Diario da Venezia 68

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“Cut”, Amir Naderi

Tutto è cominciato, nel segno del Giappone, con un film che si sarebbe rivelato profetico. Tutto quello che è successo dopo nel corso della sessantottesima edizione della Mostra del cinema di Venezia è contenuto in nuce nel film di Amir Naderi, “Cut”, una storia di cinema e soldi, cazzotti e sangue, riflessione ludica e profonda sul rapporto tra cinema e industria. Il protagonista del film, regista e organizzatore di retrospettive di cinema d’autore, deve ripagare un debito milionario. Nei pochi giorni che la yakuza gli concede e sotto pena di una schiavitù perenne, decide di diventare il sacco vivente di una palestra di pugilato per raccogliere i soldi necessari. Nel frattempo continua la sua attività di programmatore cinematografico, sulla terrazza di casa, con il volto e il corpo tumefatti. Riuscirà a salvarsi solo grazie all’amore per il cinema e alla surreale fiducia nei 100 film più importanti della storia, evocati sullo schermo in un finale particolarmente emozionante.
L’immagine dell’uomo che scende per le strade di Tokyo con un megafono in mano per gridare che il cinema è arte e che come tale va difeso sarebbe rimasta negli occhi e nella mente degli spettatori per tutto il resto del festival, monito costante nei confronti di una programmazione non esaltante. Ci si aggirava per le sale e le code (infinite quelle per riuscire a entrare in Sala Grande, con un sistema di prenotazione del tutto inadeguato: e infatti si rimaneva quasi sempre fuori) continuando a pensare e a gridare intimamente che il cinema è arte, e che di questo cinema si sentiva il bisogno in questa mostra un po’ sottotono (con punte di disperazione: “Maternity blues” di Fabrizio Cattani, davvero un mistero). A risollevare il giudizio nei confronti della selezione sono arrivati per fortuna gli ultimi due giorni, con una sequenza Tsukamoto-Ferrara-Friedkin-Sokurov che rimediava ai danni dei giorni precedenti.

“We Can’t Go Home Again”, Nicholas Ray

Tutto era già in “Cut” perché il cinema mostrato in quei giorni sembrava incredibilmente povero di idee, clamorosamente poco audace, ed erano allora i grandi del passato (gli Ozu-Mizoguchi-Kurosawa evocati nel film di Naderi, o quelli proiettati direttamente come nel caso dello strepitoso “We Can’t Go Home Again” di Nicholas Ray, vero grande sperimentatore, o ancora dell’armeno Pelešjan o di Roberto Rossellini con il restauro di India, matri bhumi) quelli a cui doversi rivolgere per trovare ispirazione, citandoli o riportandoli direttamente nel presente, più contemporanei del contemporaneo. Così il gioco cinefilo del film di Naderi è assurto a metafora di una ricerca assente dalle grandi produzioni odierne (i bellissimi film di Clooney e Polanski: perfetti, eppure…). L’alternativa risiedeva, come spesso negli ultimi anni, nel cinema documentario: che rivolgendosi a storie piccole, ma insieme grandi, riusciva in un lavoro onesto che pur senza provocare colpi di fulmine (“Pugni chiusi”, di Fiorella Infascelli), raccontando la storia di personaggi straordinari (“I’m Carolyn Parker”… di Jonathan Demme), riesce a legarsi in maniera sensata al mondo in cui viviamo.

“Toutes nos envies”, Philippe Lioret

Nel frattempo si cercavano sorprese tra le varie sezioni del festival. Si scopriva così che se le Giornate degli autori avevano ben poco di autoriale, presentando un cinema piuttosto canonico e ordinariamente “commerciale”, rimanevano comunque una garanzia di qualità per chi fosse alla ricerca di film godibili e ben fatti – ciò che non ci si attende da un auteur, insomma, ma tant’è. Tra questi, senz’altro il secondo lungometraggio del canadese Jean-Marc Vallée, “Café de Flore”, ma anche il film di Philippe Lioret, “Toutes nos envies”, che già con “Welcome” aveva mostrato un tocco e un’attenzione a tematiche sociali lodevoli (stavolta il tema è quello della malattia). Peccato per il film di Gaglianone, “Ruggine”, che dopo aver impressionato lo scorso anno a Locarno con un film tuttora invisibile come “Pietro” (ma coraggiosamente pubblicato nella collana Cinema Autonomo della casa editrice DeriveApprodi) è uscito nelle sale con questo, che è un film tanto ambizioso quanto non riuscito. Anche la recitazione sopra le righe di Filippo Timi non rende giustizia alla carriera dell’attore. Per il resto, avremmo visto bene in questa collocazione un film come “L’ultimo terrestre”, esordio alla regia del fumettista Gipi (Gian Alfonso Pacinotti), che ha presentato un lavoro onesto e senza troppe pretese, ben recitato e a tratti originale, ma che probabilmente non trovava la sua collocazione più adatta nella sezione competitiva del festival (e qui bisognerebbe aprire un lungo ragionamento, in realtà fin troppo semplice, sul nazionalismo misero di un’italietta che invoca a gran voce premi per i propri compatrioti, qualsiasi cosa essi propongano). È lecito ipotizzare che il freno all’originalità di Pacinotti e Gaglianone abbia qualcosa a che fare con un marchio produttivo che rischia di applicare una patina omologante ai propri prodotti, come quello di Fandango?

“Faust”, Aleksandr Sokurov

La giuria presieduta da Darren Aronofsky ha assegnato il Leone d’Oro ad Aleksandr Sokurov, per il suo “Faust“. La scelta non ci trova del tutto d’accordo, ma sappiamo di far parte di un’esigua minoranza: quella che avrebbe assegnato il premio più importante a Polanski (ma premiare le commedie non è uso da festival) o forse ancor di più a Ferrara (i cui meriti non sono stati troppo evidenziati nei commenti dei critici). Tuttavia, è comprensibile e forse anche giusto premiare Sokurov se si intende questo Leone d’Oro come un premio che più che al film in sé (probabilmente non tra i migliori del regista russo, soprattutto se consideriamo la tetralogia del potere di cui questo costituisce l’antefatto) è rivolto alla carriera di uno dei più importanti e trascurati registi del cinema contemporaneo. Non si può tuttavia evitare di menzionare come almeno due sequenze del film di Sokurov (quella di Margarethe nel confessionale, e l’abbraccio di Faust e Margarethe sull’orlo del lago) raggiungano una sublimità rara nella storia del cinema, e riscattino da sole l’ora e tre quarti di verbosità che precede il patto con Mefistofele. Siamo in epoca di sublimità, o così pare, e pur nell’impossibilità di paragonare i film sembra esserci un filo tra il Malick premiato a Cannes e il Sokurov premiato qui (così come c’è tra i Dardenne di Cannes e il Ferrara di Venezia, meno eterei, più materici). “4:44 Last Day on Earth” è un film importante perché la visione intima dell’apocalisse presentata da Abel Ferrara, oltre a porsi come summa della sua opera, è anche una raffinata riflessione sul rapporto tra il protagonista (uno strepitoso Willem Dafoe) e il mondo esterno, tra l’io e gli altri, tra gli uomini e una realtà cui non c’è quasi più possibilità di accesso se non attraverso la mediazione di dispositivi vari (telefoni, computer, tv, internet). Le ultime ore della coppia di protagonisti sono umanissime e in qualche modo speranzose. Nessun bisogno di effetti speciali dunque per rendere il senso e l’angoscia della fine del mondo, nonché le sorti dell’idea di rappresentazione al cinema, per una regia impeccabile che meritava di essere presa in considerazione dalla giuria.

“Il silenzio di Pelešjan”, Pietro Marcello

Restando sempre al livello della materia, una visione folgorante al confine tra il documentario e la poesia, nonché la più bella immagine del lavoro: la cascata di contadini e sterpaglie sul piano inclinato della montagna, o quella dei pastori aggrappati alle pecore sulla neve, sulle rocce o sull’acqua del regista armeno Artavazd Pelešjan, oggetto di un omaggio da parte di Pietro Marcello (“Il silenzio di Pelešjan”, prodotto da Fuori Orario). Esemplificazione perfetta di quella che è la concezione stessa del cinema di Pelešjan, che come ha sottolineato Ghezzi in conferenza stampa concepisce la settima arte non tanto come unione delle altre arti – e dunque come forza sincretica – bensì come una montagna da cui franano e si staccano tutte le altre. Si ha come l’impressione che quel misto di paura e gioia, frustrazione, fatica e divertimento dei corpi in caduta libera di Pelešjan siano difficilmente superabili per spiegare cinematograficamente che cos’è il lavoro. I film del regista armeno richiamano allora direttamente un altro film, premiato come miglior documentario nella sezione Controcampo italiano, e cioè “Pugni chiusi” di Fiorella Infascelli, che ha il merito di focalizzare sulla vicenda dei lavoratori dell’Asinara rinchiusi per protesta sull’isola per più di 8 mesi in seguito alla messa in cassa integrazione da parte della loro azienda. Il film ha i suoi punti di forza nei momenti in cui (come nello splendido finale) si distacca dalle dichiarazioni esplicite degli operai, e il senso del lavoro emerge al di là delle loro parole e delle loro lacrime.

“Century of Birthing”, Lav Diaz

Aggirandosi per le vie del Lido, s’impara presto un giusto equilibrio tra le voci degli spettatori e dei critici, che rischiano di determinare in un modo o nell’altro l’esito della giornata (fidarsi è bene, non fidarsi è meglio). Per far tesoro di alcune delle voci forse più attendibili cui non si è potuto dare conferma o smentita, si diceva un gran bene del film di Wiseman, “Crazy Horse”, inspiegabilmente programmato solo nella giornata di apertura e mai più ripreso. Come di un’esperienza oltre ogni immaginazione si parlava invece del mastodontico “Century of Birthing” del filippino Lav Diaz, 355 minuti, che segnaliamo come promemoria per il futuro (nella speranza che il sempre benemerito Fuori Orario ci dia una seconda possibilità). Di particolare interesse inoltre, nello scenario paradossale del Palazzo del Cinema che non c’è, sostituito da un enorme cantiere a cielo aperto ricoperto di sacchi bianchi a coprire l’amianto, il grande fuoricampo di questa sessantottesima edizione della Mostra del Cinema: l’occupazione del Teatro Marinoni all’interno dell’ex ospedale marino del Lido. Prosecuzione diretta delle lotte del Teatro Valle di Roma, il Marinoni ha costituito nei giorni del festival uno spazio alternativo (talvolta anche altrettanto mondano) al glamour della Mostra, puntando il dito sugli interessi economici che stanno dietro alla costruzione del nuovo Palazzo e sacrificano in questo modo una serie di luoghi che vengono innanzitutto abbandonati, e in seguito svenduti ai privati, secondo una logica che è quella che in questi anni sta riguardando più di una città d’Italia, e cioè una (nuova?) logica di non tutela del patrimonio pubblico. Lo spazio occupato è stato il set del nuovo video dei 99 Posse, diretto da Abel Ferrara, oltre ad essere nei giorni della Mostra occasione di incontro e denuncia del monopolio produttivo e distributivo del cinema in Italia, di discussione sulla questione giovanile e così via. Al teatro Marinoni occupato, fra le altre cose, si poteva incontrare Darren Aronofsky o chiacchierare con Mario Martone, per apprendere ad esempio che l’anacronismo in cemento armato di “Noi credevamo” è frutto dell’idea di rifare perfettamente, in tutti i dettagli, un quadro ottocentesco, al fine di renderlo del tutto indistinguibile da un originale: e poi farci uno squarcio nel mezzo.
Chapeau.

“Kotoko”, Tsukamoto Shinya

Il fulmine a ciel sereno. Tsukamoto Shinya, giunti ormai quasi a disperazione, ha riaperto completamente il giudizio su questa edizione del festival, forse l’ultima diretta da Marco Müller. “Kotoko” è probabilmente uno dei film più feroci e delicati della storia del cinema, è insieme un ritratto della donna, della maternità e della follia del regista giapponese (il genitivo è in quest’ultimo caso sia soggettivo che oggettivo), ed è un film che colpisce come un pugno nello stomaco senza mai perdere una costante soavità. Destabilizzando lo spettatore con un’alternanza molto equilibrata di camera a mano e inquadratura fissa, giocando su un montaggio del suono che segue le alternanze di commedia e tragedia (a un certo punto si ha quasi l’impressione di assistere a un film di Stanlio e Ollio in versione pulp), Tsukamoto realizza una Medea contemporanea che ha la capacità di attrarre visceralmente o altrettanto visceralmente repellere. Alcuni spettatori sono andati via nel corso della proiezione in Sala Perla, mandando sonoramente (e non silenziosamente: e qui sta tutta la differenza) a quel paese il regista. I più sono rimasti ad applaudirlo per 10 minuti dopo la proiezione. Kotoko ha riportato il cinema (unico film in questa Mostra) alla sua dimensione vitale e quasi primigenia di identificazione/rifiuto e non a quella annoiata e/o abitudinaria del piacere/dispiacere. Ed è il motivo per cui non si riesce a capire come mai non sia stato messo in concorso.

Altre immagini, sparse: una coscia di pollo, protagonista di una delle scene più ardite mai viste sul grande schermo, in “Killer Joe” di Friedkin. Le corse dei due giovani vincitori del premio come migliori attori esordienti nel film di Sono Sion, Himizu, e le grida che uniscono la disperazione di un Giappone post-nucleare alla leggerezza e all’amore. Le scarpe levate di piazza Tahrir, simbolo di una liberazione che è a sua volta metonimia del vento del Nord Africa di inizio anno. I baffi di Raul Ruiz, assente dalla programmazione di questa edizione della mostra del cinema ma presente nei discorsi e nei cuori dei partecipanti.

“This Is Not a Film”, Mojtaba Mirtahmasb

Concludiamo con un altro cut: quello che Jafar Panahi non potrà dare per i prossimi venti anni, costretto dalla giustizia iraniana agli arresti domiciliari e a non poter girare film né rilasciare dichiarazioni ai giornali. “This is not a film” racconta allora la sua prigionia domiciliare, filmata da Mojtaba Mirtahmasb che non risponde ai suoi cut, perché stavolta Panahi è davanti e non dietro la telecamera. Come in “Carnage” di Polanski non si può uscire dall’appartamento o dall’ascensore, ma qui non è in gioco una finzione drammaturgica, bensì la vita del regista iraniano che si mostra in prima persona. Panahi racconta all’amico (la sentenza del tribunale non gli proibisce di recitare) il film che non può girare, provando in questo modo – nonostante continue interruzioni che mettono in questione il senso stesso dell’operazione – a creare delle immagini tramite le parole. Ma se un film si potesse raccontare, che senso avrebbe girarlo? Bisogna immaginare una fine diversa per questa storia, e continuare a parlarne affinché possa essere realizzata nel minor tempo possibile. Il film è uscito di nascosto dal paese, e presentato prima a Cannes, poi a Venezia. Bisogna continuare a parlare di questa situazione inaccettabile che non riguarda solo Panahi ma un intero paese, la sua gloriosa tradizione oggi in mano a dei criminali, e la forza delle idee e del cinema in generale. Bisogna riuscire a riempire i buchi dei titoli di coda, che non nominano le persone da ringraziare, perché rischioso per la loro incolumità. Bisogna scrivere e parlare di Panahi, della sua inaccettabile situazione e vedere e far vedere i suoi film. In questo modo riusciremo forse a dare forza a una storia come quella raccontata dal regista, e concretezza alla dedica finale del suo film, rivolta ai cineasti iraniani. Non è molto, ed è il minimo che si possa fare di fronte a una situazione come questa.

Cut.

Andrea Inzerillo

“I’m Carolyn Parker”, Jonathan Demme

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