Lo Schiaccianoci 3D > Andrej Koncalovskij

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Lo Schiaccianoci 3D (The Nutcracker in 3D)
di Andrej Končalovskij (UK-Ungheria/2010)
recensione di Leonardo Persia

Il cinema di Andrej Končalovskij è inscritto in un movimento continuo, spaziale ed emotivo. Anche quando, come in uno dei suoi film più famosi, Storia di Asja Klyachina che amò senza sposarsi (1967), il movimento in questione viene impedito e trattenuto. I suoi personaggi sono inquieti, ambiscono a uscire da un cerchio in cui sembrano intrappolati, sperimentano, osano, falliscono, riprovano, si elevano, ricadono. La loro spinta è il desiderio, l’amore.

Diventa però uno spostamento che non riesce a essere tale, deformante più che formativo. Prova l’impossibilità di trovare qualcuno, qualcosa o sé stessi all’interno di questo spasmodico ricercare attraverso il movimento: si tratti di saga (Siberiade, 1979), nemesi storica (Asja e la gallina dalle uova d’oro, 1994), sussulto del cuore (Romanza degli innamorati, 1974), volontà di emergere e riscattarsi tra i detriti mafiosi del post comunismo (Gloss, 2007). È come ritrovarsi in un treno in corsa, senza controllo, a precipizio verso il nulla (il soggetto kurosawiano di Runaway Train, 1985). Vi si avvertono un’impotenza inquieta, mezzetinte di tragedia: le stesse sfociate nell’inevitabile, brillante, incontro con Cechov (Zio Vanja, 1970: anche a teatro) e Turgenev (Un nido di nobili, 1969). Cioè un approdo nel disincanto ironico, con gli echi malinconici della sconfitta. Persino con spericolato tuffo omerico (L’Odissea, 1997).

La svolta americana, poi europea, internazionale, ha fatto parlare di tradimento, inaridimento, spersonalizzazione; nel migliore dei casi, di ecletticità. Končalovskij come professionista senza anima ormai, abile ma privo d’ispirazione, spaesato, deprivato di identità, non più russo, disinvolto e anonimo. Tuttavia al centro delle sue trame, quindi del contenuto (impossibile stabilire se siano le prime a determinare le seconde o viceversa), il (som)movimento, interiore o esteriore, o di un’interiorità che crea esteriorità (si pensi alla lucida surrealtà de La casa dei matti, 2002), ha finito per risolversi sempre e comunque in forme, eterogenee sì, ma di coerenza assoluta, dove muovere e muoversi riconducono al proprio, non scelto, predeterminato posto, punto d’avvio di un movimento in definitiva falso.

L’inquadratura končalovskiana, quando non mossa, straripa di movimenti al suo interno, possiede una brulicante densità compositiva, come sospesa in un vuoto che ambisce ad essere pieno (e diventarlo esteriormente, senza di fatto esserlo per davvero, dentro, confermerebbe l’inutilità di tale spinta o, comunque, l’avvenuto percorso senza esito del muoversi). Se ciò vale, o risulta soprattutto evidente, per le opere girate nell’ex Unione Sovietica, quelle per cui era ancora considerato un autore, anche l’ultimo The Nutcracker – The Untold Story, stroncatissimo oltreoceano, snobbato in Europa (Est e Ovest), ne riattesta, denso, e persino sorprendente, inatteso, la continuità contenutistico-formale.

I movimenti di macchina rimano e mimano il correre e lo scorrere attraverso la scena. In carrozza, con i pattini, salendo e scendendo le scale, attraversando le porte (e gli specchi), inerpicandosi (macchina da presa e personaggi, organico e disorganico) tra i rami dell’albero di Natale, prendendo il volo con un elicottero dalle zampe di gallina. Anzi, forse proprio in un’opera simile, dove il romanzo di de-formazione si miniaturizza, amplificandosi, in fiaba (principio infantile di tutti i viaggi verticali e orizzontali), il tocco del regista, esplicitato nel 3-D, si rende ancora più trasparente: una quest sull’orlo del precipizio. I bambini, che nei film “adulti” (a cominciare dal bellissimo esordio Il primo maestro, 1965) assumono spesso il valore di contrappunto, rivelazione o nostalgia di un passato non più afferrabile, hanno adesso un ruolo “ravvicinato”. Come se l’autore ponesse una lente d’ingrandimento sulla propria weltanschauung, incursione linguisticamente auto-referenziale ma baby.

Končalovskij si serve di un testo classico, la fiaba di Hoffmann, tenendo presenti, oltre alle successive ramificazioni (il balletto di Čajkovskij, musica rivisitata da Edward Arteniev), le possibili affinità testuali, le note a pie’ di pagina (o fotogramma). La vicenda, con i due bambini Mary e Max (la bambina in particolare) ritrovatisi a combattere contro un regno dittatoriale di ratti che han trasformato un piccolo principe in giocattolo schiaccianoci, viene estesa e comparata, come in un brillio onirico, ad altre morfologie fiabesche. Pinocchio, Alice Peter Pan e il mago di Oz (il quotidiano, compresi i suoi personaggi, rivisitato dal sogno). Racconti sul crescere, il desiderio di non crescere, l’impossibilità di crescere. Siamo nella Vienna degli anni ‘20, Mitteleuropea da cui sono partite (ennesimo movimento) tante utopie e distopie novecentesche, inevitabilmente volte alla disfatta. Per questo è incorporata nel film una chiave di lettura suggerita attraverso la stravagante, se non straniante, presenza di due personaggi reali apparentemente fuori luogo: Freud e Einstein. Il padre della psicanalisi apre addirittura la storia, primo personaggio meteora in scena. Lo scienziato, zio dei due piccoli protagonisti, sostituisce il Drosselmeyer della fiaba d’origine, divenendo il deus (laico) ex machina, che invita, come molti precedenti personaggi končalovskiani, all’autenticità, allo spontaneità, al non conformismo.

Suggello dell’invito è, sia pure semplificata, la teoria della relatività, oggetto ineffabile di una delle songs (il librettista è il mitico Tim Rice,), dove si canta che “alto è basso, giorno è notte, bianco è nero”. Nel film infatti ogni cosa è definita dal suo contrario: l’atto del salire diventa discesa nella profondità dell’inconscio; cadere è risalire nella pesantissima superficie del reale ingessato. “La realtà è solo un’illusione – dice Einstein – anche se molto insistente”. Il disagio della realtà-civiltà stritola-ideali (qui sterminatrice di giocattoli) si avverte nelle due figure genitoriali, soffocate in un avvilente, materialmente ricco, spegnimento della libido tout-court. E trova compiuta, radicale espressione nell’inevitabile totalitarismo dei ratti, dalle chiare coordinate naziste, spalmate di citazionismo post-modern (echi, tra gli altri, di Brazil, 1985, Metropolis, 1926, Titanic, 1997). I topi rappresentano il rimosso pronto ad emergere e sommergere: la parte oscura che, proprio perché “schiacciata”, finisce per elevarsi a malsana, potente dominatrice. Lo spiega il re dei ratti, un John Turturro biondo, forse fin troppo programmaticamente weirdo: “Chi una volta ci ha distrutto, da noi a sua volta è stato rat-tificato”.

Končalovskij ha conosciuto troppo bene, anche sulla propria pelle, i rovesci e i ricorsi eterodiretti della Storia e del dopostoria, per potersi permettere di essere manicheo, schematico e a una dimensione, pur alle prese con un plot destinato all’infanzia. Sa che la vittima (il topo, epiteto affibbiato da Hitler agli ebrei: vedi lo spiegelmaniano Maus) può diventare un carnefice proprio in risposta al suo essere stato vittima. Ribadisce il concetto quell’assalto al Palazzo da parte degli schiavi della fabbrica di fumo nero, lager di giocattoli. Sembra l’Ottobre, ma con annesso, fuoricampo, il ripiego autoritario e totalizzante dello stalinismo.

Per questa via, anche il burattino/schiaccianoci, giocattolo, come gli altri, “scaricato dalla mente”, assume valenze metaforiche e duplici: è il regnante con il rischio di diventare di legno, di perdere i connotati umani, degenerando in un Napoleone tutto d’un pezzo. Oppure, per converso, si tratta del bambino rinunciatario del proprio status naturale di principe (in senso pasoliniano-cittiano: I Magi randagi, 1996). Lo asserisce la Fata delle nevi, proiezione della madre, in un film privo di asserzioni, dialettico e rubicondo, anche se latitante di una leggerezza più adeguata. Gli aiutanti dell’eroina sono allora un concentrato contrario di (sub)umanità assortita e in divenire: lo scimpanzé, il clown, il nero. Con il bambino, la bambina che esprimono lo scintillante segno di novità, l’avvio alla Rivoluzione dentro e fuori (proprio il risveglio del giocattolo di legno, il suo farsi carne, avvia la rivolta dei lavoratori forzati).

Sfumature in evoluzione dell’essere e dell’Es, alla cui voce bisogna comunque dare ascolto. Il padre indurito ritrova l’umano in sé nel momento in cui lo si riconduce, tramite un ciottolo “magico”, all’infanzia troppo presto dimenticata: proprio come la protagonista di Gloss, quando si rivede bambina prima di capitolare nei confronti del mondo. L’incursione dark, il faccia a faccia con l’horror del pianeta dei topi e dei topoi, emenda il piccolo Max, all’inizio incendiario di giocattoli della sorella poi salvatore degli stessi. Do the Rat Thing. Dal rat al right. Freud, con il suo carico dell’inconscio, è davvero il pedinatore della storia, come suggerisce più volte Einstein, rivolgendosi direttamente allo spettatore (“Qualcuno ci segue?”).

Alla fine segue il risveglio. “It’s been a long journey home”, precisa la canzone. Dove “casa mia” non è più il posto prediletto. C’è il lieto fine, il piccolo principe ritrovato. Ma persiste un dubbio permanente: la piccola Mary ce la farà a non diventere di legno come gli adulti? La risposta si trova nei film precedenti (successivi all’infanzia) di Končalovskijj: con ulteriori movimenti, altri dolenti ritorni.

Leonardo Persia

 

Lo Schiaccianoci 3D
titolo originale: Щелкунчик и Крысиный король
titolo internazionale: The Nutcracker in 3D
Regia: Andrej Končalovskij (Andrey Konchalovskiy/Andrei Konchalovsky)
Sceneggiatura: Andrej Končalovskij, Chris Solimine
Fotografia: Mike Southon
Montaggio: Henry Richardson, Andy Glen, Mathieu Bélanger
Musiche: Eduard Artemiev
Autore brani: Tim Rice
Messa in scena musicale e coreografie: Stuart Hopps
Scenografie: Kevin Phipps
Costumi: Louise Stjernsward
Supervisore effetti visivi: Nicholas Brooks
Trucco e capelli: Lesley Lamont-Fisher
Supervisione effetti speciali: John Stephenson
Casting: Celestia Fox
Interpreti principali: Elle Fanning, Nathan Lane, John Turturro, Frances de la Tour, Richard E. Grant, Yuliya Vysotskaya, Shirley Henderson, Aaron Michael Drozin, Charlie Rowe, Peter Elliott, Daniel Peacock, Alan Cox, Hugh Sachs, Africa Nile, Jonny Coyne, Stuart Hopps, Ferenc Elek, Attila Kalmár, György Honti
Produttore esecutivo: Moritz Borman
Produttore: Andrej Končalovskij, Laura Julian, Paul Lowin
Coproduttori: József Cirkó, Meg Clark
Casa di produzione: Freestyle Releasing
In collaborazione con: Cinemarket Films
Distribuzione: M2 Pictures
Paese: UK, Ungheria
Anno: 2010
Durata: 107′

 

 

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