Il meglio del 2011 – Andrea Inzerillo

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Il 2011 va in archivio. È stato un anno complicato e triste sotto molti punti di vista. Noi abbiamo il cinema come medicina, come cura alle sofferenze della Vita e della Storia. Quest’anno abbiamo voluto giocare con la nostra redazione, con le persone che nell’ultimo anno hanno scritto per Rapporto Confidenziale e con una serie di amici, collaboratori e personalità che hanno accettato l’ingrato compito di stilare un elenco dei 5 migliori film usciti, o visti per la prima volta, nell’anno solare 2011. Ne è uscito un elenco corposo ed originale che vogliamo condividere con i nostri lettori, con il fine di fornire qualche consiglio per la visione che possa rischiarare il 2012. Alla faccia di ogni profezia catastrofica.

 

Andrea Inzerillo  collaboratore di RC

Di sicuro il cinema contemporaneo risente dello stato di crisi e incertezza globale. Alcune immagini ricorrenti attraversano il 2011 e ne segnano il cammino, secondo due linee diverse (se non opposte): quella che va verso l’alt(r)o, e quella che resta coi piedi piantati sulla terra. Per affinità e gusto prediligo la seconda, ed è dunque a questa che riconduco i 5 film da ricordare del 2011, pur sottolineando come all’interno di questo panorama vadano senza dubbio ricordati (secondo l’altra linea, appunto) i film di Terrence Malick, di Lars von Trier, e qualche altro. Da segnalare inoltre come la povertà di riferimenti e le notevoli mancanze sono dovute a una condizione tragica, che è quella della difficoltà di circuitazione di film d’autore nei cinema del sud Italia, in assenza pressoché totale di spazi di proiezione alternativi, per non dire della completa impossibilità di fruizione delle opere in lingua originale. Questo sia detto anche nei confronti di chi deplora pubblicamente la fruizione permessa dalla rete (in modi più e meno leciti), contestando chi sostiene che senza il web sarebbe impossibile tenersi aggiornati o recuperare capolavori della storia del cinema (le serie tv americane, poi…). A meno che non ci si voglia appellare a una doppia verità, bisognerebbe fare meno proclami e ragionare di più sul potere reale che la critica può avere nella costituzione di canali alternativi di fruizione. Ciò detto, le 5 folgorazioni del 2011:

 

    Le Gamin au vélo (Il ragazzo con la bicicletta)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne
(Belgio-Francia-Italia/2011)

In qualche modo l’anti-Malick, l’albero della vita (per citare Bruno Roberti) visto dal di sotto, l’immanenza contrapposta alla trascendenza. L’immanenza, una vita (e non la vita): quella di Cyril, corpo in fuga che riesce a sottrarsi alle storture sociali e familiari. Un incanto di rigore, passione, stile.

     
    Kotoko
di Shinya Tsukamoto
(Giappone/2010)

Era da tempo che non si vedeva un film così sconvolgente. Anch’esso film apocalittico, come 4:44 Last Day on Earth di Ferrara, ma al contempo film per stomaci forti e film delicatissimo. A Tsukamoto riesce un equilibrio difficilissimo, e giustamente ha sbancato la sezione Orizzonti di Venezia 68.

     
    Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz
di Franco Maresco
(Italia/2010)

Il primo film di Maresco dopo la rottura con Ciprì, valga come riferimento sulla potenza del cinema documentario (e dunque in qualche modo anche per il suo concittadino Savona con Tahrir – Liberation Square), sulla storia di un’altra apocalisse (quella artistica e più in generale umana del clarinettista siculo-americano Tony Scott) e su uno dei tasselli più imprescindibili nella storia del rapporto tra cinema e jazz. Il Tony Scott di Maresco va infine accostato alla pubblicazione del primo cofanetto di Cinico TV, opera immensa di Ciprì & Maresco, pubblicato nel 2011 dalla Cineteca di Bologna. Ed è anche merito di Olivier Père e della nuova gestione del festival di Locarno aver permesso a Franco Maresco di tornare sulle grandi scene internazionali del cinema. Bisognerebbe non dimenticarsene, e difendere i pochi veri autori indipendenti ancora esistenti.

     
    Hereafter
di Clint Eastwood
(USA/2010)

Perché è la dimostrazione che parlare dell’al di là ha senso – oltre ogni apparenza, oltre ogni conformismo, oltre ogni religione – solo se si parla dell’al di qua. E Clint Eastwood sta dimostrando nel corso degli anni, attraverso un lavoro continuo sui generi, sulle forme classiche del cinema americano, sulla sua stessa figura di icona attoriale, non soltanto di padroneggiare la macchina da presa come pochi al mondo, ma di possedere una propria visione che costituisce una delle poche grandi oeuvre cinematografiche della nostra contemporaneità.

     
    Pina
di Wim Wenders
(Germania/2011)

Dopo alcuni scivoloni, Wenders riesce in un omaggio a Pina Bausch che ha del magico: un documentario che vive della potenza delle immagini, e restituisce in maniera appassionante uno spaccato del mondo inventato dalla coreografa tedesca, in un documentario in cui le parole cedono lo spazio alla forza della musica e del gesto. Una pietra, dell’acqua e un corpo umano possono creare un paesaggio lunare. Wenders riesce perfettamente a trasmetterci il pensiero corporeo di Pina Bausch e a tenerci incollati allo schermo, portando persino (di tanto in tanto) quell’espediente accalappiasoldi che è il 3D ad avere una parvenza di senso.

 

cover image: Le Gamin au vélo di Jean-Pierre e Luc Dardenne (Belgio-Francia-Italia/2011)

 

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