Il meglio del 2011 – Gabriele Baldaccini

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Il 2011 va in archivio. È stato un anno complicato e triste sotto molti punti di vista. Noi abbiamo il cinema come medicina, come cura alle sofferenze della Vita e della Storia. Quest’anno abbiamo voluto giocare con la nostra redazione, con le persone che nell’ultimo anno hanno scritto per Rapporto Confidenziale e con una serie di amici, collaboratori e personalità che hanno accettato l’ingrato compito di stilare un elenco dei 5 migliori film usciti, o visti per la prima volta, nell’anno solare 2011. Ne è uscito un elenco corposo ed originale che vogliamo condividere con i nostri lettori, con il fine di fornire qualche consiglio per la visione che possa rischiarare il 2012. Alla faccia di ogni profezia catastrofica.

 

Gabriele Baldaccini  collaboratore di RC

 

    Faust
di Aleksandr Sokurov
(Russia/2011)

Arrivato all’ultimo capitolo della cosiddetta "tetralogia del potere", il regista russo dimostra definitivamente tutta la sua grandiosità. Il Faust sokuroviano si pone l’obbiettivo di reintegrare l’idea goethiana di umanità nell’hic et nunc storico-sociale, rappresentando un mondo che contiene la vita ma che è anche la vita stessa (basti vedere quanto, in questo caso specifico, le lenti deformanti che Sokurov è solito utilizzare, acquistino la funzione di far animare, di dare vita propria, a molti dei luoghi nei quali l’azione si svolge), dove il potere non è tanto in atto quanto in potenza e, mostrando quelli che sono i suoi contorni, instaura un gioco di fughe e controfughe con l’animo del protagonista. La natura è una presenza assidua, costante, a tratti snervante, ma la sua funzione diviene preziosissima: contenere la straripante incapacità dell’uomo a comprendere i propri limiti, frapponendosi ad esso come una barriera che, mostrandosi attraverso la sua imponente immensità, cerca di fargli intraprendere la giusta via per l’integrità morale e spirituale.

     
    The Tree Of Life
di Terrence Malick
(USA/2011)

Flusso ininterrotto (non interrompibile) di magmaticità cinematografica, The Tree Of Life è un film che ci ricompone attraverso l’essenza della visione, è un oggetto che riconduce la nostra riflessione su quei territori – sempre teoricamente praticati ma forse mai emotivamente sperimentati – della possibilità di sentirsi sempre più vivi attraverso la percezione dell’immagine in movimento. Sì, è vero, The Tree Of Life è molto di più (o forse molto di meno), ma prima di ogni altra cosa è il piacere di osservare la rappresentazione dell’essenzialità della vita e delle cose, perché come sostiene Wenders: «quando c’è troppo da vedere, quando un’immagine è troppo piena o quando le immagini sono troppe, non si vede più niente. Dal troppo si passa molto presto al nulla».

     
    Carnage
di Roman Polanski
(Francia-Germania-Polonia-Spagna/2011)

Tratto dalla pièce di Yasmina Reza Le dieu du carnage, il film ci mostra quanto lo sguardo di Polanski nei confronti della natura umana, divenga con il tempo sempre più impassibile e neutrale. Carnage mette in piedi una vicenda nella quale vengono allo scoperto le contraddizioni dell’essere umano come animale sociale, il suo non poter fare a meno dell’Altro anche nell’istante della sua più spropositata necessità a far risaltare la sua parte più egoistica. Polanski però, con somma maestria, non si schiera dalla parte di nessuno dei personaggi, riuscendo anzi a mostrarci, come già aveva prepotentemente fatto in altre sue opere (si vedano Cul-de-sac o Le Locataire), quanto ogni singolo atteggiamento umano faccia parte di un oggettivo progetto naturale e non sia quindi criticabile da niente e da nessuno. Noi siamo – in definitiva – tutto ciò che mostriamo essere in noi. Non c’è via di scampo.

     
    Habemus Papam
di Nanni Moretti
(Italia/2011)

«(Non) Habemus Papam», pensa Moretti. La crisi d’identità del pontefice (magnificamente interpretato da Michel Piccoli), è quella della società contemporanea che non ha più la forza di partorire figure guida. La perdita di ogni possibile ideale e di ogni possibile spiritualità potrebbero definitivamente far realizzare quello che, citando Spengler, è il concetto di "tramonto dell’Occidente". Ci sentiamo, tutto ad un tratto, identificati nel significato delle parole proferite dal papa nell’ultima sequenza del film: «io sento di essere tra coloro che non possono condurre, ma devono essere condotti». È il Moretti più maturo di sempre.

     
    Seppuku
di Masaki Kobayashi
(Giappone/1962)

Storia di un ronin che chiede di poter fare harakiri davanti ad un intendente con l’intenzione di ingannarlo (vuole in realtà poter trovare l’occasione per vendicarsi del clan che costrinse suo genero a suicidarsi), Seppuku è un gendai-geki mascherato da jidai-geki: un film che – come sosteneva lo stesso regista – "attraverso la storia antica, è di storia contemporanea che vuol parlare", ponendo come tema centrale quello della lotta etica nei confronti di qualsiasi autorità. Formalmente impeccabile, con una narrazione che acquista spessore grazie all’utilizzo di abili flashback, e congelato da una tensione che viene magistralmente giostrata attraverso le armoniose scene di combattimento, Seppuku può essere tranquillamente annoverato tra i più grandiosi chanbara di tutti i tempi.

 

Dei titoli selezionati da Gabriele Baldaccini fra il meglio del 2011, su RC puoi trovare:
"Faust" di Aleksandr Sokurov – recensione a cura di Michele Salvezza
"The Tree Of Life" di Terrence Malick – recensione a cura di Michele Salvezza
"Carnage" di Roman Polanski – recensione a cura di Michele Salvezza
"Habemus Papam" di Nanni Moretti – recensione a cura di Michele Salvezza

 

cover image: Faust di Aleksandr Sokurov (Russia/2011)

 

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