, ma ho indagato questa tematica con sincerità: l’unico modo in cui mi sentivo di poterla presentare. Qualcuno lo troverà ripugnante, ma mi sembrava che ci fosse posto all’interno del genere per un approccio più serio al tema della violenza, che mostrasse i personaggi non come vittime stereotipate, ma come uomini con un’esistenza, delle speranze, dei sogni e dei problemi reali. E come la violenza possa scuotere non solo chi vi si trova coinvolto direttamente, ma anche chi ama queste persone».
(Stevan Mena)

Stevan Mena (Westbury, New York, USA) si è interessato al cinema molto giovane e nel 2003 il suo primo lungometraggio “Malevolence” ha ottenuto diversi premi, tra cui quello come miglior film al Long Island International Film Expo e al New York Horror Film Festival. Nel 2007 ha scritto e diretto “Brutal Massacre: A Comedy”, un mockumentary, anch’esso premiato al Long Island International Film Expo.

FILMOGRAFIA
“Malevolence” (2003), “Brutal Massacre: A Comedy” (2007), “Bereavement” (2010).

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  • Grazie per la vostra gentile menzione.

    Marco Cappetta, Los Angeles