Il meglio del 2011 – Gonçalo Tocha

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Il 2011 va in archivio. È stato un anno complicato e triste sotto molti punti di vista. Noi abbiamo il cinema come medicina, come cura alle sofferenze della Vita e della Storia. Quest’anno abbiamo voluto giocare con la nostra redazione, con le persone che nell’ultimo anno hanno scritto per Rapporto Confidenziale e con una serie di amici, collaboratori e personalità che hanno accettato l’ingrato compito di stilare un elenco dei 5 migliori film usciti, o visti per la prima volta, nell’anno solare 2011. Ne è uscito un elenco corposo ed originale che vogliamo condividere con i nostri lettori, con il fine di fornire qualche consiglio per la visione che possa rischiarare il 2012. Alla faccia di ogni profezia catastrofica.

 

Gonçalo Tocha  filmmaker, autore di É na terra não é na lua e Balaou

 

    Nippon-koku Furuyashiki-mura (A Japanese Village)
di Shinsuke Ogawa
(Giappone/1982)

Ho avuto la fortuna di vedere questo film in pellicola, in una rara proiezione programmata da Ricardo Matos Cabo a Lisbona. Vero è che sono una calamita per i film lunghi, ma è anche perché, normalmente, sono i film lunghi che mi permettono di fare alcuni tra i viaggi più indimenticabili. Ogawa è un cineasta misterioso e unico. I suoi film sono asteroidi umani senza eguali. Odissee di resistenza dove sono le persone ciò che conta di più. Ogawa passò anni in questo Japanese Village. Non ci sono parole per descrivere la bellezza, l’umiltà e la forza di questo film che si siede al fianco dei pochi abitanti di questa cittadina quasi abbandonata in mezzo alle montagne giapponesi. Dopo i fantastici titoli di testa, passiamo un’intera ora con un trattato scientifico sulla produzione di riso, analizzando la crescita dei chicchi di riso in quella regione. Ma “vediamo” davvero il riso e come è bello vedere il riso crescere! Solo più tardi torniamo agli abitanti, ma questa è solo un’apparente divisione perché, più tardi, organizziamo i pezzi: la natura e l’Uomo, la regione e l’economia, la volontà umana e la sopravvivenza. Il tutto filmato con un trasporto e un amore per le cose che ci fa credere che il cinema sia stato fatto esclusivamente per avere fede nel valore umano.

Tive a sorte de ver este filme em película numa projecção rara programada por Ricardo Matos Cabo em Lisboa. É verdade que funciono como um íman com filmes longos, mas é também porque, normalmente, são os filmes longos que me proporcionam algumas das mais inesquecíveis viagens. Ogawa é um cineasta misterioso e único. Os seus filmes são asteróides humanos sem igual. Odisseias de resistência, onde as pessoas são o que mais conta. Ogawa passou anos nesta Japanese Village. Não há palavras para descrever a beleza, a humildade e a força deste filme que se senta lado a lado com os poucos habitantes desta vila quase abandonada entre as montanhas japonesas. Depois de um genérico fabuloso, passamos uma hora inteira com um tratado cientifico sobre a produção de arroz, analisando o crescimento dos bagos de arroz naquela região. Mas “vemos” mesmo o arroz e como é tão belo ver o arroz a crescer! Só mais tarde voltamos aos habitantes, mas esta aparente divisão não o é, porque mais tarde organizamos as peças: a natureza e o Homem, a região e a economia, a vontade humana e a sobrevivência. E tudo filmado com uma entrega e um amor pelas coisas que nos fazem acreditar que o cinema só foi feito para ter fé no valor humano.

     
    Yoman (Diary)
di David Perlov
(Israele/1973-1983)

La costruzione giornaliera di un archivio intimo che è allo stesso tempo la ricreazione cinematografica di una vita. Perlov filma la sua vita, il suo quotidiano durante 10 anni e costruisce un diario filmato capace di contenere tutto e dove tutto è possibile.
Ho scoperto questo film grazie al mio amico Rui Ribeiro, che mi ha aiutato nel montaggio del mio ultimo film sull’Isola del Corvo, mentre eravamo all’inizio del lavoro. E disse: “Questo è il film di una vita, goditelo con il tempo”.
Subito all’inizio del primo capitolo c’è una situazione che non dimenticherò mai. Il piano mostra le due figlie di Perlov che mangiano la minestra. Lo chiamano per smettere di girare e andare a mangiare la minestra con loro. Perlov ci fa una confidenza con la sua voce profonda: “Non so se devo mangiare la minestra o filmare la minestra”. È questo! È questo!

A construção diária de um arquivo íntimo que é também a re-criação cinematográfica de uma vida. Perlov filmou a sua vida, o seu quotidiano, durante 10 anos e construiu um diário filmado onde tudo cabe e onde tudo é possível. É cinema como poesia ou o cinema como a arte mais intuitiva do mundo.
Descobri este filme através do meu amigo Rui Ribeiro, que me ajudou na montagem do meu último filme sobre a Ilha do Corvo, quando estávamos em início de trabalho. E disse-me: “este é um filme de uma vida, desfruta-o com tempo.”
Logo no primeiro capítulo há uma situação que ficará para sempre comigo. O plano mostra as duas filhas de Perlov a comer uma sopa. Elas chamam-no para deixar de filmar e vir comer também a sopa. Perlov confidencia-nos através da sua voz profunda: “I don´t konw if I should eat the soop or film the soop”. É isto! É isto!

     
    Loong Boonmee raleuk chat (Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives)
di Apichatpong Weerasethakul
(Thailandia/2010)

Devo confessare che questo è il primo film di Apichatpong che vedo. E posso solo ringraziare la meraviglia di questa rivelazione, subito con un film come Uncle Boonme. Da molto tempo non vedevo nel cinema contemporaneo un film con dei piani così estesi intorno ai suoi personaggi. Perché ogni secondo conta. Ogni secondo nel piano e ogni gesto dentro il piano. Sono le notti nella casa della foresta, sono i morti in mezzo ai vivi e i vivi in mezzo ai morti. È la forma come tutti i mondi paralleli convivono, senza effetti, senza trucchi. E poi, come un’immensa onda lenta di mistero, la sequenza finale nella stanza di hotel, così enigmatica che ci può solo dire che tutto quello che abbiamo visto fin lì è solo una piccola parte delle altre più grandi, un passaggio o un rituale libero di significato. Tra la morte e la resurrezione, l’eternità della vita e del cinema come fede incrollabile nel mistero della vita.

Tenho de confessar que este é o primeiro filme do Apichatpong que vejo. E só tenho a agradecer a maravilha desta revelação, logo com um filme como Uncle Boonmee. Há muito tempo que não via, no cinema contemporâneo, um filme com planos tão distendidos à volta das suas personagens. Porque cada segundo conta. Cada segundo no plano e cada gesto dentro do plano. São as noites na casa da floresta, são os mortos no meio dos vivos e os vivos no meio dos mortos. É a forma como todos os mundos paralelos convivem, sem efeitos, sem “trucage”. E depois, como uma imensa onda lenta de mistério, a sequencia final no quarto do hotel, de tão enigmática que só nos pode dizer que tudo o que vimos até ali é só uma pequena parte de outras maiores, uma passagem, ou um ritual liberto de sentido. Entre a morte e a ressurreição, a eternidade da vida e do cinema como fé inabalável no mistério da vida.

     
    In film nist (This is not a Film)
di Jafar Panahi
(Iran/2011)

Questo può non essere un film, e per fortuna. A me sembra una manifestazione di esistenza umana di un’importanza vitale nel cinema di oggi. Per la prima volta vediamo e speriamo che il regista, nell’impossibilità di filmare, possa iniziare il suo film e ciò è già materia sufficiente, non per un film, ma per la vita di un film. Quando lo vidi a Copenhagen, ebbi la sensazione di stare davanti ad un evento radicale e irripetibile, come tutto ciò che è urgente. Non è particolarmente interessante sapere ciò che può essere la materia di un film o ciò che fa di un film un film, ma è completamente meraviglioso assistere al modo in cui il cinema entra all’interno della casa di Jafar Panahi nella sequenza finale. Quando il quotidiano della casa di Jafar Panahi si chiude e arriva ad un vicolo cieco di eventi, diremmo cinematografici, ecco che il suo cameraman abbandona il set e arriva un raccoglitore di rifiuti a casa sua. Ed è a partire da questo momento, in cui qualcuno da fuori, qualcuno del “mondo reale” entra nel set, che un nuovo film e una nuova fiction si possono realizzare. Nel piano finale, Jafar resta al limite della sua prigione che lo separa dal mondo, ad assistere al cinema vero, alla realtà incontrollabile. Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto.

Isto pode não ser um filme e ainda bem. A mim parece-me uma manifestação de existência humana de uma importância vital no cinema de hoje. Pela primeira vez vemos e esperamos que o realizado, na impossibilidade de filmar, possa começar o seu filme e isso já é matéria suficiente, não para um filme, mas para a vida de um filme. Quando o vi em Copenhagen, tive a sensação que estava perante um acontecimento radical e irrepetível, como tudo o que é urgente. Não é particularmente interessante saber o que pode ser a matéria de um filme, ou o que faz um filme ser um filme, mas é completamente maravilhoso assistir à maneira como o cinema entra pela casa de Jafar Panahi adentro na sequencia final. Quando o quotidiano da casa de Jafar Panahi se fecha e chega a um impasse de acontecimentos, diríamos cinematográficos, eis que o seu cameraman abandona o set e chega um recolhedor de lixo a sua casa. E é a partir desse momento, em que alguém de fora, alguém do “mundo real”, entra no set, que um novo filme e ficção podem acontecer. No plano final, Jafar fica no limite da sua prisão que o separa do mundo, a assistir ao cinema verdadeiro, à realidade incontrolável. Se Maomé não vai até à Montanha, a Montanha vai até Maomé.

     
    Yama no Anata
di Aya Koretsky
(Portogallo/2011)

Film che narra di una ragazza nata in Giappone, di padre giapponese e madre belga, arrivata in Portogallo con i genitori quando era ancora bambina.
È l’esordio luminoso di Aya nel cinema e che è anche l’iscrizione della sua stessa persona come persona cinematografica. È come se solo il cinema permettesse l’iscrizione di una persona nello spazio, nell’indagine del luogo al quale appartiene. E è questa deriva geografica che costruisce il film, il viaggio mentale nel mondo e attraverso i continenti, alla ricerca di ciò che si trova al di là delle montagne, di ciò che si trova nei nostri ricordi. Ma tutto questo è fatto delicatamente, con l’ eleganza e la bellezza toccante di chi sta quasi per piangere ma alla fine si trattiene. Tutte le opere prime dovrebbero essere così…

Um filme sobre uma rapariga que nasceu no Japão, filha de pai japonês, de mãe belga e que foi parar a Portugal com os pais, quando ainda era criança.
É a estreia luminosa de Aya no cinema e que é também a inscrição da sua própria pessoa como persona cinematográfica. É como se só o cinema permitisse a inscrição de uma pessoa pela espaço., na indagação do lugar a que pertence. E é esta deriva geográfica que faz o filme, a viagem mental pelo mundo e entre continentes, à procura do que está para lá das montanhas, do que está dentro das nossas memorias. Mas tudo isto feito delicadamente, com uma subtileza e uma beleza tocante, de quem está prestes a chorar mas no limite se contém. Todas as primeiras obras deveriam ser assim…

 

Per saperne di più su Gonçalo Tocha:
"É na terra não é na lua" di Gonçalo Tocha – recensione a cura di Roberto Rippa
Intervista a Gonçalo Tocha – a cura di Rapporto Confidenziale (video+testo)
"Balaou" – guarda il film in versione integrale

 

Traduzione di Cristina Terzoni

 

cover image: Loong Boonmee raleuk chat di Apichatpong Weerasethakul (Thailandia/2010)

 

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