The Artist > Michel Hazanavicius

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Non un generico omaggio al cinema muto (né satira, come invece lo era sottilmente “Singin’ in the Rain” di Stanley Donen, ambientato negli stessi anni e dalla situazione narrativa simile, né tantomeno parodia) bensì film che narra del suo non indolore passaggio al sonoro, “The Artist” ha inizio nel 1927 con George Valentin (più Douglas Fairbanks che Rodolfo Valentino) che si gode con gioia e ingenuità infantile gli applausi alla prima del suo ultimo film.
Appena due anni dopo, le cose cambieranno: l’avvento del sonoro creerà nuove stelle, costringendolo a un inopinato quanto rapido oblio.
Non più richiesto dal cinema –  il motivo del suo rifiutare il sonoro verrà svelato a fine film – lasciato dalla moglie, al suo fianco solo il fedele maggiordomo che non lo abbandona malgrado non riceva più lo stipendio, Valentin è un uomo finito che non viene salvato nemmeno da un nuovo progetto da lui diretto, interpretato e prodotto, che va incontro a un sonoro insuccesso, schiacciato dal nuovo che avanza.
È l’incontro fortuito con l’aspirante stellina Peppy Miller, incontro che la proietta per una nemmeno troppo lunga ma fortunata serie di coincidenze nell’Olimpo delle star, a cambiare il suo destino.

Il francese Michel Hazanavicius raggiunge con “The Artist” più risultati in un solo colpo: non solo il film è talmente curato nelle sue ricostruzioni da poter quasi essere scambiato per un originale dell’epoca, non fosse per la musica costantemente presente, ma porta al successo un film in bianco e nero in cui il suono fa capolino in sole due occasioni (che non è il caso di svelare), a un’ottantina di anni dall’avvento del sonoro (l’ultimo caso di film muto a godere di grande distribuzione che mi venga in mente è “Silent Movie” – “L’ultima follia di Mel Brooks” del 1976), in un’epoca in cui l’assenza di colore nel cinema ha il potere di fare venire le palpitazioni a qualsiasi produttore (negli Stati Uniti è accaduto che venisse richiesta la colorizzazione di film indipendenti in bianco e nero per poter garantire loro una migliore diffusione. In questo caso invece i Weinstein si sono precipitati ad assicurarsi la distribuzione per il territorio americano).
Ma “The Artist” è molto più che una divertente trovata: è un film sceneggiato alla perfezione, fotografato meravigliosamente da Guillaume Schiffman (con il regista già nelle sue prove precedenti. Una curiosità il film è stato girato a colori e nel formato 1.33:1, il più comune all’epoca, scelto dal regista in quanto lo ritiene perfetto per gli attori perché permette loro di occupare l’intero spazio dello schermo) ed è un omaggio sincero al cinema di Lang, Lubitsch, Murnau, per citare giusto tre tra e colonne della sua storia (con “Love Scene” di Bernard Herrmann da “Vertigo” di Hitchcock a fare capolino in una scena tra le musiche composte appositamente da Ludovic Bource per il film), interpretato stupendamente (la generosità nell’uso degli avverbi non è in questo caso uno spreco, chi ha visto il film lo sa).

Il melodramma è trattato esattamente come lo sarebbe stato all’epoca, con toni forti, enfatici, eppure non è mai involontariamente sopra le righe. Molta parte del merito – in un film in cui tutti sembrano avere dato il loro meglio – va ai suoi interpreti: Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman (strepitoso nel ruolo del produttore), Ed Lauter (impeccabile nonché fedele maggiordomo e autista), fino all’ultimo cameo (Malcolm McDowell che dimostra come si possa essere profondamente British anche senza il bisogno di proferire parola).
Dujardin, già con Hazanavicius per due parodie (“OSS 117: Le Caire, nid d’espions”, 2006, “OSS 117: Rio ne répond plus”, 2009) dello 007 francese OSS 117 nato alla fine degli anni ’50 dalla penna di Jean Bruce e protagonista di quasi 150 romanzi, nonché protagonista del più che mediocre (no, proprio brutto) “Lucky Luke” di James Huth, sembrava condannato al cinema francese di largo consumo e scarsa considerazione critica. Nel suo ultimo film prestigioso, “Les petits mouchoirs”, terza prova come regista dell’attore Guillaume Canet, aveva il ruolo dell’amico in coma e, come copione richiedeva, non aveva granché da fare nel corso della storia. Qui, invece, ha l’occasione di dimostrare una bravura indiscutibile: alle prese con un personaggio volutamente sopra le righe, riesce a compenetrarsi nel personaggio, donando al suo Valentin tutte le sfumature necessarie grazie al sostegno di una gamma interpretativa di rara classe. Così come entusiasma l’interpretazione dell’argentina di nascita a francese di adozione Bérénice Bejo, che offre alla sua Peppy Miller tutto l’entusiasmo della star emergente e l’umanità della donna.
All fine, come ci si aspetta, tutto si risolverà ma, prima che questo accada, “The Artist” avrà occasione di riservare molte sorprese facendo vivere allo spettatore più di una emozione.

Film malinconico ma non nostalgico sulla settima arte, “The Artist” ricorda con decisa fermezza come non sarà la tecnologia a garantire la sopravvivenza del cinema ma solo le storie che saprà continuare a raccontare.

Roberto Rippa

“The Artist” ha ottenuto il Golden Globe come migliore film nella categoria “commedie e musical”.
Premiato a Cannes come migliore attore, Jean Dujardin ha anch’esso ottenuto il Golden Globe per la migliore interpretazione, così come Ludovic Bource per le musiche.

The Artist
(Francia-Belgio, 2011)
Regia, soggetto, sceneggiatura: Michel Hazanavicius
Fotografia: Guillaume Schiffman
Musiche: Ludovic Bource
Montaggio: Anne-Sophie Bion, Michel Hazanavicius
Scenografia: Laurence Bennett, Gregory S. Hooper
Costumi: Mark Bridges
Intrepreti principali: Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller, Missy Pyle, Beth Grant, Ed Lauter, Malcolm McDowell
100′

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  • Io credo però che sia anche nostalgico, in senso buono. Una nostalgia costruttiva che serva a dimostrare che anche oggi si può fare buon cinema senza effetti speciali o 3D!

  • Si, appunto. A dimostrare che effetti speciali o altro non abbiano senso se non messi al servizio di una solida storia. E non il contrario come pensano molti produttori.