Il meglio del 2011 – Leonardo Persia

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Il 2011 va in archivio. È stato un anno complicato e triste sotto molti punti di vista. Noi abbiamo il cinema come medicina, come cura alle sofferenze della Vita e della Storia. Quest’anno abbiamo voluto giocare con la nostra redazione, con le persone che nell’ultimo anno hanno scritto per Rapporto Confidenziale e con una serie di amici, collaboratori e personalità che hanno accettato l’ingrato compito di stilare un elenco dei 5 migliori film usciti, o visti per la prima volta, nell’anno solare 2011. Ne è uscito un elenco corposo ed originale che vogliamo condividere con i nostri lettori, con il fine di fornire qualche consiglio per la visione che possa rischiarare il 2012. Alla faccia di ogni profezia catastrofica.

 

Leonardo Persia  collaboratore di RC

 

    A Torinói ló (The Turin Horse)
di Béla Tarr
(Ungheria-Francia-Germania-Svizzera-USA/2011)

Il più apocalittico di tutti film apocalittici visti nel 2011. Olmi, Ferrara, Lars von Trier, Martone, Kechiche, Larrain, Fincher, Ruiz, Sokurov, Kim Ki-duk, Asghar Farhadi, Kaurismaki. Béla Tarr immerge lo spettatore in uno sconsolato eterno ritorno dell’uguale nietzschiano, specchio scuro della contemporanea volontà di (im)potenza, mettendo in scena fissa la più solitaria delle solitudini, quella che Tod Phillips rende comica per paradosso in “Una notte da leoni 2”, commedia che, illudendosi di (far) ridere, vive o muore del già vis(su)to. Punto di non ritorno di quella modernità inaugurata da Nietzsche e sprofondata nella follia, prima del filosofo, poi di quella collettiva del ‘900, fino alla putrescenza del nuovo millennio vecchio, “ll cavallo di Torino” è l’ “Aspettando Godot” del cinema, dove si sa sin dall’inizio che non c’è né attesa né Godot. Soltanto una lenta dissoluzione seriale del nulla. Un capolavoro assoluto.

     
    Mistérios de Lisboa (I misteri di Lisbona)
di Raúl Ruiz
(Portogallo-Francia/2010)

La quintessenza di Ruiz. Un meta e mega feuilleton, Camilo Castelo Branco cubista e post-oliveiriano, dove i personaggi si-riserializzano in un’infinita retta rizomatica e il concetto di specchio contro specchio equivale a un turbine di storie che finiscono per elidersi l’una con l’altra: un pieno/vuoto semantico che è la stessa miseria ricca dell’esistenza nonché una riflessione vertiginosa sul vuoto stracolmo dei nostri tempi. Dal Portogallo all’Italia, alla Francia e al Sudamerica, si ritorna dove si è sempre stati. Negli occhi di chi narra ed è narrato, in quel mito dell’artista orfano, come l’Alexander di Bergman, che da un teatrino giocattolo fa scorrere, rincorrere e finire la vita in una ronde circolare proustiana di girotondi dell’io dove il tempo esperito non sarà mai più ritrovato o si disperde nel ritorno a dove (non) si è. Il finale è un lunghissimo, inesausto brivido che riarrotola tutte le sei ore di durata. Imperdibile, fa del buio eterno della nostra (e)poca una rarissima luce abbagliante.

     
    The Tree of Life
di Terrence Malick
(USA/2011)

La vita e la morte a partire da un interrogativo che le contiene entrambe, senza distinzione, con i rami (le differenze) divisi e poi ricongiunti, simbolo della manifestazione universale che fonde e confonde i principi opposti e complementari. L’albero di Malick è espressione conchiusa di cielo, terra e acqua, maschile e femminile, gioia e dolore, grazia e natura. Prima che tutto si condensasse nell’occhio esclusivo del padre: genitore e Dio che scatena il dolore riservato a Giobbe, pretende il sacrificio di Isacco, configura conflitti horror come in “Shining”. La visione sconfina nell’oscurità primordiale dell’origine dei concetti e dell’Universo, nel passato preistorico e pre-umano. La verticalità (in basso e in alto) del film diventa indicibile. Dalle profondità sottomarine con i protozoi che eravamo fin sulla spiaggia celeste che costituisce l’aldilà collettivo che saremo (siamo). Un’incessante preghiera monodica ne accompagna le immagini concretamente archetipiche: il padre mio/Padre nostro che è terrore (sacro) ma che, a partire dalla morte (del fratello/doppio) e della visione della madre (il femminile riassorbito come in una cosmogonia androgina spezzata e ricomposta), si ritrova, si capisce e finalmente si ama. Anche “Hereafter” di Eastwood, escluso dalla cinquina perché visto nel 2010, ricomprende una soggettiva triplice (bambino, donna, uomo atipico) in unico sguardo che procede dall’unità al collettivo per tornare all’unità.

     
    A Dangerous Method
di David Cronenberg
(Canada-UK-Germania-Svizzera/2011)

Alle prese con il doppio aspetto di oggetti e soggetti, esplorato con l’essenzialità stratificata di un Rossellini, Cronenberg sottrae l’horror, ma non l’orrore stereo, ai mad doctors Jung, Freud e Spielrein. Imprigionati nel rispettivo super-io, i tre diventano auto-parodia della psicanalisi dove però è proprio il loro te(rr)orizzare a costituire la chiave di lettura del fiume di parole e atti mancati. Mai esplicitamente mostrata la complessità metamorfica delle tre vite pericolose: sono osservati come fossero mosche, senza che il film diventi mai “La mosca”. Il personaggio più scomodo, sconcio e radicale (Otto Gross) viene rimosso subito dopo il suo ingresso, diventando quel 4 oscuro, corollario indecente di tutte le trinità perfette: una delle teorie junghiane. Ritorna freudianamente, ma con Freud perplesso, in quegli scricchiolii dell’armadio che suonano proprio come le scudisciate sadomaso di Jung nei confronti della Spielrein, vampira vampirizzata. Inarrivabile il match tra Freud razionale e Jung mistico/alchemico, con i “tipi psicologici” che si interscambiano e si confondono, al punto che l’ateo accusa il mistico di credersi Dio e di invadere il campo ad Egli esclusivamente riservato.

     
    La piel que habito (La pelle che abito)
di Pedro Almodóvar
(Spagna/2011)

Almodóvar esplicita la tematica del corpo prigioniero, corpo defunto stuprato bruciato, che attraversa la via Crucis ‘Vera Cruz’ della transgenesi transgender, arrivando, come in un nuovo “Pickpocket” blasfemo e gay, alla grazia alchimistica dell’amore lesbico. Vi(n)cente trionfa nella morte del Sé e diventa Vera; Norma rifiuta la norma di essere toccata dagli uomini (proprio come un altro figlio del film precedente odiava ogni contatto) e immola il femminile "in noi" ripetendo il gesto della madre Gal ("ragazza"?) incapace di riconoscersi allo specchio. Resta il padre/maschio, un occhio sguardo che uccide (Ledgard), figlio di una madre che ha "la pazzia nelle viscere": scatenatori entrambi della pulsione impropria, del desiderio di morte e di fuga. Il tema, che trasforma la tragedia in glamour, sconfina oniricamente nei segni degeneri dei generi, spiegandoli in senso gay. Doppio, mélo, noir, thriller, travestimento: filiazioni della colpa omo. L’identità fluttua nelle webcam senza pelle, nei corpi senza sguardo (più che, in tutti i sensi, occhi senza volto), nella sfilata di orifizi e prigioni panottici. C’è persino un omaggio (involontario?) a “L’uomo leopardo” di Cornell Woolrich (“The Black Alibi”), magnifico romanzo noir sul dramma di una cute (sesso) non abitata. L’ironia, di cui si deplora la sparizione, in realtà si annida di nuovo tutta in quella maleta/McGuffin/vagina impropria, segreto bizzarro della felicità. Per chi la possiede, per chi s’illude di ricrearla. Complesso della vulva. Maleta educación.

 

Dei titoli selezionati da Leonardo Persia fra il meglio del 2011, su RC puoi trovare:
"The Tree of Life" di Terrence Malick – recensione a cura di Michele Salvezza
"Dangerous Method" di David Cronenberg – recensione a cura di Roberto Gallino
"Dangerous Method" di David Cronenberg – recensione a cura di Matteo Contin

 

cover image: A Torinói ló di Béla Tarr (Ungheria-Francia-Germania-Svizzera-USA/2011)

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+