Christoph Kühn

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Christoph Kühn nasce a Zurigo nel 1955. Studia alla Hochschule für Fernsehen und Film di Monaco e, nel 1983, fonda la casa di produzione Titanic Film con la quale realizza diversi documentari, sopratutto biografici: “Das ganze Leben als Reise” (1992), “Sophie Taeuber-Arp” (1993), sulla pittrice svizzera, “Salaam” (1998), “Hanni Salvisberg – Von der Bäuerin zur Bestsellerautorin” (1999) e “Nicolas Bouvier, 22 Hospital Street” (2005). Seguiranno “Gusto Gräser – Der Eremit vom Monte Verità” (2006) e “Bruno Manser – Laki Penan” (2007).

Intervista a Christoph Kühn su “Glauser

di Roberto Rippa

Roberto Rippa: Nell’affrontare la vita di Friedrich Glauser, immagino ci siano state delle difficoltà in quanto quasi più che per la attività letteraria è noto per la sua vita travagliata, per le sue numerose vicissitudini. Lei com’è partito per il suo lavoro di documentazione?

Christoph Kühn: Io ho conosciuto Glauser, come tutti in Svizzera tedesca, grazie al Commissario Studer, a questi film in bianco e nero risalenti alla Seconda guerra mondiale. Questa è la prima immagine che ho avuto di Glauser. Per questo film sono partito dalle sue lettere e questo mi ha rivelato un Glauser completamente differente, che non ha nulla a che fare con il Commissario Studer. Si trattava di un Glauser senza quel lato elvetico. In lui non sento nulla di svizzero, lo percepisco come un Europeo, un uomo travagliato, in fuga. Questo mi ha molto toccato. Trovo che specialmente nei suoi racconti brevi si trovi un altro Glauser, che mi ha affascinato molto di più rispetto a quello dei suoi romanzi gialli.

RR: Effettivamente, parlando della sua vita personale, noi sappiamo dei suoi ricoveri nel centro psichiatrico di Münsingen, che gli era stata diagnosticata la schizofrenia, che faceva uso di morfina.
Lei ha addirittura interpellato Max Müller, lo psichiatra che lo aveva seguito ma, cosa ancora più interessante, Martin Borner, che da psicologo rivaluta le diagnosi dell’epoca rivoltandole completamente. Su quale base ha scelto le persone che intervengono nel film?

CK: Questo è stato un lavoro difficile in quanto non ci sono parenti di Glauser. Lui non ha mai avuto figli, non ci sono fratelli né sorelle. C’è solo questa Bertha Bendel di cui abbiamo trovato un’intervista negli archivi della televisione svizzera tedesca. Io mi sono deciso a fare un film su Glauser concentrandomi sugli ultimi cinque anni, due o tre dei quali passati a Münsingen, prima di tornare in libertà. Ho scelto le interviste sulla base di questo punto di vista. Müller è il solo ad avere conosciuto Glauser personalmente.
Lui è il figlio di quel Max Müller che è stato psicoanalista di Glauser. Lui è cresciuto nella psichiatria, a Munsingen, perché suo padre vi lavorava come primario e ha conosciuto Glauser perché suo padre lo aveva preso in casa sua in qualità di paziente preferito. Martin Borner l’ho conosciuto grazie alle sue pubblicazioni su questo tema, su Glauser. Anche lui è medico a Münsingen. Poi c’è anche Hardy Ruoss, il primo ad avere scritto il suo dottorato su Glauser, è stato il primo, quarant’anni fa. Quindi Frank Goehre, che è ancora conosciuto nei circoli legati a Glauser perché ne è stato il primo biografo. Così ho raccolto le testimonianze.

RR: Quando si è avvicinato a queste persone con il progetto per il documentario, qual è stata la loro reazione? Più che altro quella di Müller e Borner.

CK: Non ci sono stati problemi. Al contrario, sono stati molto aperti nell’aiutare.

RR: C’è quindi una concreta volontà nel preservare la sua memoria…

CK: Si, una grande volontà perché è una persona che tocca. Hanno fatto di tutto perché si potesse conoscere di lui un po’ di più.

RR: Lei, proprio a causa della mancanza di materiale visivo, eccezion fatta per l’intervista a Bertha Bendel e le poche fotografie, ha scelto di operare nel senso di una ricostruzione filmata con attori e ha usato le illustrazioni di Hannes Binder, autore delle versioni illustrate di alcuni romanzi di Glauser. È stato difficile costruire il film su materiali così eterogenei?

CK: Questa è stata la mia paura, sì. Io ho scelto di raccontare i suoi ultimi cinque anni e se posso raccontarla in due frasi, si tratta della storia di un individuo che è sempre stato in fuga, soprattutto da sé stesso. E per quanto lontano vada – fino al mare Adriatico, fino al Pacifico – il suo passato lo insegue sempre e distrugge tutto. Questa è la storia che io racconto. A causa di questo, abbiamo una pista documentaria che inizia a Münsingen e va a Ongles e La Bernerie, in Francia, per finire in Italia, a Nervi. Abbiamo ricostruito queste scene con attori, scene che sono piuttosto incubi, più o meno. Anzi, quando ne sono oggetto la madre sono sogni belli, mentre gli altri sono incubi. Questa è una cosa che avevo già fatto in un altro film su Nicolas Bouvier, ma non avevo mai realizzato prima questa mescolanza con i disegni, in questo caso quelli bellissimi di Binder. Una cosa che mi è molto piaciuta di Binder è che lui non si limita a illustrare ma interpreta. La parte notturna nei suoi disegni mi è piaciuta molto e mi ha convinto che con lui avrei potuto intendermi e lavorare. Lui ha disegnato queste illustrazioni appositamente per il film, gran parte di loro è inedita. Con il primo montaggio avevamo già inserito alcuni disegni, ed ero molto contento a quel punto di come funzionassero con il resto.
All’inizio pensavo che potesse essere troppo differente, troppo strano, ma il tutto insieme funzionava molto bene. Dopo lui ha iniziato a disegnare appositamente per noi.

RR: Lei spiegava prima che le parti di ricostruzione con attori riguardano gli incubi in cui è coinvolto il padre. Inoltre in definiva Glauser è come un uomo in costante fuga dal suo
passato che però lo insegue sempre. In questo passato, visto nel film, il padre è costantemente presente. Appare come una presenza capace di condizionarlo fino alla fine, che ha
avuto a che fare con scelte piuttosto estreme come quella di arruolarsi nella Legione straniera, con i suoi ricoveri negli istituti… Lavorando a questo film, le si è rivelato qualcosa
di inedito su Glauser o magari qualcosa le ha fatto cambiare opinione su di lui? Oppure l’idea che ne aveva all’inizio è rimasta immutata?

CK: Come ho detto prima, la mia prima immagine di Glauser è stata quella dell’autore di questi romanzi gialli. Dopo ho scoperto un autore molto più interessante, molto più europeo, più ampio, che racconta dello stato della sua anima. Per finire, ho trovato in Glauser qualcuno che mi ha fatto piangere, perché era troppo toccante, ma nello stesso tempo anche una persona che odio. Perché lui è sempre scappato da tutto. Sono sicuro che oggi sparlerebbe su di me a causa di questo film ma lo farebbe alle mie spalle. Lui era così, sfuggente, incapace di prendere una posizione netta.

RR: Al contrario dei personaggi dei suoi libri, compresi quelli più noti, i polizieschi – il suo commissario Studer è una persona molto diretta ma anche sottile.
Quanto a lungo ha lavorato alla preparazione del film?

CK: La preparazione ha richiesto il periodo più ampio perché ci sono 2000 pagine di letteratura, 2000 pagine di lettere che pure sono letteratura. Per scrivere il copione ho impiegato 4 o 5 mesi. Dopo, per girare – nel film ci sono stagioni diverse e questo ha richiesto una lunga durata – tutto insieme 7 settimane.
La parte più lunga è stata quella del montaggio. È stata una parte molto, molto difficile.

RR: Su questo argomento, mi piacerebbe sapere quanto ha dovuto lavorare per giungere alla durata attuale del film.

CK: Tanto. Cinque mesi.

RR: Ha partecipato a questa fase? Tra i nomi dei montatori il suo non compare.

CK: Ho solo accompagnato. Ho avuto il grande supporto di una montatrice polacca che abitualmente lavora con Andrzej Wajda e lei in tre settimane ha fatto un lavoro immenso. Ha cambiato il film accordandogli la profondità che ha adesso.

RR: Deve essere stato molto difficile unire i vari elementi del film, da quelli grafici a quelli relativi alle scene ricostruite, alle testimonianze.

CK: A Münsingen c’era questa vista dalla finestra e ho scoperto che c’era anche una finestra sbarrata e mi sono chiesto perché.
Quando Glauser era ricoverato in psichiatria a Zurigo, ha disegnato nel suo diario la finestra con la forma di un ragno. Ho preso questo disegno e ho spiegato all’operatore alla camera e a chi si è occupato della post-produzione che quella sarebbe stata la finestra che io avrei voluto. Binder ha ripreso questo motivo del ragno nelle sue illustrazioni e la montatrice ha accostato le due cose. Questo restituisce sempre l’illusione di una profondità che crea qualcosa.

RR: Friedrich Glauser è considerato un capitale della cultura svizzera. È uno scrittore che in anni recenti ha conosciuto nuova fama grazie alla pubblicazione dei suoi libri in Italia da Sellerio.

CK: Anni fa però. Non credo abbia più successo.

RR: No, in Italia i suoi libri vengono ancora pubblicati con successo. Abitualmente si parte dai polizieschi per poi arrivare al resto della sua opera. Penso che il pubblico dei lettori si avvicini a Glauser attraverso i suoi gialli per poi arrivare al resto. Almeno, così è capitato a me. Dopo tutto questo lavoro per il film, descriviamo chi era Glauser, come persona e
come autore.

CK: Come persona direi che è protagonista – se esiste – di un film noir-documentario. Lui è veramente il protagonista di un film noir. Una persona che ha fallito, ma non a causa della società, penso solo a causa sua. Questo ne fa il classico protagonista di un film americano. Come autore penso che, escludendo Robert Walser, sia lo scrittore più importante in lingua tedesca di quel periodo. Erano gli anni ’30 e in Germania non c’erano grandi autori. In America si. Quindi, a parte Walser, penso sia il più importante.

RR: Ora che il film è passato al Festival di Locarno, che destinazione avrà, dove potrà essere visto dal pubblico?

CK: La distribuzione per la Svizzera c’è – è Filmcoopi – e loro mi hanno detto che la distribuzione inizierà in autunno, ottobre o novembre, nelle sale delle grandi città: Zurigo, Berna, Basilea.

RR: E nel resto della Svizzera?

CK: Ne esiste una versione italiana che speriamo di poter fare vedere. E anche nella Svizzera francese, anche se lì lui non è così conosciuto.

RR: Lei nei suoi ultimi lavori si è concentrato su opere biografiche – Nicolas Bouvier, Bruno Ganser, Alfred Ilg – è già al lavoro su un nuovo progetto in questo senso?

CK: Sì, non ne parlo ancora in pubblico per superstizione ma sono già al lavoro.

Locarno, 14 agosto 2011

Christoph Kühn (foto: Giulio Tonincelli)

Leggi l’articolo su “Glauser” da RC

Video
Intervista: RR / Rapporto Confidenziale
Realizzazione: Emanuele Dainotti
con Stefano Scagliarini e Giulio Tonincelli
Post-produzione: Alessandro G. Capuzzi e Emanuele Dainotti
Produzione: Sette Secondi Circa (www.settesecondicirca.com)

Musica: Digital Primitives (Brano: “Bones”. Album: “Digital Primitives”)
CC BY-NC-ND 3.0

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