Senna > Asif Kapadia

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Senna: la mitopoiesi catodica di Ayrton
Senna di Asif Kapadia (UK/2010)
recensione a cura di Alessio Galbiati

Ho letto troppe recensioni entusiastiche, in molte lingue e d’ogni parte del pianeta, per non rimanere quantomeno disorientato di fronte alla mediocrità del documentario di Asif Kapadia (regista inglese classe ’72) sulla vita di Ayrton Senna, leggendario pilota di Formula 1. In estrema sintesi l’operazione mi è parsa decisamente paracula e tradizionale, un documentario che alterna immagini di repertorio e famigliari con interviste a camera fissa, in pieno stile anglosassone / nord americano (sterlina/dollaro): lineare, pedagogico e sensazionalista. Una specie di Sfide allungato – Sfide è uno (s)fortunato programma in onda da tempo immemore su RaiTre. Lo schema, del documentario in questione e del programma Rai è, invariabilmente, sempre il medesimo: glorificazione dell’eroe sportivo immolatosi alla propria passione per un non meglio definito disegno mitopoietico (la mitopoiesi è l’attitudine dell’uomo a elaborare e creare miti) + metafora sport-vita + umanità del mito (mito dal volto umano, con le sue passioni, le sue paure, i suoi desideri). Non è dunque un caso che il documentario in questione sia il maggiore incasso di tutti i tempi nelle sale USA e UK (nonché premio del pubblico al Sundance 2011 ed in un’altra decina almeno di festival).

Senna è concettualmente stringato quanto il titolo: tutto ruota attorno all’ascesa, alla gloria ed alla tragica scomparsa, tre atti (of course), dell’amatissimo pilota brasiliano tre volte campione del mondo, deceduto, all’età di 34 anni, il 1° maggio 1994 in un incidente durante il Gran Premio di Imola/San Marino. Si parte dall’infanzia, si ripercorre la carriera, l’arrivo in Formula 1, le prime vittorie, i passaggi di scuderia, i titoli mondiali ricostruiti come dei thriller, le vacanze, momenti di vita privata e così via. Tutto con materiale d’archivio e tutto con autentica passione e filologica cura al dettaglio. Il risultato è un’agiografia precisa di un uomo devoto ad una religiosità esasperata (ed esasperante a quanto le personalità intervistate lasciano intendere), uno sportivo professionista sempre teso al successo, ma pure uno spaccato del mondo delle corse automobilistiche, anch’esso esasperato ed esasperante, in bilico costante fra reale passione e business globalizzato. L’aspetto migliore del film è senz’altro legato alla figura di eroe negativo di Alain Prost (presente nel corpo del film con una lunga ed interessante intervista dai risvolti psicologici per niente banali), una specie di Salieri per Mozart, o di Joker per Batman. L’acerrimo nemico di Senna, la nemesi che ne amplifica la figura, la negazione che da un senso, l’esatto contrario in pista come nella vita.

Senna, dunque, solleva due distinte domande, o comunque riflessioni: la prima è in merito alla critica, al suo significato, la seconda relativa alle modalità considerate ‘canoniche’ per la realizzazione di documentari. La prima è sempre la solita domanda, alla quale nelle scuole di cinema si danno risposte articolate ma che, una volta usciti fuori, ci si accorge di quanto erano bonariamente rassicuranti nel loro tecnicismo accademico fine a sé stesso. Quale senso può avere una pratica priva di un riscontro certo se non gli occhi e la testa dello spettatore? Cos’è un buon film? Quand’è un buon film? Più passa il tempo più mi convinco che non possa esistere altra risposta ‘vera’ che l’interconnessione di una pellicola col proprio gusto, col proprio stato d’animo, null’altro che il contatto che questa è in grado di porre in essere con quella parte molto profonda del nostro Io. Un buon film è un film che mi è piaciuto. Un ottimo film è un film che mi ha toccato. Un capolavoro è un film che mi ha cambiato. Nient’altro.
La seconda domanda è un dubbio, ma pure un’annoiata constatazione. Perché il documentario anglo/americano deve asfaltare ogni poesia possibile del reale con la sua costruzione sempre uguale, con le sue interviste a mezzo busto o in primo piano su fondo neutro? E perché mai questa modalità di narrare la realtà viene considerata lo standard d’ogni produzione che ambisca a rientrare delle spese di produzione? La guerra è finita da tempo ma, come con le basi dell’esercito statunitense in giro per il mondo, il loro standard cinematografico fatica ad abbandonarci. Non voglio certo dire che non esista null’altro che questo, tutt’altro. Ma questo modo della rappresentazione imperversa fra i commenti che molti filmmaker ricevono da case di produzione o distribuzione poco avvezze a rischiare, prima di tutto dal punto di vista stilistico.

Sono certo del fatto che il film verrà miseramente distribuito in edizione home video nei più micragnosi Autogrill italiani, pronti a solleticare il ricordo dei più stagionati fra noi che, con fare da vecchio saggio che ne ha viste molte sfideranno le generazioni di bambinetti con la domanda “Sai chi era Ayrton Senna?”. Ogni generazione ha i suoi morti gloriosi, mio padre ad esempio m’ha cresciuto nel culto pagano di Gilles Villeneuve. Ci piace da pazzi l’idea dell’ultimo grande eroe di un qualcosa che non c’è più. Adoriamo santificare e piangere il sangue versato da celebri eroi sportivi per trovare un senso alle nostre esistenze, rito pagano di rigenerazione, ma pure modo per dare un senso alla nostra apparizione in questa realtà.

Il film si chiude con il funerale di Ayrton Senna, che pare quello di Lady Diana. Isteria collettiva per la perdita di un punto di riferimento – a quei tempi – catodico, costruito ad immagine e somiglianza della società dei consumi che non necessita unicamente di venderci un prodotto, ma che punta ad edificarci l’immaginario, colonizzandolo dei propri figli prediletti, pensando per noi solo ruoli pavloviani, di euforica gioia o delirante costernazione. Piaccia o meno, Ayrton Senna è stato un mito popolare costruito dal sistema mediatico, un santo catodico della cultura di massa ed è questo ciò che si vede nel film di Asif Kapadia.

Se volete farvi travolgere dal rombo sincopato di immagini a tutta velocità di gare automobilistiche vi consiglio di rivolgervi ad un classico che il tempo non fa sfigurare: Grand Prix di John Frankenheimer (1966): lungometraggio a metà strada fra finzione e documentario realizzato con un montaggio che sfiora la velocità della luce.

Alessio Galbiati

 



Senna

Regia: Asif Kapadia
Sceneggiatura: Manish Pandey
Fotografia: Jake Polonsky
Montaggio: Chris King, Gregers Sall
Musiche: Antonio Pinto
Produttori: Tim Bevan, Eric Fellner, James Gay-Rees
Produttori esecutivi: Liza Chasin, Debra Hayward, Kevin Macdonald, Manish Pandey
Con: Ayrton Senna, Reginaldo Leme, Richard Williams, John Bisignano, Pierre van Vliet, Alain Prost, Ron Dennis, Frank Williams, Neyde Senna, Viviane Senna, Sid Watkins
Casa di produzione: Universal Pictures con Studio Canal, Working Title Films
Paese: UK
Anno: 2010
Durata: 106′

 

 

Anatomy of a Scene: ‘Senna’
Asif Kapadia, the director of the documentary "Senna," narrates a racing scene from the film.
The New York Times Anatomy of a Scene

 

 

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