The Avenging Conscience > David W. Griffith

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The Avenging Conscience
regia di D. W. Griffith (USA/1914)

recensione a cura di Leonardo Persia

The Avenging Conscience è una trascrizione da Poe di secondo grado, nel senso che il plot è imperniato su un personaggio che, leggendo Il cuore rivelatore (1843), ripete le gesta del protagonista, l’uccisione di un vecchio (qui lo zio tutore), nascosto poi sotto il pavimento di casa (adesso nel camino), prima di essere sopraffatto dal rimorso che gli fa sentire il battito del cuore dell’uomo (tradotto dal film in visioni horror), inducendolo quindi a confessare.

La trasposizione indiretta rende teorica la pellicola, un saggio moderno su come lo stato d’animo, l’inconscio siano Tell-Tale, forieri di luoghi e visioni, topoi, e come questi ultimi organizzino i luoghi e i linguaggi narrativi, la fabula, il cinema. Il metodo si estende allo stato di natura, collega l’essere umano a un sentire comune delle cose vive sulla Terra, animali, piante, insetti, vento e paesaggio, un intero cuore pulsante rivelatore, la creazione del Tutto.

Griffith esplora e amplifica la grammatica cinematografica agli albori e, oltre a un uso magistrale del montaggio parallelo (il suo marchio autoriale, qui esteso all’alterità, al non visibile, al solo immaginato e sognato, realismo dell’irreale), approfondisce il primo piano in funzione psicologico-affettiva; trasforma i dettagli in un controcanto ritmico e significante, preludio a imminenti rivoluzioni formaliste; fa entrare la macchina da presa dove non può, nella mente distorta del protagonista, filmando di conseguenza l’ineffabile, il recondito e il rimosso.

Un assortimento di visioni non naturaliste, inquietanti e magmatiche, che ha fatto parlare di pre-espressionismo. L’autore si spinge persino al di là: nell’aldilà. In uno stile Murnau che rintraccia tutto questo già negli esterni, nelle ombre e nelle atmosfere, senza alcuna forzatura scenografica in stile Roehrig-Reimann-Warm. Anzi, a parte le visioni di cui sopra, il film è contraddistinto da un verismo di spazi ampi en-plein-air che, nelle sequenze in cui il protagonista si barrica dentro casa sparando a chi si avvicina, ha già il sapore maturo del grande cinema americano realista classico.

Il film perlustra quindi lo stato di natura, fragile e pluridirezionale. Ha una densità psicologica moderna nell’esplorare il sentimento d’amore, l’attrazione sessuale. Il protagonista è affidato, sin da piccolo, allo zio, monocolo. Nel racconto l’occhio di vetro ossessiona l’io narrante, sopraffatto dai sensi di colpa e dal giudizio altrui ben prima di compiere il delitto. Uccido per paura, l’omicidio è il completamento di un senso di terrore che, prima che riveli me stesso come fonte, finisco per spostare su di un altro.

L’unico occhio dello zio è invece per Griffith mostruosità ciclopica, limitazione di stato di natura ribadito ulteriormente dal fiore appassito posto sulla scrivania dell’uomo, triste feticcio di una sessualità abortita. La situazione è diversa ma analoga. È il vecchio scapolo a pretendere di imporre all’esterno la propria ammorbante paura del sesso, contagio vampiresco, peste di castità ipocrita. Quando vede le coppie flirtare nel parco, ha delle reazioni incontrollate simili a quelle del narratore del racconto. Persona che si ostina a essere Uno, lo zio.

Come contraltare interiore, il film organizza situazioni apparentemente scollegate che tornano sull’argomento. Una coppia proletaria che vive la sessualità in maniera giocosa e solare, sbocco minuto nella gioia: gli unici dati umoristici del film. E, per contrasto, quella di un massiccio, disonesto e prepotente italiano che, ubriaco, vuole estorcere sesso a una donna che si rifiuta. Lui la maledice. L’attore è George Siegmann, che, in versione black, ripeterà il ruolo (losco, lubrico e stupratore) nel successivo Nascita di una nazione (1915).

La cattività rende cattivi. Ricattatori o assassini. Forse persino uomini di potere. Al parco, le coppie assistono a una rappresentazione teatrale in cui una danzatrice discinta scuote la monoliticità di un cesare. Un cagnetto rimane incastrato in una rete di metallo, metafora di un intrappolamento psicologico. Griffith inserisce epifanie disorientanti, corpi estranei che in realtà sono variazioni sul tema, rime assortite per spettatori a cui si chiede di spalancare occhi e mente, di essere proprio il contrario di quel che rappresenta lo zio avvizzito: un tripudio di forme e fiori come la donna di cui si innamora il nipote, scatenando il rifiuto dell’uomo e poi, per logica conseguenza, il rifiuto del nipote nei confronti dello zio. Un uccello in gabbia condensa la situazione insostenibile nella casa dei due parenti. La coppia di amanti si separa. Ma il vento surrealista del desiderio accompagna la ragazza sognante alla finestra. Forza di natura, non natura forzata.

La stessa forza che il giovane scorge nelle formiche, intente a divorare un’ape, o nel ragno che intrappola e avvelena la mosca per divorarla. La sua mente comincia a intorbidire, a immaginare l’oscuro. Medita il delitto, memore della lettura coinvolgente, uscita dal sè. Du musst Caligari werden, incarnazione di un archetipo. Vuole freddare lo zio dormiente col fucile, non ce la fa. Fuori un cane ulula, immagine divorante. E c’è il battibeccare dell’italiano di cui si è detto, deciso a portarsi a letto una donna. Segnali foschi, l’aspirante omicida esita e desiste. Lui si sveglia, discussione, alterco e strangolamento. L’italiano sente le grida e, in un secondo momento, ne approfitterà ricattando il colpevole. Poi è tutto un precipitare nel delirio, il lato freudiano del cinema.

La sovrimpressione dello zio squarcia lo schermo. Insieme a immagini di teschi, streghe e strane bestie. Persino le tavole della legge, Gesù. Cosa può esprimere l’interiorità di chi forza i propri desideri o di chi si sbilancia in un lato solo dell’esistenza, quello negativo, arrivando al delitto, al lato oscuro ma negato dell’esistere? Il protagonista non ha bisogno di sdoppiarsi in Hutter e Nosferatu: scivola nell’incarnazione immonda per gradi, il passaggio da uomo a bestia ha una sua logica attenuante. La coscienza diventa paradossalmente la sua metà oscura, l’eccesso di buio che potrà far ritrionfare la luce. O meglio, proprio come in Murnau, incarna quel misto di reale e simbolico, di sole e tenebre che rende completo l’essere umano, un po’ raziocinio un po’ immaginazione, mezzo uomo e mezzo bestia. Mezzo capro, espressione di libido.

Dopo aver svelato che era tutto un incubo, espediente un po’ censorio, un po’ assolutorio (inserito in una perfetta logica di inconscio scandagliato), il film mostra gli esiti dello stato naturale delle cose. Lo zio accetta l’unione, gli amanti risplendono. Pan, il simbolo caprino del tutto, quindi dell’unità ricostituita e non più scissa, è l’ultima, definitiva apparizione, contornata da piccole figure paniche, vertigine politeista che ha a che fare con l’umano, Hutter e Nosferatu fusi e riprodotti. Inno alla fertilità, alla selva non oscura. Senza tacere che, dietro ogni angolo ninfeo, terrore e oscurità sono mai silenti, pronte a stendere le ali minacciose, il manto nero. Il canto del capro è eros, il canto del capro è tragedia.

Leonardo Persia

 

The Avenging Conscience
titolo alternativo: Thou Shalt Not Kill
Regia: David W. Griffith
Sceneggiatura: David W. Griffith dai poemi The Tell-Tale Heart e Annabel Lee di Edgar Allan Poe
Fotografia: G. W. Bitzer
Montaggio: James Smith, Rose Smith
Interpreti: Henry B. Walthall, Spottiswoode Aitken, Blanche Sweet, George Siegmann, Ralph Lewis, Mae Marsh, Robert Harron, George Beranger, Josephine Crowell, Dorothy Gish, Donald Crisp, Walter Long, Wallace Reid
Produzione: Majestic Motion Picture Company
Distribuzione: Mutual Film Corporation
Paese: USA
Anno: 1914
Durata: 78′ (56′ DVD)

 

 

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